Dagerman | I giochi della notte | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 146 Seiten

Reihe: Narrativa

Dagerman I giochi della notte


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-942-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 146 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-942-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Troppo assoluto per accettare compromessi, troppo intransigente per accontentarsi di consolazioni, troppo impregnato di solidarietà per cercare giustificazioni nella scrittura, Dagerman appartiene alla categoria di quelli che non sanno perdonare a se stessi la sofferenza e l'umiliazione degli altri, che non possono non opporsi con tutto il loro essere all'ingiustizia del vivere. Ed è proprio quella sua compassione che gli dà la capacità di cogliere nei giochi solitari di un bambino, nell'ostinato silenzio di un vecchio, nei gesti meccanici di una donna, l'indicibile disperazione di piccole vite, di piccole tragedie cui si passa accanto senza neppure accorgersene, con l'arroganza degli «implacabili», o semplicemente l'indifferenza di chi non si è mai trovato dalla parte dei perdenti, degli anonimi e silenziosi che diventano visibili solo quando arrivano a compiere quell'atto estremo che è la loro definitiva autocondanna. È con la lucidità di chi non ha paura di farsi del male che Dagerman affronta in questi racconti i suoi costanti temi: la solitudine in un mondo di adulti in cui si lasciano crescere i silenzi fino a farne muri invalicabili d'incomprensione, l'amarezza di sentirsi traditi, estranei a se stessi, superflui agli altri, la desolazione del crollo dell'autoinganno, quando si chiude ogni via d'uscita e resta solo la consapevolezza che «l'uomo per riuscire a sopportarsi deve avere i nervi molto saldi». Ma è soprattutto nello sguardo dei bambini che i racconti toccano la loro più struggente intensità, quei bambini che vedono sempre troppo e capiscono sempre troppo, già rassegnati a non poter reggere la realtà senza la fuga nel sogno e nella fantasia.

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I giochi della notte


Certe sere, quando la madre piange nella sua stanza e sulle scale risuonano soltanto passi sconosciuti, Åke inventa un gioco cui si abbandona invece di piangere. Immagina di essere invisibile e di avere il potere di andare dove vuole, con la sola forza del pensiero. Quelle sere c’è un unico luogo in cui si vorrebbe andare, e Åke vi si trova all’istante. Non sa come ha fatto ad arrivarci, sa solo che è in un locale. Che aspetto abbia il locale non lo sa, perché non ha occhi per guardarlo, ma sa che è pieno di fumo di sigaretta e di pipa, e di uomini che all’improvviso, senza ragione, scoppiano in risate orribili, e di donne che si sporgono in avanti sopra a un tavolo, parlando confusamente e ridendo in modo altrettanto orribile. Le risate trapassano Åke come coltelli, e tuttavia egli è felice di essere lì. Sul tavolo intorno al quale sono tutti seduti ci sono numerose bottiglie e non appena un bicchiere è vuoto, una mano svita un tappo e lo riempie.

Åke, che è invisibile, si allunga sul pavimento e striscia sotto il tavolo senza che nessuno se ne accorga. Ha in mano un trapano invisibile e, senza un attimo di esitazione, lo appoggia al piano del tavolo e si mette a trapanare verso l’alto. Il legno è presto perforato, ma Åke continua a trapanare. È arrivato al vetro e all’improvviso, quando ha bucato il fondo della bottiglia, l’acquavite prende a scorrere attraverso il foro del tavolo in un sottile filo continuo. Riconosce le scarpe del padre sotto il tavolo e non osa immaginare cosa accadrebbe se dovesse di colpo tornare visibile. Ma proprio in quel momento Åke sente, con un fremito di gioia, la voce del padre dire: È scolata tutta, e qualcun altro aggiungere: Sì, per diavolo, e poi tutti alzarsi.

Åke segue il padre giù per le scale e quando arrivano in strada lo guida, senza che lui se ne accorga, a una stazione di vetture pubbliche e sussurra l’indirizzo all’autista e poi rimane per tutto il tragitto in piedi sul predellino per controllare che vadano veramente nella direzione giusta. Quando non sono che a pochi isolati da casa, Åke esprime il desiderio di tornare – ed eccolo di nuovo sdraiato sul divano della cucina. Sente un’automobile fermarsi giù nella via, ed è solo quando la sente ripartire che capisce che non era quella che aspettava: questa si è fermata davanti al portone della casa accanto. Quella giusta, perciò, dev’essere ancora per strada, forse è rimasta bloccata in qualche ingorgo all’incrocio più vicino, o forse ha dovuto fermarsi per evitare un ciclista caduto sul selciato: sì, possono capitare tante di quelle cose alle automobili.

Alla fine arriva comunque una macchina che sembra quella giusta. Qualche isolato prima di quello dove abita Åke inizia a rallentare, oltrepassa lentamente la casa accanto e si ferma con un leggero stridore proprio davanti al portone giusto. Una portiera si apre, una portiera sbatte, qualcuno fischietta facendo tintinnare delle monete. Il padre non usa fischiettare, ma non si sa mai. Perché non potrebbe tutt’a un tratto cominciare a fischiettare? La macchina riparte e svolta all’angolo e la strada torna silenziosa. Åke tende l’orecchio ai rumori sulle scale, ma non arriva mai lo sbattere di un portone dietro a qualcuno che è entrato. Né mai arriva quel leggero scatto dell’interruttore di quando qualcuno accende la luce. Né mai quel suono attutito di passi che salgono i gradini.

Perché l’ho abbandonato così presto, pensa Åke, avrei ben potuto seguirlo fino al portone, visto che eravamo quasi arrivati. Certo adesso sarà giù in strada, avrà perso le chiavi e non riuscirà a entrare. Forse si starà arrabbiando e se ne andrà via e non tornerà fino a quando il portone non sarà aperto, domani mattina. E di fischiare appunto non è capace, altrimenti avrebbe potuto fare un fischio a me o alla mamma per farsi gettare le chiavi.

