Dagerman / Ferrari | Autunno tedesco | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 133 Seiten

Reihe: Narrativa

Dagerman / Ferrari Autunno tedesco


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-248-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 133 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-248-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall'Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. Mentre le testate di tutto il mondo offrono il ritratto preconfezionato di un Paese distrutto, che paga a caro prezzo gli orrori che ha seminato e dal quale si esige un'abiura convinta, Dagerman, libero da ogni pregiudizio ideologico e rifiutando ogni generalizzazione o astrazione dai fatti concreti e tangibili, si muove fra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia, su treni stipati di senzatetto e in cantine allagate dove ora vivono masse di affamati e disperati, cercando di capire nel profondo la sofferenza dei vinti. Ne emerge un quadro molto più complesso di quello che è comodo figurarsi. Mentre ci si accanisce a cercare nostalgici nazisti, Dagerman si chiede come può un padre che vede morire il figlio di stenti dichiarare che ora sta meglio di prima; mentre le potenze occupanti pensano a punire e ad allestire processi, Dagerman descrive la «messinscena» di una denazificazione di facciata e la morte spirituale di un Paese che è troppo impegnato a lottare ogni giorno con la morte per riflettere sui propri errori, perché «la fame è una pessima maestra» per educare i colpevoli. Con il suo acume analitico e la sua empatia capillare, Dagerman scava nelle contraddizioni della Germania postbellica offrendoci un manifesto di accusa contro tutte le guerre, e una riflessione amaramente attuale sul potere, la giustizia e lo Stato.

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Rovine


Quando tutte le consolazioni sono ridotte a zero, è necessario scoprirne di nuove, anche se dovessero essere assurde. Nelle città tedesche capita spesso che la gente chieda conferma al visitatore straniero che la loro città è proprio la più bruciata, distrutta e squassata di tutta la Germania. Non si tratta di trovare un conforto tra le afflizioni, è l’afflizione in sé a essere diventata un conforto. La gente si rattrista se le si dice che altrove si sono viste cose peggiori. Forse non si ha nemmeno il diritto di dirlo: ogni città tedesca è la peggiore a doverci vivere.

Berlino ha i suoi campanili amputati e le sue file interminabili di edifici governativi distrutti, i cui colonnati prussiani abbattuti riposano il loro profilo greco sui marciapiedi. Ad Hannover re Ernesto siede di fronte alla stazione sull’unico cavallo grasso di Germania, la sola cosa scampata senza un graffio in una città che una volta dava alloggio a quattrocentocinquantamila persone. Essen è un incubo fatto di nude e gelide costruzioni in ferro e logori muri di fabbriche.

A Colonia i tre ponti sul Reno sono affondati da due anni, e il duomo s’innalza cupo, annerito e solitario tra un cumulo di macerie, con una ferita di mattone rosso vivo sul fianco che sembra sanguinare al crepuscolo. Le piccole torri medievali, nere e inquietanti, sono precipitate nei fossati di Norimberga, e nelle cittadine della Renania gli scheletri spuntano dalle case di legno bombardate. Eppure c’è una città che si fa pagare per mostrare una rovina: Heidelberg, risparmiata, dove i bei resti dell’antico castello fanno l’effetto di una diabolica parodia nel tempo delle rovine.

Per il resto ogni luogo è il peggiore – sì, forse. Ma se si è alla ricerca di primati, se si vuole diventare esperti in rovine, se si desidera un campionario di ciò che una città rasa al suolo può offrire in quanto a rovine, se si vuol vedere non una città in rovina ma un paesaggio di rovine, più desolato di un deserto, più selvaggio di una montagna e fantastico come un incubo angoscioso, allora c’è forse una sola città tedesca da visitare: Amburgo.

C’è una parte di Amburgo che una volta era un quartiere con strade larghe e diritte, piazze, parchi, case a cinque piani col prato di fronte, garage, osterie, chiese e toilette pubbliche. Il quartiere ha inizio presso una stazione della rete ferroviaria urbana e si estende fino a poco oltre la fermata successiva.

Viaggiando in treno per un quarto d’ora si ha un panorama ininterrotto su quel che somiglia a un’enorme discarica di frontoni in pezzi, singoli muri rimasti in piedi con finestre senza vetri che come occhi spalancati guardano giù verso le rotaie, indefinibili resti di case con ampie e nere tracce d’incendio, resti alti e arditamente scolpiti come monumenti alla vittoria, oppure piccoli come pietre tombali di media grandezza.

Travi arrugginite spuntano dalle macerie come prue di navi affondate da tempo. Colonne che un destino dotato di senso artistico ha scolpito da blocchi di case distrutte si slanciano da mucchi bianchi di vasche da bagno in frantumi o da grigie montagne di sassi, mattoni sbriciolati, termosifoni carbonizzati. Facciate trattate con cura, senza niente cui fare da facciata, stanno lì in piedi, simili a scenografie di teatri mai costruiti.

Tutte le forme geometriche si trovano rappresentate in questa variante di Guernica e Coventry che ha compiuto tre anni: quadrati regolari di muri di scuola, triangoli grandi o piccoli, rombi e ovali appartenuti alle pareti esterne degli enormi casermoni che ancora nella primavera del ’43 svettavano tra le stazioni di Hasselbrook e Landwehr.

A velocità normale, il treno impiega circa un quarto d’ora ad attraversare questo immenso deserto, e in tale lasso di tempo né io né la mia guida silenziosa riusciamo a scorgere dal finestrino una singola persona in quest’area che una volta era tra le più popolate di Amburgo. Il treno è affollato, come tutti i treni tedeschi, ma a parte noi nessuno guarda fuori per dare un’occhiata a quella che è forse la distesa di rovine più orribile d’Europa. Quando alzo gli occhi, incontro piuttosto sguardi che dicono: «Questo non è di qui.»

