E-Book, Italienisch, Band 391, 320 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Dagerman L'uomo che non voleva piangere
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7091-751-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 391, 320 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-751-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Anarchico lucido e appassionato incapace di accontentarsi di verità ricevute, militante sempre in difesa degli umiliati, degli offesi e dell'inviolabilità dell'individuo, Stig Dagerman (1923-1954) appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus e resta nella letteratura svedese una figura culto che non si smette mai di rileggere e riscoprire. Segnato da una drammatica infanzia, intraprende molto giovane una folgorante carriera letteraria bruscamente interrotta dalla tragica morte, lasciando quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli che continuano a essere tradotti e ristampati. Iperborea ha pubblicato Il viaggiatore, Il nostro bisogno di consolazione, Bambino bruciato, I giochi della notte, Perché i bambini devono ubbidire?, La politica dell'impossibile, Autunno tedesco e Il serpente e la raccolta di poesie Breve è la vita di tutto quel che arde.
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L’uomo di Milesia
Sono arrivato in una zona della città dove, prima d’allora, non avevo mai messo piede. Se avessi saputo fin dall’inizio cosa sarebbe successo sarei stato più attento a dove andavo e, se non avesse nevicato, non sarei mai andato in quella direzione. Ma tutta la città era avvolta in una nube di neve, la vista era oscurata dai fiocchi e a fatica si intravedevano le case. Le strade innevate si assomigliano tutte, a prescindere dal fatto che siano ricoperte di un lucido asfalto di prima qualità come a Tropico, il quartiere dei ricchi; che siano lastricate con una certa regolarità come a Milesia, dove abitano soprattutto quei poveri che sperano ancora di diventare ricchi; o che siano solo dei miseri viottoli dissestati, cosparsi di ghiaia, come a Sirley, il sobborgo dei poveri senza più speranza.
Camminavo più o meno da un’ora: le mie attività lasciavano ampio spazio a passeggiate e riflessioni. Un piccolo borghese disoccupato che cercava con le sue ultime forze di tenersi aggrappato a Milesia. Poi, all’improvviso, ha smesso di nevicare e l’aria si è fatta limpida e gelida. Ricordo che, stupito dall’aspetto che avevano le case intorno a me, mi sono fermato come ad annusare l’atmosfera. Proprio allora, dalla feritoia di una cantina lì vicino è salito un odore terribile, aspro, impossibile in qualsiasi luogo che non fosse Sirley. Ho ripreso a camminare, una finestra si è aperta sull’altro lato della strada e senza volerlo mi sono ritrovato testimonio di un tremendo bisticcio tra coniugi, che è terminato con gli orribili gemiti di uno dei litiganti. Non c’era più alcun dubbio, ero a Sirley.
Ricordo che, spaventato e curioso al contempo, ho proseguito lungo quella strada lunga e stretta, ancora deserta, bianca e priva di impronte nella neve appena caduta. Sono arrivato a una piccola piazza, circondata da basse case di legno con la vernice scrostata. Al centro c’era una pompa nera con il naso tappato da un ghiacciolo, mi sono avvicinato e ho provato ad azionare il manico, ma di acqua non ne è uscita. Tipico di Sirley, ho pensato. A quel punto ho sentito dei passi nella neve alle mie spalle e quando mi sono voltato mi sono trovato di fronte un poliziotto, con il manganello sotto il braccio, che quasi mi alitava in faccia.
«Cosa ci fa lei qui?» mi ha detto battendo i piedi come se avesse freddo.
Sono rimasto un po’ sconcertato, perché nemmeno a Milesia la polizia si rivolge in quel modo alla gente. Stavo lì a pensare a una risposta adatta quando lo sguardo mi è caduto sull’insegna di un bar, ricoperta di neve, che sporgeva da una casa; dall’insegna pendeva una bandierina, ma era evidentemente congelata e sembrava quasi un ghiacciolo. Ho decifrato rapidamente il nome.
«Sto andando al So-, al So-, al Sohoitic Bar», ho cercato di dire senza balbettare.
Il poliziotto è rimasto immobile a guardarmi. Allora me ne sono andato e ho attraversato la piazza, mi aspettavo quasi che mi richiamasse per farmi tornare indietro, ma non l’ha fatto. Il bar aveva l’aria di essere una bettola orrenda e di mia volontà non sarei certo entrato, meno che mai se avessi saputo quel che sarebbe successo, ma dovevo salvare le apparenze e non potevo cambiare strada finché c’era lì il poliziotto.
L’interno era in penombra, solo una lampada era appesa al soffitto e dondolava alla corrente della porta, illuminando un gruppo di ragazze di strada di età diversa, tutte però con lo stesso atroce colore giallo dei capelli. Quando sono entrato si sono voltate a guardarmi, e mi sono sentito osservato finché mi sono seduto all’estremità opposta del bancone, per rimanere quanto più possibile da solo. Poi quel silenzio carico di tensione si è rotto, loro hanno cominciato a spingere avanti e indietro i bicchieri sul vetro del bancone o a picchiettare le unghie lunghe e rosse sul collo delle bottiglie. E di colpo si sono messe, tutte insieme, a parlare di una certa Milly che era salita in auto con qualcuno che andava a Tropico e non era mai tornata. È chiaro che erano invidiose. Non badavo molto a loro, il discorso non mi interessava quasi per niente. Il barista mi ha spinto davanti un bicchiere di non-so-che-cosa e io ho bevuto.
