Dagerman | Bambino bruciato | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 283 Seiten

Reihe: Narrativa

Dagerman Bambino bruciato


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-941-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 283 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-941-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. È attirato dal fuoco come una falena dalla luce. Sa che se si avvicina si brucerà di nuovo. E ciononostante si avvicina.» Già nell'epigrafe del suo romanzo più autobiografico, Dagerman rivela che non vi è scampo per chi, come lui, è incapace di venire a patti con la vita, con i suoi limiti, i suoi compromessi, la sua inevitabile mediocrità. Assetato di intensità, ribelle a ogni ipocrisia, malato di assoluto, non può che continuare a bruciarsi al fuoco della verità e della passione, fino ad arrivare a non poter più perdonare a se stesso la «vergogna di vivere». Nel ventenne Bengt il venticinquenne Dagerman proietta l'immagine delle proprie contraddizioni e delle proprie angosce, quelle di un adolescente dalla sensibilità esasperata, in lotta coi fantasmi della sua solitudine. Nel vuoto lasciato dalla morte della madre, nell'amore-odio nei confronti del padre, nell'attrazione e poi ambigua passione per la futura matrigna, nel tentativo di suicidio e nella rivolta contro la «flaccida felicità» di vite meschine, non si può non riconoscere il riflesso appena distorto di una sofferta confessione. Il romanzo è in fondo la storia di un impietoso smascheramento, ma scavando nelle lacerazioni dei suoi personaggi, sezionando ogni impulso, ogni sentimento, la spaventosa lucidità di Dagerman ci tende una rete, costringendoci a scoprire che «i nostri pensieri mentono» e a seguirlo in quei recessi oscuri dove nascondiamo quel che non osiamo confessare a noi stessi. Sullo sfondo di strade innevate, di isole che danno l'illusione della felicità, sul mare verde o coperto dai ghiacci dell'arcipelago, le immagini si caricano di simboli, mentre la narrazione procede per frasi brevissime, come se le parole opponessero resistenza e avanzassero brancolando verso l'accettazione di quella verità che brucia «come l'eruzione di un vulcano».

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Lettera di febbraio
da se stesso a se stesso


Caro Bengt,

è da tanto che non ti scrivo. Nell’ultima lettera ti informavo che la mamma era morta. Adesso è morta e cremata. L’urna è su una mensola, in una casa mortuaria del cimitero. Domenica scorsa ci siamo andati, papà, Berit e io. Lo sai com’è quel posto. Un grande magazzino grigio per le ceneri dei morti. Berit ha pianto tutto il tempo. Io non provavo niente. Quando siamo usciti, papà ha detto che l’urna era brutta. Allora io ho detto che l’urna era bella. Tornati a casa, Berit ha fatto il caffè e mentre lo prendevamo è suonato il telefono; quando papà è tornato ha detto che era un compagno di lavoro. Non c’era nessun bisogno di dirlo.

Berit se n’è andata via presto. Aveva mal di testa. Appena è andata via, papà ha detto che Berit è brutta. Io ho ribattuto che è carina. Poi mi ha chiesto se avevo nostalgia di mia madre. Ho risposto che lo sapevo che era morta. E papà ha detto che gli pareva saggio, che ero un ragazzo ragionevole. Al momento non ho capito cosa volesse dire. La sera abbiamo preso un altro caffè e abbiamo finito gli ultimi biscotti di pan pepato di Natale. Gli ho ricordato che li aveva fatti la mamma. Papà ha risposto che erano buoni. Poi è uscito a comprare un giornale. Fuori nevicava e non gli piace uscire quando nevica.

È tornato a casa alle due di notte, in taxi, e non era sobrio. Non aveva nessun giornale e non ha apprezzato che glielo chiedessi. Non era nemmeno molto contento che io fossi alzato a studiare, mentre in genere gli fa piacere che io studi fino a tardi. Vuole che io diventi qualcuno, e preferibilmente molto in fretta.

