E-Book, Italienisch, Band 76, 164 Seiten
Reihe: formelunghe
Cristiano Mezzafaccia
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-6110-274-3
Verlag: Del Vecchio Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 76, 164 Seiten
Reihe: formelunghe
ISBN: 978-88-6110-274-3
Verlag: Del Vecchio Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È nato a Potenza, scrive su diverse riviste e per l'editore Effigie ha curato con Enrico Macioci Dentro al nero: tredici sguardi su It di Stephen King. Nel 2016 ha pubblicato per Transeuropa la monografia Crema di vetro: misura e dismisura nei romanzi di Antonio Moresco. Con Prospero Editore ha pubblicato la raccolta di poesie Brucia la cenere (2017), il volume di racconti La danza delle vergini e delle vedove (2018) e il romanzo L'istrice (2020).
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La tragedia delle foglie
1
Ho dormito (diciamo così) per non so quanto tempo. Sono rimasto seduto sotto il faretto con il quaderno in mano. Quando sono tornato cosciente ce l’avevo sulle cosce. Ci ho passato sopra le mani, come se stessi accarezzando un gatto, per accertarmi che esistesse davvero. Dopo un po’ ho ricominciato a scrivere.
DiCaprio è andato via. Al suo posto ora ci sono una donna adulta e una bambina. La donna adulta è AnnaCambi, una veterana. Può darsi che sia arrivata prima di me. Non ricordo. La piccola è una ragazzina cinese, sembra abbia circa sette anni. Visto che rimane sempre in silenzio e non c’è modo di sapere come si chiama davvero, a qualcuno (spero non a me) è sembrato simpatico battezzarla Tokyo. Ha quasi sempre un pollice in bocca. Ogni volta che la guardo ho paura che possa strapparselo via con un morso distratto, ma in realtà non fa altro che succhiarlo. Indossa una salopette di jeans sopra una felpa rossa. A volte, senza nessun motivo apparente, inizia a mugolare e a prendersi a pugni in testa. Poi smette, di colpo come aveva iniziato, e si rimette a succhiarsi un pollice. Non dice una parola, ma guarda la donna adulta che le tiene la mano come se potessero capirsi senza aprire bocca. Tokyo non diventerà mai grande.
Non so da quanto tempo mi stanno osservando. AnnaCambi mi guarda con un’espressione a metà tra la compassione e il disprezzo. Sono rimaste in piedi davanti a me per meno di un minuto, dopo che ho riaperto gli occhi (ammesso che nell’incoscienza li tenessi chiusi).
Le ho riviste qualche ora dopo. Erano a una ventina di metri da me, in una zona poco illuminata di questa specie di hangar che una volta era una stazione della metropolitana di Roma. Stavano per avventarsi su una nutria. Non si vedono spesso animali vivi così grossi, da queste parti. Qualcuno deve aver infilato la povera bestia tra le sbarre per farci fare festa.
In qualche modo, sono riuscite a intrappolare la nutria in un angolo. AnnaCambi si è girata di scatto e si è lasciata Tokyo alle spalle, frapponendosi tra l’animale e il gruppo degli altri tre o quattro che si sono radunati per la caccia appena hanno percepito la presenza di una preda viva. Anche a me è venuta voglia di saltare in piedi e correre verso la bestiola, ma sono riuscito a trattenermi. Sarebbe stato perfettamente inutile provare a mettermi in mezzo. La nutria era nell’angolo, sotto il pieno controllo di Tokyo. L’accesso all’angolo era presidiato dalla sua mamma putativa, il cui sguardo diceva chiaramente che se qualcuno avesse fatto un serio tentativo di avvicinarsi, sarebbe finito smembrato.
Tokyo si è sfilata il pollice dalle labbra, si è leggermente accucciata sulle piccole gambe e si è avvicinata al roditore camminando a zig zag. La nutria ha provato a scattare verso la sua destra, ma la bambina l’ha anticipata apparentemente senza sforzo. Dopo pochi secondi se la stava portando alla bocca. La nutria era ancora viva, quando la bambina ne ha ingoiato un pezzo strappato via dalla gola. AnnaCambi, senza togliere gli occhi dal gruppetto di corpi affamati che provavano ad avvicinarsi, ha fatto un passo all’indietro, raggiungendo Tokyo. Ha ringhiato contro quelli che aveva di fronte e loro si sono bloccati. A quel punto ha strappato via la nutria dalla bocca di Tokyo e ha trascinato via la piccola cacciatrice e la sua preda, prendendo a spintoni chiunque le ostacolasse il cammino. Non l’ho vista mangiare. Lei e Tokyo devono essere andate a consumare il pasto in qualche punto oscuro della metropolitana. La maggior parte dello spazio sotterraneo che occupiamo, del resto, è privo di illuminazione e la cosa non sembra dispiacere a nessuno. Evidentemente ai morti non piace la luce. Mi lasciano senza rimpianto il faretto che mi serve per leggere e scrivere.
2
Ci ho messo parecchio a riprendere la concentrazione, dopo che la nutria ha risvegliato la mia fame. Devo aver perso coscienza di nuovo, non so quante volte, non so per quanto tempo. Ora però bisogna andare avanti. Vi stavo dicendo del libro.
