E-Book, Italienisch, 432 Seiten
Enger Morte apparente
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-297-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 432 Seiten
ISBN: 978-88-7091-297-5
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le cicatrici sul volto e il gelo nell'anima, il giornalista Henning Juul torna al lavoro ma non alla vita dopo il misterioso incendio in cui ha perso il figlio. A strapparlo dal torpore di una morte apparente è il caso che sta turbando una Oslo che si credeva al sicuro, un delitto che porta il marchio della Shari'a. Fustigata, lapidata, mutilata di una mano, la giovane Henriette Hagerup è stata sepolta fino al busto, 'come un'esile rosa solitaria', in una tenda bianca sulla collina di Ekeberg. I media sguinzagliano i loro migliori segugi, la polizia batte ogni pista plausibile, ma mentre i sospetti si concentrano su Mahmoud, il fidanzato pachistano legato alle bande del narcotraffico, il fiuto di Henning non si ferma ai comodi pregiudizi. Chi era veramente la bella studentessa di cinema, così ammirata, così intrigante nel suo talento anticonformista? E cosa nasconde il film sull'islam che la ragazza stava girando insieme all'amica Anette? In un crescendo di tensione, la trama di morte si infittisce intorno a un'indagine che insegue la verità dove finisce la coscienza e inizia l'ossessione, e che diventa per Henning un faccia a faccia con i propri fantasmi, fino al brusco risveglio che ha il cacciatore quando si accorge di essere la preda.
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2
Quando suona la sveglia si gira con un grugnito di sconforto. Era a metà di un sogno che svanisce non appena gli occhi si aprono ed entra la luce del mattino. C’era una donna nel sogno. Non ricorda come fosse, sa solo che era la Donna dei Sogni.
Impreca, si alza a sedere, si guarda intorno. Gli occhi si soffermano sui flaconi di pillole e sulla scatola di fiammiferi, sempre sul comodino ad aspettarlo. Sbuffa, mette le gambe giù dal letto e pensa che oggi – oggi – ce la farà.
Sospira, si sfrega la faccia e comincia dalla cosa più semplice. Le pillole. Dannate pillole. Le ingoia al solito senz’acqua, perché è peggio, le caccia giù in gola e deglutisce, aspetta che scompaiano nel tubo digerente e fa quello che il dottor Helge con grande entusiasmo dice esser per il suo bene.
Sbatte il flacone delle pillole con forza esagerata sul comodino, come per svegliarsi. Afferra brusco la scatola dei fiammiferi Nitedal. Lentamente fa scorrere il coperchio e guarda dentro. Esili soldatini di legno dall’inferno. Ne tira fuori uno, guarda lo zolfo, la capocchia rossa di male concentrato. «Fiammiferi di beneficenza», c’è scritto sulla confezione.
Alla faccia della beneficenza.
Avvicina il sottile bastoncino alla scatola, sta per sfregarlo, ma le mani si bloccano, non riesce a muoverle, si sforza, concentra tutta l’energia che ha in corpo nelle mani, nelle dita, ma quel dannato stecchino di legno non vuole spostarsi, non ubbidisce, non si lascia impressionare, lui inizia a sudare, gli si stringe il petto, prova a inspirare, ma non serve, ricomincia da capo, tira fuori un’altra piccola spada del male e assale la scatola, ma all’improvviso si accorge di non avere più la stessa combattività, né tanto meno la stessa volontà, e si ferma ancora prima di dare forza alle intenzioni, si ricorda che deve respirare, e soffoca il bisogno di urlare.
Ma è solo perché è così maledettamente presto. Arne al piano di sopra forse sta ancora dormendo, anche se di solito declama poesie di Halldis Moren Vesaas a tutte le ore del giorno.
Henning sospira riponendo con cautela la scatola esattamente nello stesso posto. Si passa lento le mani sulla faccia, sente le zone in cui la pelle è diversa, più sottile ma meno liscia. Le cicatrici esterne non sono niente in confronto a quelle interiori, pensa, e si alza.
Città che dormono. È lì che vuol essere. Ed è lì che si trova adesso. Grünnerlokka al mattino presto, prima che il quartiere esploda, prima che i caffè all’aperto si riempiano, prima che mamme e papà vadano al lavoro, i bambini all’asilo e i ciclisti si riversino superando quanti più rossi possibile su Toftes gate. Adesso gli unici svegli sono i piccioni, come al solito affamati.
Oltrepassa la fontana di piazza Olaf Ryes ascoltando il suono dell’acqua. È bravo ad ascoltare. Ed è bravo a identificare i suoni. Distingue il silenzio dall’acqua che cade, e immagina che quello possa essere l’ultimo giorno del mondo. Se si sforza, è sicuro di poter udire timidi archi e un cupo violoncello insinuarsi lentamente, intrecciarsi, per poi perdersi e lasciare il posto ai timpani, che annunciano la rovina imminente.
