Cuter | Ripartire dal desiderio | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 232 Seiten

Cuter Ripartire dal desiderio


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-227-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 232 Seiten

ISBN: 978-88-3389-227-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Fin dalla storica domanda di Sigmund Freud «cosa vuole la donna?», la questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Un femminile basato proprio sull'impossibilità di rispondere a tale domanda: un oggetto misterioso, un «altro» su cui ci si interroga. Partendo da Non è la Rai, passando per il #metoo, gli incel e l'educazione sessuale, Elisa Cuter indaga quella che viene percepita come l'attuale «guerra tra i sessi», e arriva a ribaltare alcuni luoghi comuni del femminismo mainstream, chiedendosi se abbia ancora senso rivendicare un'identità storicamente costruita come subalterna. Ripartire dal desiderio, incrociando e mescolando personal essay, psicoanalisi, filosofia e sociologia, cinema e cultura pop, cerca di determinare il senso presente dell'equazione «il personale è politico» (lascito fondamentale della riflessione femminista) e offre una critica radicale del moralismo che si è impossessato del discorso politico. Un punto di vista originale su argomenti centrali nel dibattito pubblico di oggi elaborato attraverso un racconto analitico capace di mettere in relazione fenomeni apparentemente distanti tra loro; ma soprattutto un invito ad abbandonare il porto sicuro dell'identità per porsi sfide più ambiziose e domande più inquietanti, proprio come quelle che ci pone il desiderio.

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IL SECONDO SESSO


In quanto donna


Quando avevo circa sei anni i miei genitori vennero convocati a scuola. Le maestre avevano notato che i miei disegni erano piuttosto strani: i soggetti femminili avevano il seno e indossavano tacchi alti. Mi piaceva molto disegnare, mi ripetevano tutti quanto fossi portata – e probabilmente a piacermi era soprattutto quello: sentirmi lodare per il tratto sicuro. Non ho mai davvero considerato il disegno un mezzo per esprimermi e non ho mai sperimentato più di tanto, né spaziato nei soggetti, e infatti credo che tanta sicurezza derivasse dalla pratica reiterata, dal fatto insomma che disegnavo sempre le stesse cose – le stesse cose che mi trovo a scarabocchiare tuttora quando sono al telefono o a una conferenza noiosa: donnine procaci. Quelle che facevo all’inizio delle elementari erano buffe, delle pin-up deformi: teste enormi e corpi piccolissimi, fronti bombate, fiocchi sparsi sui capelli lunghi e voluminosi come quelli della Sirenetta Disney. Quanto impatto quel film d’animazione uscito nel 1990 avesse avuto nella mia giovane esistenza è testimoniato anche dall’estate in cui volevo cambiare nome: mi scrivevo ogni giorno (ero al mare, puntualmente sbiadiva dopo il bagno) sul braccio ARIEL in caratteri cubitali e lo mostravo a mia madre ogniqualvolta si ostinasse a chiamarmi Elisa, e finché non si correggeva la ignoravo. Quegli esilaranti piccoli cloni della Sirenetta che uscivano dalla mia penna, dicevo, avevano sempre una curva del seno che sporgeva addirittura più delle già prominenti fronti e, che stessero andando a un ballo o a fare una gita in montagna, erano invariabilmente in bilico su tacchi altissimi: il piede, piatto e orizzontale, era sospeso su una lineetta verticale che intersecava quella del suolo – tipica, quella sì, delle rappresentazioni infantili che non hanno ancora compreso la prospettiva.

Mi ricordo ancora distintamente la sensazione di stupore e vergogna che provai quando i miei mi raccontarono del colloquio. Per i miei disegni avevo sempre ricevuto solo lodi, mai avrei potuto sospettare che avrebbero causato problemi ai miei genitori. Non so se le maestre fossero in cerca di modelli o di tracce d’abuso. Forse erano semplicemente curiose di vedere mia madre, che peraltro era giovane ma sicuramente non una donna che facesse grande affidamento sul suo aspetto. Da dove venisse questa ipersessualizzazione dei miei disegni andava cercato altrove, e col senno di poi penso di saperlo molto bene: veniva dai cartoni Disney (penso appunto alla ma anche a Jasmine di qualcuno ricorderà la scena della sua seduzione di Jafar), dalle riviste che compravano i miei (in primis , quando ancora non aveva sostituito alle copertine porno quelle dedicate a Tangentopoli) e da . Ero una bambina sensibile, mi dicevano sempre. Sensibile allo Zeitgeist, aggiungerei ora. I miei ne erano sempre stati orgogliosi, e giovani com’erano mi trattavano spesso come un’adulta a mia volta. Venivo interpellata su argomenti che chiaramente non mi potevano competere. Quello fu un caso analogo: tornati dal colloquio mi riferirono le preoccupazioni delle maestre e mi chiesero cosa ne pensassi. Non so come argomentai, ma non posso dimenticare la vergogna che provai. Mi sentivo come se in qualche modo mi avessero scoperta, avessero scoperto che non erano dei disegni «innocenti». Perché di fatto non lo erano: una parte di me sapeva, intuiva, collegava confusamente quelle caratteristiche al sesso, a qualcosa che non conoscevo ma che in qualche modo mi attraeva, mi affascinava, mi parlava di una potenza e di una forza che associavo soprattutto al corpo femminile. Se lo sviluppo dell’individuo ripercorre le tappe dell’evoluzione della specie, e per estensione della sua storia culturale, quelle buffe che disegnavo allora erano le mie personali veneri di Willendorf, aggiornate agli anni Novanta. Come delle novelle dee della fertilità, le protagoniste delle avventure banali o rocambolesche che ideavo, nelle mie intenzioni erano sempre non soltanto volitive, brillanti, indipendenti. Erano soprattutto . L’ammirazione che i miei genitori avevano sempre dimostrato di fronte alla mia opera non mi aveva mai fatto sospettare che potesse esserci qualcosa di strano o sbagliato in questo. Ma adesso non è il momento per parlare di quanti traumi anche una forma di censura o repressione blanda come questa, che pure fu sicuramente attuata in buona fede, possa creare. Concentriamoci sull’ambivalenza di questo modello femminile che avevo ricevuto.

