E-Book, Italienisch, 290 Seiten
Davis Il luogo sottile
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-941-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 290 Seiten
ISBN: 978-88-7521-941-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Il luogo sottile», secondo la mitologia celtica, è quello in cui la membrana fra il mondo fisico e quello spirituale si fa più cedevole; in questo romanzo originalissimo e affabulatorio, il luogo sottile è Varennes, piccolo centro attorno a un lago del New England dove si intrecciano le vite e le voci di un coro di personaggi: la giovane Mees, che scopre all'improvviso di avere il potere di restituire la vita a ciò che è morto, le sue amiche sul limitare dell'adolescenza, le anziane (ma tutt'altro che spente) signore della casa di riposo, un impenitente dongiovanni di mezza età, due minacciosi sconosciuti che turbano la quiete della cittadina (e saranno protagonisti di un drammatico finale) - ma anche i cani e i gatti degli abitanti, i castori che popolano il lago, perfino i licheni e i fiori che ne ricoprono le sponde. Un microcosmo brulicante di vita - misteriosa, paradossale, a volte violenta - che Kathryn Davis sa ritrarre con la maestria di una scrittrice già «classica», paragonata a Virginia Woolf, Gabriel García Márquez e a Karen Blixen.
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La cascina di Billie Carpenter era quasi esattamente di fronte alla spiaggia municipale di Varennes, nascosta in mezzo agli abeti in una caletta dove aveva preso dimora la stessa famiglia di anatre che Andrea Murdock spesso guardava dalla sua legatoria. Erano più o meno le sette e mezzo – da lì a mezz’ora sarebbero dovuti arrivare i Murdock per cena – e il sole non era ancora del tutto tramontato, anche se, dato che la casa era circondata dagli abeti su tre lati, era difficile dirlo con certezza, malgrado qualche stria rosso-rosata sulla superficie dell’acqua. Sopra la spiaggia il cielo si stava già tingendo di un viola-grigio-azzurro, però non aveva ancora perso l’opacità del giorno, e la luna piena sembrava la cicatrice di una vaccinazione. Una volta si riusciva a capire l’età di una persona a seconda della presenza di quella cicatrice, pensò Billie, ma come tante altre cose, anche quella col tempo stava cambiando.
Sulla spiaggia c’era ancora parecchia gente, probabilmente ragazzi, rimasti lì a fumare, e le punte arancioni delle sigarette si muovevano nel buio come se stessero cercando di mandare messaggi. In lontananza, oltre la spiaggia, Billie sentiva un suono di latrati che riecheggiava sul lungo crinale che seguiva Lake Road da Canton a Varennes e proseguiva fino in Canada: l’Adder Ridge, la «cresta delle vipere», così chiamata per via dei serpentelli innocui che vivevano nelle sue foreste; i vecchi le chiamavano serpi del latte perché si intrufolavano nelle stalle e succhiavano dalle mammelle delle vacche. Ormai le anatre stavano per addormentarsi. Nuotavano pure nel sonno, immaginò Billie, e si ritrovò a desiderare anche lei il suo letto, nella sua stanza, che continuava ad avere un rassicurante odore di umido e provvisorietà anche se stava lì da un anno.
Una cascina, non proprio una casa. Un posto in cui si poteva andare di tanto in tanto per allontanarsi da casa, ma se uno ci abitava davvero significava che una casa non ce l’aveva, e quindi che non aveva neanche una vita: condizione che fino a poco tempo prima a Billie era apparsa del tutto desiderabile.
Gran parte dei mobili li aveva trovati già dentro la cascina. Il letto, per esempio, così come il comò di legno d’acero con cui faceva e il copriletto di ciniglia verde menta. E anche tutti i mobili del soggiorno, fra cui un divano e due poltrone con grossi braccioli di legno e dei cuscini bitorzoluti stampati con le stesse figure che si vedevano un tempo sull’imbottitura dei sacchi a pelo dei boy scout. Una lampada da tavolo di legno che si accendeva con la maniglia di una pompa, fabbricata da qualche precedente proprietario nel laboratorio di falegnameria alle superiori, il paralume tenuto al suo posto con delle mollette per i panni, nonché una piantana «moderna» degli anni Cinquanta, con tre paralumi orientabili simili ai caschi per la messa in piega di un parrucchiere. Due tavolinetti eleganti di mogano a due ripiani, un tavolino finto-rustico che aveva una sagoma grosso modo simile a quella dello stato del Vermont, e un grande posacenere rosa salmone a forma di mano aperta col palmo in su. L’immagine, ritagliata da una rivista e incorniciata, di un cottage inglese circondato da cespugli di malva. Una stufa a legna.
Le uniche cose di proprietà di Billie, in soggiorno, erano i suoi sandali, un taccuino e una pila di giornali.
La cucina era impregnata dell’odore di curry e, a parte le tovagliette da tè bianche coi disegni di galli rossi lungo il bordo che Billie usava come tovaglioli, i tre posti sul tavolo grigio di formica erano palesemente apparecchiati con stoviglie di provenienza esterna: le posate erano di argento sterling, i piatti di porcellana fine, i bicchieri da vino di cristallo. Neppure il candelabro d’argento era del posto, anche se, a differenza degli altri oggetti, non era un regalo di nozze dei suoceri speranzosi, che non avevano mai smesso di tentare di trasformarla in una perfetta donna di casa, ma l’aveva comprato Billie stessa per sbaglio in un’asta.
Squillò il telefono. Le sette e un quarto. Dio, ti ringrazio, pensò. Sono loro che dicono che non vengono. Ma perché uno invita la gente se poi non vuole che venga?
