Dagerman | Il serpente | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 303 Seiten

Reihe: Narrativa

Dagerman Il serpente


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-965-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 303 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-965-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Mentre la Seconda guerra mondiale opprime l'Europa, un serpente infesta un sonnacchioso campo di addestramento della campagna svedese e un'altrettanto inoperosa caserma di Stoccolma durante la mobilitazione generale. Nella sua concretezza di corpo ora si scopre, ora si copre alla vista, ma il simbolo maligno che incarna sa piantarsi nella psiche di chi ci si è imbattuto. Il primo a vederlo è il sergente Bohman, al comando di uno svogliato gruppo in esercitazione, e subito un crampo lo stringe come in un cerchio di ferro. Il soldato Bill lo cattura a cuor leggero, forse solo per strappare al sergente qualche ora in più di libera uscita in cui togliersi una voglia con Irène prima di una festicciola a base di ragazze e bevute. Ma il serpente che crede di avere al sicuro nello zaino gli infesterà i sogni, getterà nel panico gli amici e confonderà realtà e fantasia tanto a lui quanto a Irène. Sotto forma di odore di paura, poi, aleggia pungente in «Non riusciamo a dormire», in cui otto reclute cercano di scacciare l'insonnia raccontandosi storie di vita vissuta. E di strategie contro l'angoscia, con le menzogne che comportano, saranno in cerca tutti i personaggi del libro. Tutti tranne Scriver, alter ego dell'autore, convinto che il serpente sia sempre lì, manifesto o latente, e che sia responsabilità di ciascuno prenderne atto, anche fino alle estreme conseguenze. Il serpente, che sia un romanzo, come gli entusiasti recensori lo definirono nel 1945 quando uscì, o una raccolta di racconti collegati, mette in campo ricchezza metaforica, potenza simbolica e beffarda ironia, movimentate da arditi salti di registro, per mostrare che la sola via per l'umano è non aver paura della paura.

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NON RIUSCIAMO A DORMIRE


No, non riusciamo a dormire. Siamo nei nostri letti, in otto in una camerata troppo grande, dove c’è posto per venti, ma gli altri sono via per le manovre. Non sono però le dimensioni del locale a impedirci di dormire. E nemmeno il lampione che di notte monta la guardia tra le palazzine della caserma e ci inonda della sua luce. Né l’eco della ritirata che alle dieci rimbalza tra i muri. E non sono le grandi auto che a volte, la notte, passano rombando davanti alle finestre a tenerci svegli con il loro frastuono. No, e neanche il pensiero che domani forse verremo convocati dal maggiore e dovremo rispondere di aver pulito male il corridoio.

Non è niente di tutto questo a impedirci di dormire. È solo che, quando il caporale di giornata spegne la luce sul soffitto dopo il passaggio di consegne e noi ci infiliamo sotto le nostre coperte polverose e pesanti, ognuno di noi sente all’improvviso un vago, pungente odore di paura salire dalle fessure del pavimento. Noi cerchiamo di difenderci. Magari ci tiriamo le coperte sopra la testa e ci tappiamo le orecchie con le mani, gelate dopo la visita ai bagni. Dopo un po’ però dobbiamo arrenderci. Non si può passare tutta la notte con una spessa coperta militare sopra la testa. Si soffoca.

Così, sospirando, ci allunghiamo e inspiriamo l’aria pesante della caserma, che sembra non cambiare mai, sembra sempre la stessa, leva dopo leva: un po’ di sudore, un po’ di lucido da scarpe, un po’ più di olio per fucili, un po’ di stalla, dai tempi della cavalleria, e il resto polvere. È come se qualcuno andasse continuamente in giro a scopare, sollevando mulinelli di polvere negli alloggi, nei corridoi e negli uffici. Stiamo qui sdraiati e respiriamo aria del 1909, come ha detto lo spiritosone della camerata quando ancora riuscivamo a dormire.