Facendo il minimo rumore possibile, Åke scavalca il bordo del divano, che deve sempre scricchiolare, e nel buio urta contro il tavolo della cucina: resta lì impietrito dov’è, in piedi sul freddo linoleum. Ma la madre continua a piangere a singhiozzi forti e regolari come il respiro di un dormiente, e non può certo averlo sentito. Riprende a camminare e quando arriva alla finestra, scosta piano la tenda per guardare fuori. In strada non c’è anima viva, ma la lampada sopra il portone di fronte è accesa. È di quelle che si accendono insieme alla luce delle scale. Come nella casa di Åke.

Dopo un po’ Åke comincia a sentir freddo e torna con circospezione verso il divano. Per non rischiare di sbattere contro il tavolo fa scivolare la mano lungo il bordo dell’acquaio. Improvvisamente la punta delle dita sfiora qualcosa di freddo e tagliente. Lascia le dita indagare un attimo e poi le stringe intorno al manico del trinciante. Quando arriva a coricarsi sul divano, ha il coltello in mano. Lo posa accanto a sé sotto le coperte e ritorna invisibile. Eccolo di nuovo nel locale di poco prima, è in piedi sulla soglia e osserva gli uomini e le donne che tengono prigioniero suo padre. Capisce che se vuole che il padre ritrovi la libertà deve intervenire come il Vichingo che libera il missionario legato a un palo appena prima che venga arrostito dai cannibali.

Åke si avvicina dunque di soppiatto, solleva il suo invisibile coltello e lo affonda nella schiena del grassone che è seduto vicino a suo padre. Il grassone muore e Åke continua il giro del tavolo e uno dopo l’altro tutti scivolano giù dalle sedie senza realmente capire cosa sia successo. Liberato il padre, Åke lo porta via con sé conducendolo giù per le numerose scale. Non sentendo nessun rumore di automobile nella via, scendono i gradini molto lentamente, poi attraversano la strada e salgono su un tram. Åke si premura di trovare un posto a sedere per il padre e spera che il controllore non si accorga che ha alzato il gomito e spera che il padre non dica nulla di sconveniente al controllore e che non si metta a ridere così, senza motivo.

Il canto del tram notturno che passa laggiù in una curva lontana penetra inesorabile nella cucina e Åke, che ha già lasciato il tram ed è di nuovo a letto, si accorge che la madre ha smesso di singhiozzare nel breve periodo in cui si è assentato. Nella camera la tenda sale al soffitto con uno schiocco terrificante e quando l’eco del rumore si è spenta la madre apre la finestra. Åke vorrebbe poter balzare dal letto e correre in camera e gridarle che può anche chiuderla, la finestra, e abbassare la tenda e tornarsene tranquilla a letto, perché ormai, comunque, sta arrivando. «Arriva con questo tram, l’ho aiutato io stesso a salire!» Ma Åke capisce che non servirebbe a nulla, in tutti i modi non gli crederebbe. Non sa che cosa fa per lei quando sono soli la notte e lei crede che dorma. Non sa quali viaggi intraprenda e in quali avventure si lanci per lei.

Quando infine il tram si arresta alla fermata dietro l’angolo, anche lui è in piedi alla finestra e guarda attraverso la fessura tra la tenda e l’intelaiatura. I primi a voltare l’angolo sono due giovani che devono essere saltati giù dal tram ancora in corsa, fanno scherzosamente a pugni e abitano nella nuova casa di fronte. Gli altri che sono scesi non hanno ancora raggiunto l’angolo, li si sente far baccano. È solo quando il tram spunta con il suo grande occhio luminoso e attraversa sferragliando la via di Åke, che compaiono dei gruppetti di persone, per poi disperdersi in direzioni diverse. Un uomo dal passo malfermo, con in mano il cappello come un mendicante, si dirige dritto verso il portone di Åke, ma non è il papà di Åke, è il portiere della casa.

Åke tuttavia rimane lì ad aspettare. Sa bene che ci sono tantissime cose che possono trattenere un passeggero del tram dietro l’angolo. Ci sono un mucchio di vetrine: quella di un negozio di scarpe, per esempio, e il padre può esser lì a scegliersene un paio prima di salire in casa. E la vetrina del fruttivendolo, con i suoi cartelli dipinti a mano davanti ai quali molti si fermano, perché vi sono raffigurati dei personaggi davvero buffi. Ma il fruttivendolo ha anche un distributore automatico che fa i capricci e non è improbabile che il padre vi abbia infilato una moneta da venticinque centesimi per comprare una scatoletta di Läkerol per Åke e che adesso non riesca ad aprire lo sportellino.

Mentre Åke è in piedi alla finestra e aspetta che il padre si decida a lasciar perdere il distributore automatico, la madre improvvisamente esce dalla camera e passa davanti alla porta della cucina. Poiché è scalza, Åke non l’ha sentita arrivare, ma neppure lei dev’essersi accorta di lui dal momento che prosegue per l’anticamera. Åke lascia andare la tenda e rimane completamente immobile nell’oscurità, mentre la madre fruga fra i cappotti in cerca di qualcosa. Un fazzoletto, senza dubbio, perché dopo un attimo la sente soffiarsi il naso e tornare in camera. Benché sia scalza, Åke si accorge che cammina con la massima cautela per non svegliarlo. Quando è entrata in camera, la madre chiude subito la finestra e abbassa la tenda a rullo con uno strappo rapido e secco. Poi si getta sul letto e i singhiozzi ricominciano, come se non fosse capace di singhiozzare altro...



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