Solo che non erano i Murdock, era Piet Zeebrugge. Alle sette e un quarto di una domenica sera: dov’era la sua compagna, Chloe? Billie si sentì di nuovo ragazzina, nascosta in fondo all’armadio della madre in mezzo a un mare di scarpe coi tacchi alti, a parlare con Kenny Kottler. Sopra la sua testa, vestitini di taglie impossibili appesi a stampelle rosa imbottite, e ovunque un profumo di Chanel N. 5. Ovviamente Kenny chiamava solo per farsi aiutare coi compiti di inglese e per subissarla di domande su Sara Dinard.
«Parlo con Billie Carpenter?» disse Piet. «Scusa se ti disturbo a casa».
«Non ti preoccupare» disse Billie. «Non stavo facendo niente», anche se mentre queste parole le uscivano di bocca si ricordò che era l’ultima cosa al mondo che bisognava dire a un maschio. Vedeva dei fari di macchina avvicinarsi da sud, illuminando da sotto gli alberi che costeggiavano la strada, un effetto scenografico accentuato dal fatto che i Murdock, o chiunque fosse, tenevano i finestrini abbassati e stavano ascoltando una radio country a tutto volume.
«Dobbiamo parlare» continuò Piet. «Scusa. Detto così suona un po’ melodrammatico». Billie sentì un tappo che saltava e il di un liquido versato da una bottiglia. Poi una voce di donna, e Piet che copriva il ricevitore con la mano. «I walkie-talkie» gli sentì dire, e la donna rise.
Billie Carpenter era una creatura strana. Aveva scelto una confessione religiosa in cui era essenziale arrivare in fondo alle questioni, eppure in cuor suo credeva che quel fondo non esistesse. Andava a messa regolarmente, eppure in cuor suo trovava quasi impossibile credere in Dio. Ma com’è ovvio non ammetteva mai queste cose apertamente, e dunque la gente la considerava una donna dalle forti convinzioni. Aveva il tipo di faccia – quasi brutta, con il naso lungo e stretto, le labbra sottili e gli occhi marroni incassati – che confermava questa impressione, nonostante il fatto che portava i capelli bruni lunghi sulle spalle, come una ragazzina, e aveva il corpo coperto di lentiggini. Il suo ex marito era una delle poche persone che sapevano tutto questo sul suo conto, ma – ed erano altrettanto pochi a saperlo – il suo ex marito era morto. Era stato ucciso. Ucciso! Chi conosceva qualcuno che era stato ucciso?
Una macchina imboccò il vialetto, spandendo un ventaglio di luce sopra il lago. Una donna tradita stava gridando il suo dolore a pieni polmoni, il timer del forno suonava e Piet le stava spiegando che il consiglio parrocchiale aveva deciso che i responsabili dell’accoglienza dei fedeli dovevano portare con sé dei walkie-talkie, in caso di emergenze, e aveva chiesto a lui di occuparsene.
Walkie-talkie? Billie si immaginò dei barattoli collegati da un filo. «Emergenze di che tipo?»
«Non ti preoccupare» disse Piet. «Te lo spiego in un altro momento. Adesso mi sembri un po’ occupata».
«Ti richiamo io» promise Billie.
Ovviamente se uno si metteva a chiamare la gente poi finiva per invitarla a cena, e poi gli toccava cucinare, e alla fine si ritrovava gli ospiti lì in cucina, con uno sguardo deluso negli occhi e una bottiglia di vino in mano.
Andrea era più robusta di come Billie se la ricordava, ma anche più graziosa. Aveva i capelli ricci e corti senza un’ombra di grigio e occhi straordinariamente lucenti e quelle che non si sarebbero potute definire se non due labbra carnose. Il marito, Daniel, puzzava di fumo e aveva un aspetto un po’ bizzarro, tipo gli albini, ma sexy. Era anche, aveva saputo Billie, sordo da un orecchio.
«Non metto piede qui dentro da quando i proprietari erano i Lester» disse Daniel. Forse quella non era una smorfia beffarda, magari era costretto a contorcere la faccia in quel modo per sentirci meglio. «All’epoca la usavano soprattutto come capanno per la caccia» aggiunse. «Squartavano i cervi proprio su questo tavolo».
«Sono sicura che non è lo stesso tavolo» disse Andrea, anche se aveva l’aria dubbiosa.
Billie accese le candele; si sedettero. Il vino si rivelò sorprendentemente buono e contribuì molto a rinfrancarle l’umore. Andrea, che sosteneva di non bere mai, diventò subito brilla. «Questo pasticcio è delizioso» disse a bocca piena, masticando. «Devi darmi la ricetta. Danny, non è squisito?»
Daniel scosse la testa e si indicò la bocca. Ma il gesto si riferiva alla sua impossibilità di parlare o alla qualità del pasticcio (che in effetti a Billie non sembrava tanto male, anche se forse aveva un po’ esagerato col curry)?
«A casa nostra il cuoco è Danny» spiegò Andrea. «In cucina è un genio. Quando non c’è lui, muoio di fame».
«Non è vero» ribatté Danny, svuotandosi la bottiglia nel bicchiere. «Basta guardarla».
«Appunto» disse Andrea. «Guardami». Aveva un’espressione compiaciuta e sorniona. «Quando non ci sei, divento uno stecchino».
«Ammettilo, Andy. Mi hai sposato per avere sempre la pancia piena».
«Sono un aspirapolvere» spiegò Andrea allegramente, mettendosi altro pasticcio nel piatto. «Sinonimo di “onnivoro”, fra gli scienziati».
«Adesso basta, tesoro. Stiamo annoiando la padrona di casa».
Se una donna single invita a cena una coppia, spesso e volentieri si caccia nei guai da sola. Anche se solo per la durata della cena, potrebbe esserle richiesto di prestarsi alla creazione di un oggetto triangolare...




