E-Book, Italienisch, 100 Seiten
Reihe: Incendi
Ferrario Scherma, Schermo
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-6783-192-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il regista dietro la maschera
E-Book, Italienisch, 100 Seiten
Reihe: Incendi
ISBN: 978-88-6783-192-0
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Davide Ferrario è regista e scrittore. Ha debuttato nella regia nel 1989, dirigendo poi sia opere di finzione sia documentari, presentati in numerosi festival internazionali: Berlino, Sundance, Venezia, Toronto, Locarno. Tra gli altri: Tutti giù per terra, Guardami, Dopo mezzanotte, La strada di Levi. Il suo romanzo Dissolvenza al nero è diventato un film diretto da Oliver Parker. Collabora con il Corriere della Sera. Fa parte della nazionale italiana di fioretto Master.
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2 | Maschera
Non ci sono molti sport che si praticano con la faccia coperta da una maschera; anzi, a parte l’hockey e il football americano e se vogliamo lo sci (si tratta però di un casco, in questi casi), nessuno. Soprattutto, non c’è un altro sport in cui un attrezzo copra completamente il volto dell’atleta. Il che spiega in parte perché la scherma è così poco popolare.
Ci sono molti sport di cui non si sanno le regole, ma ai quali ci si appassiona comunque perché ci si può mettere in relazione allo sguardo del concorrente: perfino il curling è un gioco che affascina perché le facce ti raccontano in ogni istante quello che passa nell’animo del giocatore. Nella scherma o si conoscono regole e tecnica, o è difficile entusiasmarsi. Anzi, le urla che di solito accompagnano una stoccata sono un’ulteriore fonte di straniamento per lo spettatore che si chiede: «Ma perché gridano così?».
La situazione è peggiorata con l’avvento della televisione: nonostante la scherma sia lo sport che da sempre regala più medaglie olimpiche all’Italia e nonostante, tutto sommato, negli ultimi quindici anni abbia prodotto qualche personaggio pop (Aldo Montano, Valentina Vezzali, Elisa Di Francisca…), la visibilità del volto dello schermidore resta un limite invalicabile per la costruzione di un’epica identitaria tra chi tira e chi guarda. Alle fine degli anni Novanta la Federazione internazionale si era inventata un rimedio ed erano comparse le maschere di Plexiglas o, meglio, di un particolare tipo di Plexiglas chiamato Lexan.
Queste maschere prevedevano – sulla tradizionale struttura in ferro – una fascia di materiale plastico trasparente in corrispondenza degli occhi. In questo modo almeno una parte del viso del tiratore, la più espressiva, era riconoscibile. Dopo quindici anni di controversie, però, l’idea è stata abbandonata nel 2014 e non per problemi di sicurezza, tutto sommato abbastanza marginali; ma il contatto delle lame con il materiale plastico rovinava velocemente la superficie della visiera, rendendo dapprima difficoltoso, poi impossibile vedere qualcosa attraverso i graffi. E siccome quel tipo di maschere avevano un costo importante, sarebbe stato antieconomico doverle cambiare in continuazione.
Sul fronte sicurezza, la scherma oggi è uno sport senza problemi: i materiali impiegati nelle lame, nelle maschere e nel resto dell’attrezzatura rendono pressoché impossibile subire seri danni. La tecnologia per la protezione dei tiratori si è evoluta in maniera definitiva dopo un tragico incidente avvenuto durante i campionati mondiali di Roma, il 19 luglio 1982.
Si incontravano nei quarti di finale le squadre di fioretto di Germania e Urss. In pedana c’erano il russo Vladimir Smirnov, già campione mondiale e olimpico, e Matthias Behr, un tedesco alto quasi due metri, fortissimo sia di fioretto sia di spada. Con Behr mi era capitato di tirare in un’eliminatoria di una gara di Coppa del Mondo, qualche tempo prima, e non ero riuscito neanche ad avvicinarmi a lui: se lo aspettavi, era troppo veloce per consentirti una difesa, se lo attaccavi, aveva un controtempo micidiale – ossia contrattaccava sulla tua marcia, sottraendoti il bersaglio di modo che finivi per infilzarti da solo.
Da quel che si lesse sui giornali, accadde qualcosa di simile anche nell’incontro con Smirnov. Smirnov era sotto 4-3, il tempo dell’incontro stava per finire, e il russo decise di attaccare. Behr lo “chiuse”, come si dice in gergo. Immaginate due atleti di livello mondiale lanciati come molle l’uno contro l’altro: Behr stampò la sua stoccata sul petto di Smirnov, ma l’impatto fu così violento che la lama si spezzò. Succedeva e succede normalmente che una lama si spezzi. Quello che rese tragico l’incidente di quel giorno fu che la lama di Behr si ruppe diagonalmente, trasformando il suo moncone di ferro in una specie di pugnale appuntito. Sullo slancio il fioretto di Behr finì contro la maschera di Smirnov. Si stabilì poi che – per mera sfortuna – il ferro colpì l’unico punto fallato nelle maglie metalliche della maschera, e la bucò. Il fioretto spezzato continuò la sua corsa ed entrò nell’occhio di Smirnov, infilandosi nel cervello.