Ma non ha tempo di lasciarsi assorbire dalla musica mattutina adesso, sta andando al lavoro. Alla sola idea gli tremano le gambe. Non sa se Henning Juul esista ancora, lo Juul da quattro offerte di lavoro all’anno, che riusciva a far cantare i testimoni muti, che faceva partire le giornate sempre prima – almeno per sé – perché stava seguendo una preda e aveva bisogno di luce.
Sa chi era.
Halldis non ha un verso per quelli come me? si chiede.
Certo che ce l’ha.
Halldis ha un verso per tutti.
Si ferma alla vista del gigantesco colosso giallo all’inizio di Urtegata. Per via dell’enorme logo sulla facciata, tutti credono che l’edificio ospiti solo la società di vigilanza, ma anche altre società private ed enti statali vi hanno sede. Come il www.123news.no, dove lavora Henning, un quotidiano on line che si promuove con lo slogan: «Notizie in 1-2-3», facili e veloci come contare fino a tre.
Non lo ritiene uno slogan eccezionale, ma non sono cose che gli importano granché. Sono stati buoni con lui, gli hanno lasciato il tempo di riprendersi, di ritrovare il terreno sotto i piedi.
Una recinzione di lance nere alte tre metri svetta fuori dall’edificio giallo. Il cancello ne è parte integrante e scorre lento di lato per far uscire un furgone della Loomis. Henning passa davanti a una piccola guardiola vuota e raggiunge la porta d’ingresso. Non si apre. Guarda dentro attraverso il vetro. Nessuno nei paraggi. Preme un lucido pulsante di acciaio con scritto reception. Una brusca voce femminile grida .
“Salve”, dice lui schiarendosi la gola. “Mi fa entrare?”
“Da chi deve andare?”
“Lavoro qui.”
Qualche istante di silenzio.
“Ha dimenticato il badge?”
Riflette. Badge?
“No, non l’ho ricevuto.”
“Tutti l’hanno ricevuto.”
“Io no.”
Ancora silenzio. Resta in attesa di un seguito che non arriva.
“Mi fa entrare?”
Un sonoro bzzzz lo fa sobbalzare. Il ronzio della porta. La tira verso di sé goffamente, entra e alza lo sguardo al soffitto. I suo occhi cercano subito un congegno rotondo. Aspetta che lampeggi la luce rossa.
Le grigie piastrelle di ardesia del pavimento sono nuove, non c’erano l’ultima volta. Quasi tutto in fondo è nuovo, se ci pensa. Vede grandi piante in vasi ancora più grandi, pareti tinte di bianco con una tecnica che non conosce. Adesso hanno anche una mensa, la trova sulla sinistra, dopo aver superato una porta a vetri che dà su un corridoio. La reception è sul lato opposto, al di là di un’altra porta a vetri. La apre ed entra. Di nuovo un congegno sul soffitto. Bene.
Una donna con i capelli rossi a coda di cavallo è seduta dietro il banco e lo guarda storto. Tambureggia freneticamente sulla tastiera del computer che ha davanti. La luce dello schermo si riflette sul suo viso accigliato. Dietro di lei le caselle della posta traboccano di carte, volantini, pacchi e buste da spedire. Alla parete uno schermo televisivo collegato a un computer. La prima pagina del giornale lo colpisce. Legge il titolo di apertura:
DONNA TROVATA MORTA
Quindi il sottotitolo:
La redazione non ha ancora potuto seguire il caso, pensa: titolo e sottotitolo danno la stessa informazione. Nemmeno i reporter sono stati sulla scena del crimine. La foto del nastro di recinzione della polizia è quella di un altro delitto.
Strano.
Henning aspetta che sia lei a notarlo. Niente da fare. Si avvicina, la saluta. Lei alza lo sguardo. Prima lo osserva come se l’avesse colpita. Poi, l’inevitabile. La bocca si apre, gli occhi li registrano: la faccia, i segni dell’incendio, le cicatrici. Non sono così grandi da mettere in imbarazzo, ma abbastanza perché la gente lo fissi un po’ troppo a lungo.
“Pare che abbia bisogno di un badge”, dice nel modo più cortese che gli riesce. Lei lo fissa ancora, prima di forzarsi a uscire dalla bolla in cui si è rifugiata. Inizia a sfogliare le carte che ha davanti.
“Sì, certo. Ehm... come si chiama?”
“Henning Juul.”
La donna si blocca di colpo e alza di nuovo lo sguardo. Sembra passare un’eternità, poi dice:
“Ah, è lei.”
Annuisce imbarazzato. La donna apre un cassetto, rovista tra le carte finché non trova un badge e una custodia.
“Ne avrà uno provvisorio. Ci vuole un po’ per farne uno nuovo, e poi deve farsi registrare al passaggio qui fuori prima di poterlo usare per aprire le porte e... be’, lo sa. Il codice è 1221. Dovrebbe essere facile da ricordare.”
Gli porge la carta.
“E devo farle una...