Proviamo a metterla così: c’è un volumetto sgualcito tra quello che ero quando ho trovato rifugio qua sotto e la persona (se posso ancora definirmi tale) che butta giù queste righe. Si tratta di un libro di carta, vale a dire un oggetto di antiquariato.
Il giorno che feci la mia richiesta a Enrico, dicevo ancora le parole scandendo una per volta tutte le sillabe. Mi incantavo sullo stesso suono, lo ripetevo dondolando avanti e indietro come un bambino autistico. Tra un sintagma e l’altro avevo lunghi momenti di buio. Non dovevo essere molto diverso da DiCaprio quando si mette di fronte a me e inizia a recitare la sua litania muta. Però alla fine fui capace di farmi uscire di bocca dei suoni forti abbastanza perché Enrico potesse sentirli.
Li… bb… rrr… rrr… o.
Fu come cavarmi un neonato dalle costole.
Non respiriamo, noi. Siamo quasi tutti capaci di usare i polmoni come mantici, per modulare le emissioni di voce fino a farle diventare parole, o almeno lo sanno fare quelli che hanno avuto la fortuna di conservare l’apparato fonatorio intatto. In ogni caso, non abbiamo bisogno di consumare l’aria. Non ho idea di come sia possibile che continuiamo a funzionare. O forse lo so solo nei momenti migliori e ora, tanto per cambiare, l’ho dimenticato.
Devo stare attento a non perdere il filo, altrimenti non riuscirò a ricordare neanche il resto.
Enrico era in piedi davanti a me. Piegai la testa come se volessi piantarmela nel petto, più volte. Alla fine riuscii a raccogliere le mie energie e la mia concentrazione e, in un doloroso esercizio di ventilazione, dissi: poesie.
Un proiettile dai bordi frastagliati mi passò attraverso la gola e il tubo tagliato delle labbra.
Sputai anche un po’ di sangue insieme al suono. La maggior parte dei miei simili non prestò nessuna attenzione all’impresa. Stavano accalcati contro le sbarre, aprendo e chiudendo la bocca in attesa di essere nutriti.
Pronunciare il nome dell’autore fu una manovra ancora più complicata. In effetti, non fui capace di dirlo per intero. Per fortuna il persistente al quale mi rivolgevo era uno che leggeva. Seppi poi che aveva rinominato le sue fidanzate storiche prima, seconda e terza signora Panofski, citando per gioco un romanzo che si intitola La versione di Barney.
Saltai per aria quando me lo disse. Quello era uno dei miei libri preferiti. Lo avevo persino letto in lingua originale. Inizia così, in italiano: “Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa”. In inglese è più incisivo: “Terry the spur. The splinter under my fingernail”. Una scheggia sotto l’unghia. Da noi non si dice. Peccato.
Questo è ancora niente. Pensate a Lolita di Nabokov! In italiano inizia così: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.” Avevo scritto “la nutria della lingua”. Ho fame. Non importa. Lolita! L’inizio in lingua originale è una specie di filastrocca che tiene insieme solennità e regressione: “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”
Da vivo ero capace di interrompere una conversazione per mettermi a recitare queste righe e le successive, che evocano il nome della ragazza sulla linea tratteggiata dei documenti e lei che indossa un calzino solo mentre fa colazione. Ora sono capace di sparare fuori dalla mia bocca tutte quelle T soltanto nei miei momenti migliori. A volte non so neanche chi sia Nabokov. Ma non mi lamento dell’intermittenza: quando chiesi il mio primo libro nessuno avrebbe creduto che potessi dire ad alta voce cose così complicate. So di essere un prodigio.
Ma che c’entra Lolita adesso? Stavo parlando d’altro. Mordecai Richler, La versione di Barney. Ho a cuore quel libro. Mi ricorda la mia mente perché il protagonista, che è anche il narratore, ha l’Alzheimer e a un certo punto non riesce a tenere insieme ricordi e parole. A volte assomiglio a Barney. Solo che il mio Alzheimer va e viene. Come lui, non ricordo chi sosteneva che i poeti sono i misconosciuti legislatori del mondo, però ci credo fermamente e tra i poeti ci metto anche i romanzieri, chi se ne importa.
Mi perdo, vedete? È colpa della nutria. Stavo raccontando del primo libro che chiesi a Enrico. Mi sembra siano passati mille anni. Non so quanto ci misi a dire il nome dell’autore. La terzultima lettera è una W. Mi resi conto che per la mia voce sarebbe stato quasi impossibile scavalcarla. Enrico però capì di chi stavo parlando e annuì con ripetuti scatti allegri della testa, che fecero ballare nelle mie ossa il suo sangue, contenuto a fatica dalle vene del collo.
Mentre perdevo di vista il bisogno di avere tra le mani il libro di Bukowski (era il suo cognome che volevo pronunciare) ma continuavo a cantilenarne il nome, dovevo essere per il mio amico uno spettacolo interessantissimo, come quelle scimmie che scrivono al computer.
Ricordo che da bambino adoravo le scimmie romanziere. Una volta i miei genitori diedero seguito alle mie lagne e acconsentirono a farmene vedere una in azione in un circo stanziale di Roma. Quella bestia così rara da costare un capitale scrisse sotto dettatura un passo nel quale Tolstoj si chiedeva come mai alla gente piace sbronzarsi in gruppo per attenuare gli effetti dolorosi della lucidità.
Alla fine dello spettacolo...