Non è poi così tanto tempo fa come ci sembra quando è notte e ci infiliamo sotto le coperte e guardiamo l’orologio al polso. Non che sia necessario, visto che sentiamo ogni rintocco della campana alla chiesa di Re Oscar. A volte però passa così tanto tempo tra un rintocco e l’altro che pensiamo di esserci addormentati e non averne sentito uno; quando però guardiamo l’orologio vediamo che sono passati solo dieci minuti dall’ultimo.

È buffo, all’inizio ognuno di noi pensava di essere l’unico a non riuscire a dormire, e la mattina nessuno diceva di non aver chiuso occhio prima di quei brevi minuti in cui il sole scintillava rosso sui vetri più in alto della palazzina di fronte e fino alla sveglia. All’adunata cercavamo di sembrare quanto più vispi e riposati possibile e di fare gli insolenti con l’ufficiale di giornata.

Solo durante la pausa pranzo, il primo giorno, siamo rimasti un po’ stupiti e imbarazzati quando, inaspettatamente, ci siamo ritrovati tutti davanti alle panchine del parco, dove ciascuno era andato per conto suo a farsi un sonnellino. La stessa cosa si è ripetuta l’indomani, e stupore e irritazione sono aumentati un po’, tanto più che quel giorno c’era poco posto sulle panchine.

«Ma porca vacca, che aria addormentata che hai», ci dicevamo a vicenda, sbadigliando. «Grazie al cazzo, se non chiudi occhio tutta la notte…» era la risposta. Allora la bolla è esplosa. Ci siamo sentiti liberati dal peso di un segreto e abbiamo cominciato a sbraitare tutti insieme. Era lo stesso genere di sollievo che si prova quando la galantina di vitello fa venire la diarrea all’intera compagnia e tutti devono passare la notte a correre al cesso.

La volta dopo che è suonata la ritirata non ci è sembrato più così terribile. Quando la luce è stata spenta e la porta chiusa, ci siamo messi a chiacchierare, pur sapendo che era severamente proibito. Ma niente fa disperare come la mancanza di sonno. Ci si dispera almeno quanto per la mancanza di cibo, per cui non c’è voluto molto e a qualche barzelletta spinta dello spiritosone della compagnia sono esplose salve di risate. Sarebbe un errore credere che ridessimo tanto perché le barzellette erano particolarmente divertenti. Il fatto è che ridere ci aiutava a tenere sott’acqua la testa dell’angoscia, e questo faceva da amplificatore.

Non c’è dunque da stupirsi se dopo un po’ l’ufficiale di giornata ha spalancato la porta, ha acceso la luce e si è messo a urlare: «Chi ha parlato si faccia avanti!» Naturalmente nessuno ha aperto bocca per solidarietà, ci siamo voltati sul fianco e abbiamo provato a dormire. Non ci ha strappato una parola, anche se è venuto ai letti a scuoterci per le spalle uno a uno. Così si è stancato, brontolando ha spento la luce ed è andato via. Noi siamo rimasti lì muti come sassi, finché abbiamo sentito che non era più fuori dalla porta ad ascoltare.

Poi abbiamo ricominciato, cercando però di fare attenzione, in modo da non essere interrotti. Eravamo convinti di impazzire, se fossimo rimasti per tutta un’altra notte zitti e immobili con quel vago, pungente odore di paura nelle narici. Per non farci sentire ci siamo messi d’accordo di raccontare a turno una storia senza che nessuno ridesse mai per quanto la storia fosse divertente. Quella notte siamo riusciti a raccontarci solo tre storie, non perché fossero troppo lunghe o abbondassero di particolari, ma semplicemente perché quelle tre storie – alcuni di noi non sono riusciti nemmeno ad ascoltarle tutt’e tre, o anche due, ma hanno sentito solo la prima – ci hanno fatto dimenticare del tutto l’odore di paura. Forse non erano storie poi tanto straordinarie, ma bisognava raccontarle a voce così bassa che dovevamo tendere le orecchie per non perdere il finale a effetto che come sapevamo sarebbe arrivato.

