Del Ponte | Per la giustizia | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 176 Seiten

Reihe: Saggi

Del Ponte Per la giustizia


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-6783-377-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 176 Seiten

Reihe: Saggi

ISBN: 978-88-6783-377-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Con questo libro, Carla Del Ponte, che con la Corte penale internazionale ha perseguito e processato i responsabili della guerra in ex Jugoslavia e in Ruanda, chiede giustizia per i molti crimini internazionali rimasti impuniti. Il libro nasce da alcune domande cruciali: dove viene violato il diritto internazionale? Come dovrebbe intervenire l'ONU? Come e da chi sono influenzate le decisioni del Consiglio di Sicurezza? Perché l'ONU si sta facendo strumento compiacente dei Paesi potenti? Carla Del Ponte racconta la sua pluriennale attività di diplomatica e di giudice, ripercorrendo processi, casi e i più importanti avvenimenti storici. La sua è una riflessione che mette a nudo le colpe delle Nazioni Unite e gli interessi che ostacolano il raggiungimento di una vera ed equa giustizia internazionale. Per la giustizia diventa un appello a perseguire il diritto delle vittime e la verità degli innocenti. Carla Del Ponte ci racconta il suo lavoro e le difficoltà che ha incontrato come Procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell'Aia, ma soprattutto ci spiega perché è necessario sapere tutto ciò. «Frankfurter Allgemeine Zeitung» Per la giustizia ci mette in guardia: il diritto internazionale sta andando in frantumi'. «Der Spiegel»

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I NOSTRI GIORNI


Sarà per deformazione professionale, perché sono stata un magistrato della pubblica accusa per tutta la vita, ma dopo aver provato sgomento e orrore di fronte a questa terribile guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, la prima cosa che ho pensato, davanti all’osceno spettacolo dei morti gettati nelle fosse comuni, è stata: “Speriamo che abbiano almeno identificato le vittime che stanno seppellendo”.

Il mio primo pensiero è stato, insomma, un “pensiero pratico”. Perché sapere se quei corpi sono di civili oppure di militari, e in quale circostanza quegli uomini sono stati uccisi, potrebbe essere di grande importanza per quelle che – me lo auguro – saranno le future inchieste del Tribunale penale internazionale dell’Aia. Ma per mettere Putin sul banco degli imputati, per spiccare contro di lui un mandato di cattura internazionale che lo inchiodi ai crimini commessi, saranno necessarie minuziose indagini per dimostrare che è responsabile di reati gravissimi, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, nonché l’utilizzo massiccio di armi proibite.

In questa quasi primavera del 2022 siamo tornati a confrontarci con atti ignobili come gli spari sui corridoi umanitari, le bombe sulle abitazioni, sulle scuole e sugli ospedali, l’uso di armi vietate dalla Convenzione di Ginevra, e perfino i missili ipersonici per tentare di abbattere la resistenza ucraina. Tutto questo sta sterminando non solo i soldati, ma le persone comuni, sta uccidendo migliaia di bambini, sta producendo uno spaventoso esodo di milioni di profughi verso tutta l’Europa, sta distruggendo le città, addirittura radendole al suolo, come nel caso di Mariupol, sta riducendo la popolazione alla fame. Assistiamo a vessazioni di guerra che ricordano periodi della nostra storia che pensavamo archiviati per sempre, come la deportazione dei prigionieri ucraini in zone lontanissime della Russia, dopo averli privati dei cellulari per comunicare. Assistiamo alla violenza contro le donne, giovani e anziane, violentate davanti ai loro mariti, e poi uccise, addirittura fatte a pezzi per evitare che si possa risalire alle singole responsabilità. Atti “sacrileghi” di una guerra “sacrilega”, come ha detto papa Francesco.

Con le atrocità compiute è diventato impellente garantire giustizia alle vittime, e la procedura si è messa subito in moto. Il procuratore della Corte penale internazionale dell’Aia Karim Khan ha aperto un’inchiesta dopo l’appello di quarantuno Paesi, compresa la stessa Ucraina, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha chiesto per primo che si attivi la giustizia internazionale contro i crimini di guerra commessi da Putin. E proprio la richiesta ucraina ha permesso al Tribunale dell’Aia – anche se con le astensioni dei giudici di Russia e Cina – di avere giurisdizione in materia e di avviare le inchieste.

Ma adesso bisogna partire subito, bisogna raccogliere tutte le prove disponibili, visto che stavolta la giustizia si è mossa in tempo, ossia a pochi giorni dai crimini commessi e dall’uccisione indiscriminata dei civili. Quest’inchiesta potrebbe essere di certo più semplice rispetto a quella sull’ex Jugoslavia e sui crimini commessi da Slobodan Miloševic, proprio perché è il governo ucraino, che ha subìto l’aggressione, a richiedere l’intervento della giustizia internazionale, agevolando quindi ogni indagine e garantendo la massima collaborazione.

Vedo molte analogie tra il comportamento di Putin in Ucraina e quello – che conosco bene – di Miloševic. Quest’ultimo si difendeva davanti alla propria opinione pubblica dicendo che stava combattendo contro “i terroristi”, mentre il leader russo afferma oggi che il suo è un intervento di “denazificazione” di un territorio. Spero però che tra i due ci possa essere anche un’altra analogia, e il presidente russo venga messo di fronte alle proprie responsabilità insieme ai politici e ai militari che le stanno condividendo.