Mentre si spogliava, gli ho fatto delle domande su quell’argomento. Tu capisci di cosa parlo. Di chi. Mi spii, mi ha domandato. Gli ho risposto che non lo spiavo, ma che comunque sapevo tutto. Allora si è messo a gridare che non doveva rendere conto a me delle sue azioni. Ma non mi ha fatto paura. A me no, ho ribattuto, ma alla mamma sì. Mi ha preso rudemente per le spalle. Non ho cercato di liberarmi. Lo sai che Alma è morta, ha detto. Quando è ubriaco la chiama sempre Alma. Certo, ho risposto, ma prima non lo era. Allora mi ha chiesto se pensavo che lei lo sapesse. Sì, ho risposto, lo sapeva, e da molto tempo. Era una bugia, ma mi ha lasciato andare e si è zittito. Era malata, ho detto allora, ma tu lo facevi lo stesso. Mi ha di nuovo ripetuto che non era tenuto a rendere conto a me. Gli ho chiesto perché. Perché sei giovane, è stata la sua risposta. Gli ho chiesto se era un torto essere giovani. Ha risposto che i figli non devono chiedere conto ai loro padri. Gli ho chiesto perché. Perché i figli sono giovani e i padri sono vecchi, ha ribattuto. Allora ho chiesto se i figli non possono essere migliori dei padri. Non è questione di essere migliori, ha detto lui. Qual è allora la questione, ho chiesto. È una questione di esperienza, è stata la risposta. È una cosa che si acquisisce con gli anni. Se è questa l’esperienza, allora non la voglio, gli ho gridato, neanche se me la tirano dietro. Peggio per te, ragazzo, ha risposto cercando di toccarmi. Non l’ho lasciato fare.

Ma non appena sono andato a dormire, lui è entrato al buio e si è seduto sul mio letto. È rimasto un momento in silenzio, poi ha detto: Credi che l’abbia presa molto male? Sì, ho risposto dopo un po’, quando stavi fuori la sera, piangeva sempre. Ah sì? ha risposto, senza aggiungere altro. Ma quando se n’è andato, gli ho gridato dietro. Io non voglio vederla, gli ho gridato, mai in vita mia! Allora lui ha risposto: Diventerà tua madre. Dovrai vederla per forza. Quella notte non ho dormito. Ma ho preso dal vestito nero il fazzoletto di quella donna. Ho tentato di strapparlo a pezzi. Ma era molto resistente. Più di me. Allora sono tornato a letto. Ho passato la notte in compagnia di quel profumo, odiandolo.

Adesso, caro Bengt, ho molte cose da chiederti. Primo: Si può odiare un padre come io odio il mio? Potrei anche risponderti: Certo che si può, se si comporta come il mio. Mi chiedi che male ha fatto? Ti rispondo subito: ha ingannato mia madre, perché era malata e perché la trovava brutta. Io non ho mai pensato che fosse brutta. Ti chiedi perché io mi agiti tanto per questa faccenda, visto che lei di certo non l’ha mai saputo. Ti rispondo che è irrilevante che lei lo sapesse o no. Il fatto in sé è sufficiente. È stata ingannata. C’è qualcosa di più ripugnante che ingannare una persona che ti ama? C’è qualcosa di più terribile che essere ingannati? Qualcuno ti guarda negli occhi, Bengt, e tu credi che gli occhi dell’altro siano il tuo specchio. Solo il tuo. Ma hanno appena specchiato qualcun altro. Deve esserci un fondo, Bengt, ma uno specchio non ha fondo. Papà è uno specchio, per questo lo odio. Tutto quel che è bello può specchiarsi in lui, tutto quello che è bello e meschino. Io non amo la fedeltà perché è bella, ma perché è indispensabile. Chi tradisce una persona la uccide lentamente. Perché senza fedeltà quella persona naufraga. Naufraga nella vergogna, che è una palude profonda, e nell’odio, ancora più profondo. Se Berit mi tradisse, io non vorrei più vederla. Ma prima la picchierei.

Si può picchiare il proprio padre? Sai rispondermi, Bengt? Può darsi che uno non possa fare a meno di odiarlo, dici, ma mettergli le mani addosso non si può. Forse non si può picchiare nessuno? Invece sì, chi è puro può picchiare. Chi è puro può fare qualsiasi cosa a chi è impuro. Perché chi è puro ha ragione, è il solo al mondo ad avere ragione. La purezza ha un potere temibile, Bengt. Per questo io voglio essere puro. Se non lo volessi, mi schiaffeggerei con le mie stesse mani.