L’interesse per le rovine tradisce immediatamente lo straniero. Per diventare immuni ci vuole tempo, ma lo si diventa. La donna che mi fa da cicerone è immune da parecchio, ma ha un interesse del tutto personale per quel paesaggio lunare tra Hasselbrook e Landwehr. Qui ha vissuto per sei anni, e non è più tornata da quella notte d’aprile del ’43 in cui la tempesta di bombe si riversò su Amburgo.

Usciamo a Landwehr. Penso che saremo gli unici a scendere dal treno, ma non è così. Ci sono persone, oltre ai turisti, che hanno motivo di arrivare, gente che vive qui nonostante sia invisibile dal treno. Sì, perfino dalla strada la si vede a malapena. Camminiamo per un po’ sugli ex marciapiedi delle ex strade, alla ricerca di una ex casa che non riusciamo a trovare. Scansiamo i resti deformi di quelle che, osservate più da vicino, si rivelano essere automobili bruciate, capovolte sulle macerie. Guardiamo attraverso gli squarci nelle case distrutte, dove travi contorte si snodano come stelle filanti lungo i pavimenti. Inciampiamo in tubi dell’acqua che si protendono serpeggianti dai cumuli di detriti. Ci fermiamo davanti a case cui è stato strappato via il muro esterno, come in uno di quegli spettacoli popolari dove il pubblico può osservare la vita svolgersi su diversi piani contemporaneamente.

Ma qui è inutile cercare perfino ricordi di vita umana. Solo i termosifoni si aggrappano ancora ai muri come grandi animali impauriti; per il resto tutto ciò che poteva prendere fuoco è sparito. Oggi c’è quiete, ma quando il vento soffia produce rumore nei caloriferi e tutto questo ex quartiere mortalmente silenzioso si riempie di uno strano suono martellante. Allora capita, a volte, che un calorifero si stacchi d’improvviso e cada, uccidendo qualcuno intento nella ricerca del carbone tra le viscere delle rovine.

Cercare carbone, ecco una delle ragioni per cui la gente scende a Landwehr. Pensando alla Slesia perduta, con la prospettiva di perdere anche il territorio della Saar e con la Ruhr in una posizione che è tuttora oggetto di contesa, i tedeschi parlano sarcasticamente delle rovine come delle uniche miniere di carbone che restano alla Germania.

Ma la donna con cui mi trovo, alla ricerca di una casa che non esiste, non è molto sarcastica. È una tedesca per metà ebrea, scampata al terrore e alla guerra rendendosi il più possibile invisibile. È stata in Spagna fino alla vittoria di Franco, poi, non potendo più rimanere, è tornata in Germania. Ha vissuto nei pressi di Landwehr fino a quando la casa è stata abbattuta dalle bombe inglesi. È una donna forte e amareggiata, che ha perso tutti i suoi averi durante il bombardamento di Amburgo, ma la fede e la speranza durante quello di Guernica.

Ci aggiriamo per questo cimitero caotico e sconfinato dove orientarsi è impresa disperata perché non c’è nulla che separi un isolato raso al suolo da un altro. Su qualche muro rimasto in piedi cè ancora un’indicazione stradale dall’aspetto beffardo; di un intero palazzo non è rimasta che l’entrata su cui domina, ormai privo di senso, il numero civico intatto. Le insegne di vecchie botteghe di fruttivendoli e macellai sommerse dalle macerie spuntano dai cumuli come epitaffi, ma nel palazzo a fianco brilla improvvisamente una luce da una cantina.

Siamo ora in un’area che ha avuto la fortuna di vedersi risparmiare le cantine. Le case sono crollate ma i soffitti dei locali sotterranei hanno tenuto: ciò significa un tetto sopra la testa di centinaia di famiglie rimaste senza casa. Attraverso le piccole finestre guardiamo all’interno di questi stanzini con i nudi muri di cemento, una stufa, un letto, un tavolo, una sedia nel migliore dei casi. Sul pavimento sono seduti dei bambini che giocano con un sasso, una pentola è sulla stufa. Di sopra, tra le rovine, sventola la biancheria dei bambini appesa a una corda tesa tra un contorto tubo dell’acqua e una trave di ferro precipitata. Il fumo delle stufe esce facendosi strada tra le fessure dei muri cadenti. Passeggini vuoti attendono fuori dalle finestre.

Anche un dentista e alcuni piccoli negozi di alimentari si sono installati al pianterreno di una rovina. Dovunque si trovi ancora una zolla di terra si coltiva il cavolo rosso.

«I tedeschi sono un popolo forte, comunque», dice la mia guida, poi tace.

Comunque. Sembra che le dispiaccia.

Giù in fondo alla strada c’è un camion inglese con il motore acceso. Alcuni soldati sono scesi e stanno inginocchiati davanti a dei bambini parlando in tono bamboleggiante.

«Gli inglesi sono gentili con i bambini, comunque», dice allora lei.

Sembra che anche questo le dispiaccia.

Quando però intendo mostrarle la mia compassione per la perdita della casa, è una delle pochissime persone che rispondono:

«È cominciata a Coventry.»

La battuta sembra quasi troppo classica per essere sincera, ma nel suo caso lo è. Sa tutto di quel che è accaduto in guerra e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo caso è davvero tragico.

C’è infatti in Germania una quantità di sinceri antifascisti che sono più delusi, più disorientati e più sconfitti di quanto lo...



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