De Roma | Il principe rosa | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 252 Seiten

De Roma Il principe rosa


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5636-122-9
Verlag: Fandango Libri
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 252 Seiten

ISBN: 979-12-5636-122-9
Verlag: Fandango Libri
Format: EPUB
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Maristella è sempre stata una bambina saggia, innamorata di suo padre, il dottor Spiga, ai suoi occhi privo di difetti, se non una misteriosa malinconia, della quale è senz'altro responsabile il mondo, con le sue ingiustizie e le sue meschinità. Tra le lunghe estati al Poetto e le gite nell'entroterra sardo, l'esempio del padre, medico comunista, e il mito di Madre Teresa di Calcutta hanno fatto nascere in Maristella bambina il desiderio di mettersi al servizio del mondo, per cambiarlo, forse perfino per salvarlo, ma la vita degli adulti spesso non è all'altezza dei sogni dell'infanzia e quella di Maristella Spiga non fa eccezione. Quarantenne scettica e allampanata, insegnante di scienze precaria, dopo la morte del padre, trova finalmente il coraggio di mettersi alla prova in un viaggio a Calcutta, dove nulla sarà come se lo era immaginato. Soltanto a Nizza, durante un viaggio con le amiche, troverà invece il modo di fare i conti con i propri sogni e con ciò che le resta, ritrovandosi davanti a una svolta che la sua lettura razionale e quasi disincantata della realtà non avrebbe mai lasciato prevedere. E, usando le parole di Michela Murgia, la scrittura di Alessandro De Roma 'ha il potere delle verità taciute, la forza di metterti davanti a quello che ti de intorbisce l'aria, l'acqua e il cuore', nel Principe rosa lo scandaglio dell'animo umano nell'attimo in cui scopre se stesso e accetta le proprie incertezze racconta qualcosa di ognuno di noi.

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4. Il romanzo di Barbara e Carlo


Carlo Spiga e Barbara Altea si erano visti per la prima volta nel 1949 a Sardara.

Lui aveva tredici anni e indossava una camicia bianca abbottonata fino all’ultimo occhiello. Era una torrida settimana di inizio settembre, e stavano facendo il giro delle vigne e degli orti di famiglia: cinque o sei appezzamenti di terreno, non confinanti tra loro che, tutti assieme, riuscivano a dare a malapena il vino sufficiente per il fabbisogno della famiglia e ripagare i braccianti.

Giovanni Spiga esercitava con successo la professione di avvocato, così come era accaduto a suo padre e così come sarebbe senz’altro accaduto a suo figlio.

Impossibile immaginare allora che Carlo avrebbe invece scelto di cominciare ogni cosa da capo, coniugando gli interessi familiari e l’esigenza di una professione borghese con la vocazione sociale di suo nonno Eugenio, che era stato socialista. Impossibile immaginare che si sarebbe messo a maneggiare stetoscopi e lacci emostatici, per giunta in qualità di medico generico, curando le frattaglie del corpo invece che le intemperie del carattere.

Presto la grande casa di Sardara sarebbe ammuffita, abitata una o due settimane all’anno, e sostituita dalla casa cagliaritana di via Milano. E Sardara sarebbe stata, per Maristella e Valentina bambine, solo un tour annuale, in visita a parenti lontani per raccogliere doni in frutta e altri prodotti dei campi, e ascoltare i laconici ricordi del dottor Spiga, che raccontava della grande casa che c’era stata e nella quale era cresciuto, proprio là dove ora c’era una palazzina moderna di tre piani, con il piccolo appartamento usato dalla famiglia come “punto d’appoggio”.

Ogni volta che andavano nel paese della sua infanzia, il padre di Maristella che, mentre guidava, non parlava mai, diventava loquace: poco prima di arrivare indicava il luogo in cui c’era stata la vigna dove aveva visto sua moglie la prima volta.

Ma non si poteva davvero guardarla: bisognava soltanto immaginare, perché ora, al posto delle viti, c’erano solo sterpaglie e un cumulo di sacchetti di plastica blu e bianchi gettati dalle auto in corsa sulla nuova statale.