Nel momento in cui scrivo gira in rete un video della campagna elettorale di Cynthia Nixon, ex attrice di in lizza per diventare sindaco di New York, intitolato «Be a Lady, They Said» («Sii una signora, dicevano»). Mentre scorrono immagini femminili tratte da film, moda e attualità, Nixon recita un testo dell’attivista Camille Rainvillee che elenca i messaggi contraddittori che vengono di continuo rivolti alle donne, riassumibili principalmente in «sii sexy, ma non fare la troia» e «mangia, ma dimagrisci». Il tutto montato in modo rapido, da pugno nello stomaco, pur riproponendo immagini che conosciamo a memoria, con musica che ricorda «I don’t care» delle Icona Pop, duo svedese che con quella hit divenne qualche estate fa una specie di baluardo del femminismo , ed . Il video è una specie di slogan insomma, non particolarmente originale ma indubbiamente progressista. L’avrei archiviato con lo spirito con cui di solito processo il femminismo in stile Freeda. Freeda è, come recita la mission aziendale, «il primo media italiano di nuova generazione che si rivolge a un pubblico di donne millennial», nato nel 2017 e fondato tra gli altri da Andrea Scotti Calderini, ex direttore della divisione di Publitalia. Un fenomeno dubbio ma non necessariamente deleterio, che ha senso criticare ma che ha anche dei risvolti tutto sommato positivi per il suo messaggio educativo che finalmente diventa mainstream. Lo stesso si potrebbe dire del video di Cynthia Nixon. C’è un momento in quel video però che mi ha colpito particolarmente. Mentre la voce di Nixon pronuncia il verso «» («agli uomini non piacciono le troie») si vede la scena diventata virale nell’inizio del 2020 del Papa che schiaffeggia la mano della fedele troppo insistente a piazza San Pietro. Un’immagine che non avevo mai interpretato sotto il segno della misoginia. Mi sbagliavo? Forse. Eppure la storia dei media occidentali è piena di immagini che rappresentano la violenza sulle donne, perché prendere questa? Un’immagine che non parla di niente e allo stesso tempo parla di moltissime cose, che riassume il senso per il nonsense dell’era post-internettiana, viene letta come caso eclatante di violenza sulle donne. La donna in questo video è vittima non solo delle punizioni dell’intera Chiesa cattolica, bensì di tutte queste contraddittorie prescrizioni. E questo semplicemente per il fatto che a schiaffeggiare è un uomo, e a ricevere lo schiaffo è una donna. Usata in questo modo, questa immagine è un buon esempio di come la retorica della donna vittima faccia esattamente la stessa cosa di cui accusa le istituzioni e il sistema che intende criticare, e cioè essenzializzare i ruoli maschile e femminile. La persona che viene schiaffeggiata non è un fan preso dall’isteria per l’incontro col suo idolo, è essenzialmente, primariamente e semplicemente .

Quell’uomo invece è il Papa, mica uno qualunque: è il simbolo di tutta l’oppressione che le religioni hanno esercitato sulle donne, e allo stesso tempo è Papa Francesco I, un esempio morale, che quindi scandalizza doppiamente se si lascia andare a un moto di stizza. Del resto, le scuse di Bergoglio avevano evidenziato proprio questo: aveva detto di aver dato un cattivo esempio, perché, in sostanza, «le donne non si toccano neanche con un fiore». Insomma questa lettura prendeva sul serio la versione di colui che nello stesso video viene rappresentato come un perpetratore. Ma soprattutto questa lettura reitera un altro gigantesco problema del modo in cui concettualizziamo il genere: nel nostro sistema culturale, il maschile è neutro. Connotare al femminile invece vuol dire specificare, vuol dire aggiungere una qualifica. Non accade lo stesso in questa immagine usata in questo video? L’uomo è il Papa, mentre la donna «vittima» del suo schiaffetto infastidito è una sineddoche: non è una persona, incidentalmente di genere femminile, in preda all’isteria (uso apposta, di nuovo, questo termine controverso), è le donne. Tutte dovremmo sentirci oltraggiate: è questo il senso del video. Non aver colto il significato «nascosto in piena vista» di violenza di genere insito nel gesto, come stranamente mi fanno notare sia Bergoglio nelle sue scuse sia il team di creativi della campagna di Nixon, mi rende un po’ stupida. Forse addirittura, , una cattiva femminista.

Quando, ormai quasi dieci anni fa, mi ero appena trasferita a Berlino per studiare, fui invitata a una festa in una casa condivisa abitata solo da lesbiche (era un prerequisito per abitarvi, mi dissero). Fu lì che, nel bagno, vidi per la prima volta degli adesivi che poi avrei riconosciuto per le strade per almeno un paio d’anni: SEXISTISCHE KACKSCHEISSE («merda sessista») tuonavano in fucsia su sfondo nero, e li avrei presto visti apposti, magari a censurare gli attributi sessuali, sulle pubblicità che presentavano corpi di donne (anche su quelli della fiera del...



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