Il primo a prendere la parola non è stato l’umorista della compagnia, che pure muoveva la bocca in continuazione, anche quando non parlava. Noi lo prendevamo in giro dicendo che per sostenere quello sforzo doveva essersi spalmato la bocca di grasso da cuoio. E di grasso da cuoio, in effetti, gli puzzava tutto il corpo. Il motivo era che lavorava in magazzino, dove quell’odore dominava insieme all’odore dell’olio per i fucili. Forse questo era anche il motivo per cui non era sensibile quanto noi al pungente odore della paura; il giorno dopo, infatti, al momento dell’adunata ci ha detto di non aver nemmeno sentito la fine della storia di Joker, mentre l’aveva sentita anche chi di noi faceva meno fatica ad addormentarsi.

Dunque è stato Joker il primo a parlare, e a dire la verità ci siamo un po’ stupiti, perché era l’ultima persona che ci saremmo immaginati dicesse qualcosa. Non molti di noi, in effetti, l’avevano sentito dire una parola da quando era entrato nella compagnia, un mese prima. Così non sapevamo molto di lui. In realtà solo che era della classe del ’19 ed era quindi il più vecchio della camerata, e che sul registro c’era scritto che faceva il manovale ed era nato a Örebro. Sì, e naturalmente sapevamo – lo sapeva tutta la compagnia, del resto – che era quello che aveva perso sessanta corone a poker prima ancora di aver ritirato l’uniforme al magazzino, il primo giorno.

Era Gongolo, l’umorista del magazzino, ad avere l’abitudine di portare in camerata i nuovi arrivati che avessero l’aria un po’ sveglia: si metteva con loro dietro una branda, mescolava, dava le carte, infilava le puntate in uno scarpone e, il più delle volte, li spennava. È questo che era accaduto a Joker, cioè, allora non si chiamava ancora così, ovviamente: dopo una decina di minuti – Gongolo non osava sottrarsi per più tempo al furiere, in magazzino – c’erano nello scarpone cinque banconote spiegazzate da dieci corone, una lacerata da cinque, quattro monete da una corona e un’altra corona in monetine di argento e di rame.

Del resto era stato proprio quella volta, mentre erano dietro la branda di Gongolo, che il sergente maggiore era entrato in camerata e li aveva sorpresi. Sembrava che avesse fiutato Gongolo, avevano detto poi i ragazzi, perché era passato davanti a ogni porta del corridoio di tutta quanta la compagnia precipitandosi dritto dritto verso la sua camerata. «Mmh», aveva detto con la sua aria da furbacchione, «vorrei proprio sapere cosa state facendo qui dentro, voi due.» Loro però erano abituati a giocare di nascosto e si erano infilati le carte su per le maniche della giacca. «Ah», aveva risposto Gongolo sollevando trionfante lo scarpone, «sto solo facendo vedere a questo ragazzo come si lucidano gli scarponi per la marcia. Mi pare proprio che ne abbia bisogno», aveva poi concluso in tono di rimprovero verso chi voleva sabotare un così nobile compito.

Il sergente maggiore se n’era andato e Joker, che ancora non si chiamava così, aveva pronunciato le sue prime parole: «Meno male che nella scarpa non c’era della moneta.» Quella però è arrivata più tardi, per essere esatti cinque minuti più tardi, dopodiché Gongolo, con lo scarpone che conteneva sessanta corone e un mazzo di carte, era filato via sulle sue gambe corte e storte per andare in magazzino, in fondo al corridoio. Non c’era ancora arrivato quando una voce tonante gli aveva urlato dietro: «Non ce l’avevi nemmeno tu il joker, bastardo!» Gongolo si era infilato come un topo nel magazzino...



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