Un tempo, accanto a quella vigna, c’era una casa diroccata, con il tetto in una sola stanza, il pavimento di terra battuta e le galline che entravano e uscivano da una finestrella che si apriva su un grande stanzone del quale restavano soltanto due mura e una piccola porzione di tettoia ricoperta di paglia. Barbara era la bambina di sette anni che, a piedi nudi, portava l’acqua fresca della fonte agli uomini e alle donne che coglievano l’uva.

Barbara.

Come raccontare e come rimettere insieme quella triste e misteriosa bambina con gli occhi di diavolo, con la donna che gli stava accanto sogghignante da trenta anni? Madre delle sue bambine. Sgravata, dissipata di ogni fascino.

Da piccola la chiamavano “la negra”, per via dei capelli ricci e della carnagione scura. Era l’epoca in cui in paese – ma non in casa Spiga – circolavano ancora fumetti di propaganda fascista che risalivano a una dozzina d’anni prima, alla campagna per la guerra d’Etiopia, ed erano pieni di una visione distorta delle cose: di donne abissine e di aitanti selvaggi guerrieri italici. E quando Carlo, castano, alto, chiaro, orgoglioso dell’impresa che sarebbe stata quel suo matrimonio, degno del nonno socialista e degno di un angelo, quindici anni dopo la condusse all’altare, non poté evitare di sentire un brivido di orgoglio, perché sposava “la negra” dai piedi scalzi. Figlia di pezzenti e, peggio che mai, di pezzenti grati agli Spiga.

Gli Spiga che avevano regalato alla famiglia di quella bambina una parvenza di casa, anche se era solo poco più di un rudere in fondo a una vigna.

Barbara, da ragazzina, aveva trascorso troppe ore a riordinare e pulire i pochi beni della sua baracca, scalza sulla terra battuta, e altrettante ore le aveva passate a invidiare la casa degli Spiga, in un miscuglio di desiderio e cupidigia, di incantamento e malocchio che non poteva che infrangersi un giorno in quella vita di mugugni che sarebbe diventata il suo matrimonio.

Quel fondaco di miseria sotto gli occhi sarebbe diventato il grimaldello di un matrimonio fatto di buoni propositi non corrisposti.

Dopo l’infanzia, Carlo Spiga l’aveva rivista nel 1962; quando ormai era una ragazza ben vestita, che teneva con sicurezza il banco dei salumi e dei formaggi nel negozio di generi alimentari che suo padre aveva aperto in paese. Vero emporio, cuore pulsante del piccolo commercio locale.

L’aveva chiesta in moglie soprattutto per la certezza di non poter avere un rifiuto. Fu comunque un atto frettoloso, compiuto per disfarsi del peso di una vita che cominciava a scivolare nell’ignavia, perché non era mai riuscito davvero a innamorarsi di nessuna ragazza.

La malinconia della solitudine lo affliggeva già a trent’anni, e gli ottundeva la mente.

Pur essendo un uomo pieno di pregi, Carlo Spiga aveva il terribile difetto di persistere nella cattiva strada, solo per non dover ammettere una sconfitta. Un tipo all’antica, per l’appunto. Un rimasuglio dell’Ottocento, come diceva già Barbara alle altre giovani mamme, dopo soltanto due anni di matrimonio, quando la bellissima Valentina era già nata e lei la portava a passeggiare al terrapieno di Cagliari.

“Noi non vediamo mai nessuno”, si lamentava, “non facciamo mai niente.”

Eppure, erano ancora gli anni dorati di via Milano. Tra tutto ciò che avevano, assieme forse ai riccioli biondi di Valentina, quella dimora signorile era l’unico elemento che corrispondeva alla vita che lei aveva sognato prima del matrimonio.