Lei non la voglio conoscere, né adesso né mai. Ho visto dormire mia madre. Al buio mi sono avvicinato a lei e l’ho sentita dormire. Per questo l’altra non la voglio nemmeno vedere. Ho visto mia madre morta. Aveva una ferita sulla fronte. Per questo non voglio vedere la fronte di quell’altra. Io non vorrò mai vederla. Ma se la dovessi vedere, la picchierei. La colpirei sulla fronte. Tienilo bene a mente, Bengt!

Siamo a febbraio, adesso. Sai com’è, a febbraio. Nevica e fa caldo. Le giornate cominciano piano piano ad allungarsi. E le notti si accorciano. È bello. Sono diversi giorni che non vedo Berit. L’ultima volta che ci siamo visti, l’ho fatta star male. Non volevo, ma l’ho fatto lo stesso. Eravamo andati al cinema e dopo, quando eravamo seduti in una pasticceria, si è messa a piangere ripensando al film. Allora mi è venuta voglia di darle una buona ragione per piangere sul serio. Le ho raccontato di papà e ha smesso di piangere. Non ci voleva credere. Ma io volevo assolutamente che lei si convincesse che era vero. Perciò le ho detto che era stupida, stupida e ingenua. Ha ricominciato a piangere un’altra volta. Ma non ci credeva ancora. Se le si parla male degli altri, lei non ci crede. Quel che le si dice di lei, invece, lo crede sempre. Cominciava ad avere freddo. Quando smette di piangere, le vien freddo. Poi mal di testa. Ha messo una mano sul tavolo, perché io la scaldassi. Io ero arrabbiato e ho fatto finta di non vederla. Ma quando stavamo per andar via, le ho detto: Lì c’è la tua mano. Non te la dimenticare. Poi mi sono pentito. Ma a quel punto era troppo tardi. Non le ho telefonato per tre giorni. Lo so che lei è lì che aspetta, cammina avanti e indietro, piange e aspetta. Ma non osa telefonare. Io l’amo. Ogni volta che penso a lei mi prende la tristezza. Poi avrei voglia di scaldarla. Non potrei mai tradirla. Inoltre mi ama troppo.

I miei studi non vanno male. Ma neanche troppo bene. Mi riesce piuttosto difficile concentrarmi in questo periodo. Nel posto accanto al mio, in classe, c’è una ragazza con gli occhiali. Solamente pochi giorni fa si è accorta che ho la fascia da lutto al braccio. Si è chinata a guardarla. Lei è in lutto, mi ha chiesto. Sì, ho risposto, mia madre è morta. Allora si è spostata di banco lontano da me come se fossi contagioso. Poi sono stato interrogato, ma non ho capito bene la domanda. Il professore si è spazientito e l’ha rifatta alla ragazza miope. Lei sa rispondere a tutte le domande degli altri. Qualche volta anche alle proprie. Mentre rispondeva mi guardava e mi sono accorto che le facevo pena. Io non voglio far pena a nessuno. Non ce n’è davvero motivo. Lo so che la mamma è morta. Se quel giorno fossi andato io, se avessi fatto io la spesa, invece di lei, sarebbe morta lo stesso. Forse avrei potuto risparmiarle la ferita alla fronte. Ma niente di più.

Oggi non sono andato alla prova d’esame. Quando stavo per uscire, è squillato il telefono. Ho risposto, ma non c’era nessuno. È orribile quando il telefono suona e, quando si alza la cornetta, non c’è nessuno. Sono rimasto lì con la cornetta in mano, e la sensazione che fosse terribilmente fredda. Proprio mentre riagganciavo, mi è sembrato di sentire una voce. Ho ascoltato di nuovo, ma non c’era nessuno. Allora ho provato l’impulso improvviso di andare nella stanza grande. Ho aperto la porta e sono rimasto di sasso. Sai, mi era sembrato che la mamma fosse lì, seduta nella poltrona dietro al tavolo. Poi mi...



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