Li immagino tutti davanti a un giudice internazionale, super partes, senza influenze politiche, messo nelle condizioni di esercitare il proprio compito in assoluta libertà, con l’intento di mettere in fila le tante prove che abbiamo sotto gli occhi. Spiccare un mandato di cattura internazionale per Putin dovrebbe essere il primo e il più importante atto da parte della comunità internazionale cosa che, purtroppo, non porterebbe al suo arresto, ma rappresenterebbe una forte presa di posizione collettiva. Con un mandato d’arresto sulla testa, per Putin sarebbe impossibile uscire dai confini del suo Paese, perché se lo facesse potrebbe essere arrestato. Ma si può ben immaginare quale sarebbe l’effetto di un mandato d’arresto in termini di prestigio e di autorità.

Per fortuna – secondo le norme comunemente condivise dagli Stati democratici – i crimini di guerra non vanno in prescrizione, non si cancellano mai, e i responsabili delle atrocità commesse possono essere processati sempre. Per le stragi in Cambogia i responsabili sono stati messi alla sbarra trent’anni dopo che i fatti erano accaduti. E se è vero che serve una risposta rapida, può essere comunque di conforto il fatto che la giustizia internazionale non si arrende. La giustizia non dimentica, e non va mai in prescrizione.

Oggi, a chiederci giustizia, è il popolo ucraino. È il presidente Volodymyr Zelensky, che lo ripete ogni giorno dall’inizio del conflitto. La gente lo dimostra con la propria disperazione quotidiana che arriva a noi con le immagini e le fotografie che rimbalzano sui mezzi di comunicazione. Quello che giunge da Kyiv è un appello drammatico, che non può essere ignorato, e la comunità internazionale, attraverso il Tribunale internazionale, deve rispondere subito e senza esitazione. L’alternativa sarebbe un’ingiustificabile impunità per questi criminali.

In tutti i miei anni di lavoro con la giustizia internazionale, anche di fronte ai tanti ostacoli incontrati, non mi sono mai chiesta “chi me lo ha fatto fare” e guardando quello che sta succedendo oggi credo fermamente che un diritto internazionale forte sia l’unica risposta da dare. Certo, non è facile, perché gli interessi che si toccano sono molti e la delusione di chi si impegna in prima linea e vede i propri sforzi frustrati è un rischio concreto. L’ho vissuta anch’io questa delusione, più di una volta, ma non mi sono mai arresa. Sono sempre riuscita a trovare motivazioni e spinte per superare i momenti di solitudine. Mi bastava guardare in faccia le vittime e sentire i loro drammatici racconti. Vedo tuttora davanti a me le donne di Srebrenica.

Credo che gli occhi che ho visto nella ex Jugoslavia o in Ruanda siano gli stessi che ci parlano oggi. Quindi, anche in questo caso, con l’Ucraina in ginocchio, dobbiamo pensare alle vittime e alla domanda di giustizia che ci rivolgono, non solo per restituire, seppur in parte, ciò che è stato loro tolto, ma anche per interrompere la catena di vendette che le guerre portano con sé, trascinandosi negli anni, chiamando sangue da sangue, violenza da violenza. Solo la giustizia riconosciuta a livello internazionale, da altre nazioni e da altri popoli, interrompe una spirale che altrimenti andrebbe avanti per faide, rivalse, odi indiscriminati.

Spesso però abbiamo visto che perseguire i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità non è la priorità degli Stati, la Siria purtroppo ne è il più lampante degli esempi, perché eventuali processi e successive condanne avrebbero intaccato gli interessi di qualcuno.

Proprio a causa di questa scarsa attenzione per le vittime, nel 2017 mi sono dimessa dalla Commissione di inchiesta indipendente dell’Onu sulla Siria, ma alla luce di quello che sta succedendo in Ucraina mi auguro che la vicenda faccia riaprire i dossier su quei delitti che tuttora continuano e che, ancora una volta, vedono Putin tra i protagonisti. A muoverci adesso deve essere un semplice assunto: i crimini contro i civili e i crimini di guerra contro l’umanità sono gli stessi ovunque vengano perpetrati.

Di fronte a uno scenario come quello ucraino le cose potrebbero cambiare, l’aggressione è evidente e le prove sono schiaccianti. Questo non vuol dire che si debba procedere a una giustizia a senso unico. Proprio com’è accaduto nella ex Jugoslavia, in cui sono stati avviati processi contro tutte le parti coinvolte, anche in questo caso un Tribunale internazionale dovrà valutare i misfatti e le colpe di entrambi gli schieramenti. La giustizia non è reale se è di parte, e se non c’è giustizia reale la pace rimane una chimera.

Questa nuova guerra conferma una mia convinzione profonda: oggi purtroppo l’Onu è diventato un organismo troppo indebolito e politicizzato. Di fronte alla guerra di Putin contro l’Ucraina le trattative di pace dovrebbero essere condotte dal segretario generale delle Nazioni Unite, dovrebbe essere lui a perseguire e coltivare il valore della pace. E invece non è così, e la pace diventa un obiettivo che nessuno riesce davvero a tramutare in realtà.

Oggi guardiamo attoniti a quello che sta accadendo in Ucraina. Ma vedendo quelle immagini che scorrono, sempre più cruente, davanti ai nostri occhi, dobbiamo convincerci che non siamo impotenti, perché la speranza in una...



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