L’esistenza agiata e borghese, pur accanto a un uomo che restava uno sconosciuto, avrebbe dovuto darle molta più gioia; invece, a venticinque anni, Barbara si sentiva vecchia e corrotta; non per aver seguito la sua ingordigia, ma per averla mal riposta: accettando quel matrimonio, si era fatta prendere dall’ansia di una vita migliore, senza aver mai davvero fatto bene i calcoli, e senza aver neppure mai pensato a che cosa fosse in sé la vita.

Non era possesso, non era suscitare invidia, non era riscatto.

Ora, queste cose, le sapeva.

Ma continuava a non sapere cos’altro fosse.

Comunque, non era stata colpa sua: nel 1964 ancora ci si poteva sposare per pura convenienza, senza vergognarsi di sé e senza pensare di potersi pentire. La parola matrimonio significava comunque promozione: e il nome Spiga era oro.

Ma erano bastati due anni per accorgersi dell’errore.

Se avesse potuto immaginare prima come sarebbe diventato il mondo negli anni Settanta e Ottanta, se avesse potuto immaginare tutta la libertà che sarebbe arrivata, non avrebbe mai sposato quell’uomo. Si poteva ben dire che, aspettando, con un po’ di pazienza, si sarebbe potuta costruire una vita migliore anche da sola, senza dare via la giovinezza come se non sapesse cosa farsene.

Ormai, però, non c’era nessuna possibilità di tornare indietro.

Una donna di provincia, con due figlie, matura e nata povera, non divorzia, neppure dopo il 1970. Soprattutto se suo marito è ricco e la tratta con rispetto.

Adolescente capricciosa, per lei tutti, magari senza dirlo, avevano previsto un futuro incerto, forse macchiato da qualche scandalo o da una tragedia: lei che era stata trovata da sua madre a fumare a dodici anni; lei che passava il tempo a leggere i fotoromanzi di Grand Hotel rintanata dietro le confezioni della varechina, le scope e gli stracci da cucina negli angoli bui del negozio.

Quel negozio, L’emporio Altea, aperto nel 1958, si sarebbe rivelato poi l’inizio di una fortuna che avrebbe vanificato in realtà il suo matrimonio di convenienza e portato infine, agli inizi degli anni Ottanta, le famiglie Spiga e Altea a un insospettabile pareggio economico e sociale; specialmente dopo la vendita della casa di via Milano, sulla quale era stata costruita la proprietà plebea degli appartamenti di viale Sant’Avendrace, in un quartiere popolare e dalle strade in perenne disordine. Presto, con gli ulteriori acquisti, i loro appartamenti sarebbero divenuti la metà di un intero palazzo (l’altra metà, per giunta, acquistata dalla sorella di Barbara, Maria, coi ricavi del negozio di alimentari, ereditato dai genitori, e diventato intanto minimarket e poi supermarket).

Barbara era ormai una donna sola e poco allegra. Suo padre e suo marito parevano troppo simili a tavola il giorno di Pasqua, mentre centellinavano i ravioli di ricotta con la cautela di chi considera il cibo uno svago disonesto. Procurarselo, meritarselo, quella invece era la vita.

Suo padre era contadino nell’anima e lo sarebbe sempre rimasto. Contadino e povero, nonostante la fortuna del supermercato.

Suo marito si divertiva a fingere di esserlo, per contraddire il suo nome e il conto in banca; e proprio perché era umile senza necessità, si piccava di esserlo più di tutti gli altri.

Lei, che della sua inquietudine giovanile aveva finito per conservare solo i difetti, era diventata comunque una madre, più o meno attenta, più o meno affidabile. E una padrona di casa. E, senza neppure accorgersi, aveva finito anche per rimpiangere la vita disordinata e peccaminosa che non aveva mai vissuto, ma che molti avevano previsto per lei quando era ragazzina.

L’unica cosa che Barbara e Carlo, da anziani coniugi, facevano ancora assieme, e con piena soddisfazione, era mangiare in piedi contro il lavello della cucina la frutta di stagione portata da Sardara o comprata al mercato di via Pola, accumulando i semi in...



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