E-Book, Italienisch, Band 54, 192 Seiten
Reihe: Le storie
d'Ayala Il Viceré
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-81695-32-0
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Storia misteriosa di Vito Guarrasi, l'avvocato del potere
E-Book, Italienisch, Band 54, 192 Seiten
Reihe: Le storie
ISBN: 979-12-81695-32-0
Verlag: Zolfo Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Giornalista, scrittore, lavora al Giornale Radio della Rai. Precedentemente, per molti anni, ha fatto parte della redazione cultura del TG3 nazionale. Ha realizzato numerosi speciali su politica estera e cultura e si occupa di temi inerenti la mafia e la criminalità organizzata.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
La Sicilia dai tempi dei tempi costituisce, per potenze sempre estranee, un grande campo di giochi dove sperimentare il proprio potere, saggiare quello dell’avversario, costruire modelli di governo da applicare eventualmente in altri luoghi. Le tante dominazioni subite ne hanno inevitabilmente forgiato il carattere antropologico modellandolo in maniera assai diversa e molto più variopinta di tanti posti del Mediterraneo. Si detesta, pur proclamandosene innamorati, un leader assoluto nato e cresciuto nell’isola. Meglio farlo venire da fuori con promesse di fedeltà che poi vengono in tempi, più o meno lunghi, annacquate via via che la convivenza prosegue. I siciliani hanno con il potere costituito un rapporto curioso. Sentono sempre che il dominatore di turno è precario in questa terra enigmatica. Di conseguenza il comportamento è di fedeltà solo formale e temporanea nei confronti di chi governa. Nella sostanza loro osservano il potere, lo studiano, lo analizzano e imparano i suoi vizi e comportamenti. Fanno tutto questo in maniera così intelligente da assomigliare al proprio padrone anche nelle sembianze, ma non vogliono assolutamente prenderne il posto. Sono piuttosto simili alla mosca cocchiera nel precedere i suoi desideri, le direzioni, il suo stesso pensiero ma rimangono gregari, indispensabili, ma gregari.
Dunque in Sicilia da millenni si gioca una partita parallela fra potere costituito e popolazione. I siciliani non diventano parte integrante del potere ma partoriscono paradossi di potere che si occulta alle spalle di quello legittimo del momento, divenendone dei veri e propri vicari. Ne parla per primo Cicerone nelle , ovvero l’orazione del processo contro Verre, governatore corrotto proprio dell’isola, che lui istruisce per conto della repubblica di Roma. Lo accusa raccontando le sue nefandezze, ma non mancando di notare nei gangli del potere: «oscuri partiti, che non minacciano quello costituito, ma che all’ombra dello stesso coltivano i propri interessi privati che con la gestione della non hanno nulla a che fare». Il grande legislatore aveva fotografato la realtà sociale dell’isola, rimasta sostanzialmente immutata da allora. Il potere costituito situato nei palazzi preposti e distanti e il sottopotere sparso per le città e molto alla vista di tutti.
Il sottopotere, per interesse e in quanto portavoce del popolo, tende a voler far capire al potere la propria utilità nella gestione degli affari correnti e, proprio come la mosca cocchiera, suggerire al potere eventuali aggiustamenti di rotta. Questo agire viene anche millantato con il popolo che così, rapportandosi non con i distanti dominatori, spesso stranieri, ma con i conterranei, si sente ascoltato. Ovviamente questa mediazione è a vantaggio esclusivo solo della classe del sottopotere. Galleggiare lì in mezzo, essere indispensabile a tutti, per spiegazioni e chiarimenti o qualunque servizio richiesto, è proprio l’obiettivo. In tanti secoli di dominazioni le figure preminenti di questa sottoclasse hanno avuto diversi nomi, i più usati sono stati quelli di governatore e quello di Viceré. Ecco dunque le figure di mediazione a cui l’immaginario popolare decide di attaccarsi. Figure che, come una classe sacerdotale, si pongono fra gli ultimi e dove si può ciò che si vuole. E che ambiscono in cambio della loro mediazione continua a un compenso che consiste in un riconoscimento.
Una sorta di burocrazia della gestione di una macchina assai complessa che non può, come nessuna macchina umana, andare avanti solo per volontà di chi è in alto ma anche, e soprattutto, con la partecipazione attiva, o quanto meno la neutralità, di chi è in basso. In mezzo loro, i veri manovratori. Una società prospera solo se la comunicazione fra basso e alto è fluida, altrimenti il meccanismo è destinato a incepparsi. In questo gioco con molti protagonisti, in cui i più noti, lo ripeto, vengono da fuori, si evolve la storia della Sicilia. Una storia sempre capace di percorrere, per l’ennesimo paradosso tutto isolano, anche, e nello stesso momento, un proprio tragitto, come se per volontà di chissà quali Dei ci fosse un altro percorso, lungo strade spesso non parallele a quella principale. Una doppia realtà, quindi, che non va sempre verso la medesima direzione.