Quando, per istinto, Behr ritrasse la lama, un fiotto di sangue esplose dal volto di Smirnov, che ebbe solo il tempo di togliersi la maschera e poi crollò al suolo. Nonostante i soccorsi immediati, lo schermidore russo entrò in morte cerebrale il giorno dopo. E qui accadde un fatto assurdo, spiegabile solo con la contrapposizione da Guerra fredda che esisteva allora tra Urss e Occidente anche in campo sportivo (nel 1980 gli Usa e altri Paesi avevano boicottato le Olimpiadi di Mosca per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan).
I russi non diedero ai medici italiani il permesso di staccare le macchine che facevano respirare Smirnov fino all’ultimo giorno dei campionati, e diedero notizia della sua morte solo allora, liquidandola in due righe in mezzo alla cronaca dei successi degli atleti sovietici. Anche la moglie di Smirnov venne informata con un asciutto comunicato. I potenti di Mosca volevano usare lo sport come propaganda, soprattutto in quegli anni (saranno Urss e alleati a boicottare a loro volta i giochi di Los Angeles nel 1984) e raccontare la storia di quella morte così drammatica di un campione sembrava deprimente.
Matthias Behr crollò in una crisi psicologica che lo spinse a dichiarare che non avrebbe tirato mai più, nonostante non avesse alcuna colpa per ciò che era accaduto. Passò mesi lontano dalle pedane e ritornò solo dopo un lungo lavoro di recupero fatto con il suo maestro Emil Beck*.
Fu proprio con Behr che il già citato Mauro Numa disputò e vinse la finale olimpica del 1984.
Oggi un dramma del genere – con i materiali in ordine – non potrebbe succedere. Le maschere sono testate per resistere a pressioni di 1600 Newton ma, soprattutto, le lame che si usano oggi (in acciaio Maraging) quando si spezzano, lo fanno rompendosi con una sezione piatta, rendendo impossibile il terribile effetto di penetrazione che costò la vita a Smirnov.
Lasciate le questioni strettamente tecniche, torniamo al punto cruciale: cosa significa indossare una maschera? La maschera fornisce allo stesso tempo protezione e separazione, ma al primo aspetto credo non ci pensi nessuno. In tanti anni di scherma non mi sono mai preoccupato di farmi male; l’effetto decisivo che la maschera produce è l’altro, l’erezione di una barriera tra te e il mondo. Profilato dalla griglia di maglie metalliche, davanti a te sta l’avversario. A lato, con la coda dell’occhio, c’è l’arbitro, ma soprattutto, sotto la maschera, ci sei tu con la tua solitudine. La maschera ti protegge quanto i muri della galera “proteggono”, ambiguamente, chi ci sta dentro. Puoi solo confrontarti con te stesso e questo – anche in una cella – è la cosa che più incute timore. In una cella ci può stare o un detenuto o un monaco, uno per forza, l’altro per scelta… Il posto è lo stesso, con funzioni diverse, ma non troppo. Sotto la maschera, lo schermidore è allo stesso tempo un eremita e un prigioniero.
Parecchio tempo fa, negli anni Settanta, Peter Handke pubblicò Prima del calcio di rigore. Allora era il periodo d’oro del cinema tedesco, l’epoca di Wenders, Herzog, Fassbinder. Noi della già menzionata cooperativa di Bergamo avevamo avuto un’idea matta: ci eravamo messi a distribuire i loro film, che in Italia nessuno conosceva. In maniera imprevedibile, la cosa finì per rivelarsi un successo… Wenders aveva tratto un lungometraggio proprio da quel libro di Handke e così mi era capitato di leggerlo. Handke aveva uno stile affascinante, e titoli che corrispondevano esattamente alla mia indole di allora – tipo Infelicità senza desideri – cosa che può rivelare quale idea avessi allora del mondo.
Ma torniamo a Prima del calcio di rigore, che in originale ha un titolo più articolato: Die Angst des Tormanns beim Elfmeter, (“L’angoscia del portiere prima del calcio di rigore”). Sono andato a ripescare il volume sugli scaffali della mia biblioteca. Ha una meravigliosa copertina cartonata arancione, tipica della collana “I narratori” di Feltrinelli di allora. Commovente il prezzo: 2300 lire.
Apro alle ultime pagine, e cerco la citazione che mi serve per proseguire il nostro discorso: «Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà – disse Bloch. Se conosce il tiratore sa quale angolo sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via…».
Quando giocavo a pallone, ho sempre fatto il portiere per vocazione convinta. Ne so dunque qualcosa di quella condizione esistenziale per avere giocato in qualche campionato amatoriale e, una volta, anche a San Siro, in diretta Tv davanti a 80.000 spettatori, in una di quelle che oggi chiamano “Partite del cuore” (di tutto ciò che è legato alla mia carriera cinematografica, questo...