Stavo per pagare e andarmene quando si è spalancata la porta e la lampada si è messa a oscillare tanto da far quasi spegnere la candela. Una delle ragazze ha lanciato un urlo, e quell’urlo avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma io me ne sono rimasto lì tranquillo. Quello che entrava era un ometto con la faccia piatta, per quanto riuscivo a vedere in quell’oscurità. Era senza cappello e teneva un rotolo in mano.
«Signor William», ha detto il barista così velocemente e a bassa voce che solo noi seduti al bancone potevamo sentirlo.
A passi felpati, come camminando sulla neve, l’ometto si è avvicinato alle ragazze, si è infilato tra due di loro e ha aperto il rotolo sul bancone. Si è fatto un gran silenzio e all’improvviso è successa una cosa incredibile: tutte e sette le ragazze hanno appoggiato i gomiti sul bancone, hanno serrato i pugni e rivolto i pollici verso di me, indicandomi all’uomo con il rotolo.
Ero terribilmente imbarazzato, avrei voluto pagare e andarmene, ma quell’uomo mi è piombato addosso come un falco e mi ha preso per il braccio. Ricordo di aver notato che zoppicava un po’ e che sotto l’occhio destro aveva un rigonfiamento bluastro, come se avesse preso un pugno.
«Ah, signore», ha ansimato, «compri questo ritratto, lo compri! Ah, lo compri!»
Ha aperto bene il foglio sul bancone e io, controvoglia, ho dato un’occhiata. Per carità, non era niente di eccezionale, ma i colori erano insolitamente arditi per quel tipo d’arte che si vende nei bar. Il barista ha tirato giù la lampada dal soffitto per illuminare il ritratto, lasciando così al buio le ragazze, che si sono messe a far chiasso. Anche il soggetto era piuttosto originale, tenuto conto della situazione. Era un volto, ma un volto le cui parti più essenziali, gli occhi e il naso, erano nascoste da una mano larga e gialla, con spesse vene azzurre. Si vedevano solo la bocca, socchiusa e a quanto pareva sdentata, e la fronte, che saliva dritta perdendosi in uno sfondo verde scuro.
«Quanto vuole?» gli ho domandato con il fiato sospeso, perché tutt’a un tratto sentivo di non poterne fare a meno.
«Solo quattro renco», mi ha risposto stringendomi forte il braccio; il suo alito era acre e mi sono sentito quasi soffocare.
«D’accordo», ho detto, e ho messo i soldi sul bancone. L’uomo che il barista aveva chiamato William mi ha lasciato andare il braccio e ha cominciato ad arrotolare il ritratto, mentre il barista rimetteva al suo posto la lampada, che ha continuato per un po’ a oscillare avanti e indietro, giocando a palla con le nostre ombre. All’improvviso mi sono reso conto del profondo, terribile silenzio nel locale. Ho trattenuto il respiro e ho capito che tutti stavano ascoltando il fruscio del ritratto che veniva arrotolato. Quel rumore, di fatto, colmava tutta la realtà. E poi, come si sono messi tutti a guardare noi due! Il barista era immobile sotto la lampada, con la bocca socchiusa, e le sette ragazze ci fissavano con gli occhi sbarrati, quella seduta più lontano, in fondo al bancone, si sporgeva verso la schiena delle altre per non perdersi niente. Tutto questo avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma quel mondo mi era così estraneo che, con tutta la buona volontà, non sarei riuscito a riconoscere i gesti più naturali.
Finalmente l’uomo ha terminato quel lungo arrotolare e mi ha infilato il ritratto sotto il braccio, con un sogghigno che, mi ricordo, non mi è piaciuto, poi si è diretto veloce verso la porta. Il suo passo batteva un po’ irregolarmente sulle piastrelle del pavimento, una delle ragazze ha fatto cadere un bicchiere dal bancone. Doveva essere un bel bicchiere, perché è andato in frantumi con un tintinnio delicato di campanello, come una nota di pianoforte.
«Signor William», gli ha gridato dietro il barista, «se qvel locale dafanti zaverna africana si liperasse…», ma William si è immerso nell’oscurità senza rispondere. Io ho finito il mio bicchiere e ho gettato un renco sul bancone, il barista mi ha detto con il suo forte accento straniero qualcosa che non ho capito, poi sono corso dietro a William. Mi era infatti venuto in mente che con quel buio non sarei mai riuscito ad andarmene da Sirley senza una guida affidabile. Grazie a quel ritratto, William sarebbe stato di certo disposto ad aiutarmi. Mentre la porta del bar si richiudeva alle mie spalle, ho sentito una delle ragazze dire ridendo: «Prima che Milly prendesse…»
Intanto William era sparito. Mi sono messo a cercarlo correndo avanti e indietro per la piazza, con il ritratto stretto sotto il braccio, ma senza alcun risultato. L’atmosfera cominciava a farsi cupa, a Sirley: figure alte e nere mi si facevano incontro con gesti minacciosi; appoggiati alla pompa, un uomo e una donna mercanteggiavano con brutalità per i favori dell’uno o dell’altra. Mi è parso allora di vedere William in un vicolo e gli sono corso dietro.
«Signor William», gli ho gridato, «deve indicarmi la strada per Milesia!»
Mi ha passato un braccio intorno alle spalle e in questo modo – perché trovavo più urgente arrivare a casa che sottrarmi a quel contatto disgustoso – abbiamo percorso le tortuose, maleodoranti vie di Sirley, dove la neve era ormai di una sporcizia rivoltante. Misteriosi...