Ecco allora che dalle pagine della storia di quest’isola grandi uomini, donne e miti vengono a presentarsi meravigliosamente e confusamente alla nostra attenzione. Si parte certo dalle antiche storie. Polifemo, il ciclope, figlio di Poseidone che, vivendo da troglodita in una grotta, viene scoperto da un gruppo di greci, ritornati baldanzosi da Troia, che raccontavano di averlo accecato perché non aveva rispettato le leggi dell’ospitalità volute da Zeus. Lui, va detto, ne aveva sgranocchiati alcuni perché seccato di averli trovati nella sua grotta. Ma lui è anche il primo che difende l’isola dagli intrusi. Dal mito alla storia, ecco città come Selinunte che decidono di non onorare più gli Dei e per questo vengono distrutte da spaventosi terremoti che azzerano il loro orgoglio autarchico. E ancora, terribili tiranni siracusani, greci ma naturalizzati, che chiudono in grotte piene di echi i soldati della grande Atene del V secolo avanti Cristo, venuta a conquistarli. Il tentativo è sempre quello di difendere la propria indipendenza. Sono gli stessi che battono e cacciano i punici che in Sicilia fondano città come Mozia.
Poi la difesa continua quando i romani decidono di conquistare Siracusa, dove il loro avversario non è uno stratega ma un geniale scienziato: Archimede, che ha studiato matematica in Egitto. Si oppone alle legioni e alle triremi con specchi ustori e la , gigantesca tenaglia che rovescia le navi nemiche. Il suo corpo si perderà nella mischia seguita alla conquista della città e lui avrà una tomba solo nel capitolo finale della saga di . Sono tutti eroi locali che però perdono con chi arriva da fuori.
Ecco gli arabi che dal Nord Africa portano in Sicilia sistemi di irrigazione sofisticati e gli agrumi, oltre a una civiltà raffinatissima. Prima di loro i bizantini eredi di quei greci che erano giunti secoli prima. Nel nuovo millennio, come in una crociata, varcano lo Stretto di Messina i Normanni con alla testa il conte Ruggero, biondo come un demone dei ghiacci, capo di poche ma disciplinatissime truppe, che trasformano la Sicilia in un in arabo il giardino del paradiso, dove le culture dei dominati si mischiano senza dolore a quelle dei vincitori, dando il via a un’epoca d’oro madre della civiltà moderna con un imperatore, figlio di un germanico e di una normanna, che diede vita a una corte di sapienti paragonabile solo alla Baghdad dei califfi Abbasidi o alla Spagna moresca. Ma anche lui non durò.
Federico II, diventato autoctono, deve difendere la Sicilia dai molti appetiti venuti da fuori, soprattutto dalla Francia e dai papi di Roma alle prese con un attacco all’autorità che l’imperatore siculo-germanico porta contro l’autorità pontificale per la quale, invece, il timor di Dio è l’unico antidoto per avere il potere. La conoscenza mediata dall’imperatore delle antiche sapienze recuperate dall’Oriente è troppo pericolosa per un papato ormai ridotto a una partita fra famiglie nobili arroccate sulle rovine dell’Urbe.
Troppa invidia per questo piccolo paradiso pieno di tante spine. Troppo aperto a convivenze fra religioni. Troppo avanti i suoi scienziati e i suoi matematici, Fibonacci in testa. Troppa intelligenza e cultura per il mondo di allora ancora e a lungo immerso in un medioevo oscuro. Gioco facile per la Chiesa dichiarare Federico imperatore l’Anticristo, venuto a portare il caos. Si decide così, dopo la sua morte e lo sterminio dei suoi discendenti, di far calare un re francese, meglio, il fratello di un re. Durò poco anche lui. Grazie al carico eccessivo di tasse dei conquistatori una rivolta si sparse per tutta l’isola costringendo i transalpini a riparare a Napoli, pena il linciaggio. I siciliani si erano resi protagonisti della loro indipendenza ma pensarono anche questa volta, come altre successivamente, di chiamare una potenza straniera a dominarli: stavolta è il turno degli Aragonesi, uno dei due regni cristiani che cercavano di disputare la Spagna ai Mori. E così l’indipendenza finì sotto i colori giallorossi di Aragona e una lunga guerra sancì, alla fine, il dominio spagnolo dell’isola sotto bandiere rette da orgogliosi a cui ora anche i siciliani volevano assomigliare. Secoli dove il dominio dei re spagnoli insieme alla sopraggiunta Inquisizione modellano apparentemente la società siciliana, che si adegua di buon grado al nuovo ordine e pur non rinnegando le radici composite si pone come figlia prediletta della Corona di un impero dove il sole non tramonta mai.
Messina, già il più importante dei porti siciliani, diventa il quartier generale da cui salpa la flotta con la croce per distruggere quella della mezzaluna in un golfo greco di nome Lepanto. Era il 7 ottobre 1571.
Anche qui un paradosso. Una grande flotta composta da molte marine è comandata ufficialmente da un giovanotto spagnolo, figlio naturale di un imperatore e fratello di un altro imperatore, ma in realtà è guidata da un vecchio ammiraglio veneziano dal carattere terribile e dai piedi deformati dall’artrite. È lui che cerca disperatamente la vittoria contro i Turchi e la ottiene solo grazie ai suoi stratagemmi. Due mesi prima Venezia aveva perduto l’isola di Cipro difesa da pochi eroi contro decine di migliaia di giannizzeri. Cipro ha in comune...




