Costello / Wallace | Il rap spiegato ai bianchi | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 227 Seiten

Reihe: Sotterranei

Costello / Wallace Il rap spiegato ai bianchi


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7521-610-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 227 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-7521-610-8
Verlag: minimum fax
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David Foster Wallace è ritenuto la voce più originale e rilevante della letteratura americana degli ultimi vent'anni; è celebre per il suo romanzo-fiume Infinite Jest, i racconti e i reportage narrativi, ma è tutta da riscoprire questa sua opera giovanile, scritta a quattro mani con l'amico Mark Costello. È il 1989 e i due, studenti ad Harvard, bianchi, coltissimi e middle class, condividono una sorprendente quanto irresistibile attrazione per la musica rap, che è ormai uscita dai ghetti neri inaugurando la sua storia di strepitoso successo mainstream. Prendendo come nume tutelare il critico rock più irregolare e geniale di sempre, Lester Bangs, decidono di provare a spiegare il motivo di questa passione: fra ascolti compulsivi e imbarazzate incursioni nelle sale d'incisione e nei locali hip hop, danno vita a un'analisi personalissima, e tuttora convincente, sulla forza e le contraddizioni del rap, il primo genere musicale autenticamente postmoderno.

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M. (1A)


Nella parte di Boston che si estende dal sud di South Boston per tutta Roxbury fino dentro a Dorchester, le scuole sono divise in distretti in modo da creare un effetto di questo tipo: le zone a prevalenza nera sono completamente separate dalle zone a prevalenza bianca.

Morgan contro Hennigan

Sulla radio della Ford abbiamo messo in funzione la ricerca automatica. Ci lasciamo alle spalle il centro. Chilometri di case dei quartieri periferici scorrono davanti al parabrezza. Il SEEK si blocca su una stazione, probabilmente una FM di qualche college. «Yeah», dice un nostro nuovo amico. «Checc’è in giro. Checc’è in giro». Sulla radio c’è un altro bottone, VOL , che viene premuto più volte mentre la Ford si dirige, sferragliando allegramente, incontro alla fonte di quella musica. Non verso gli studi del campus dall’altra parte del fiume, né verso i ripetitori dei sobborghi, bensì verso la RJam Productions, a North Dorchester, dove i ragazzini neri dei licei ora misti – il Latin, il Madison Park, il Jeremiah Burke, il Mattapan – registrano demo e sognano di diventare famosi anche più del nuovo tipo della radio, un ragazzo chiamato Schoolly D, che in questo momento, a un volume dannoso per le casse, accidenti quanto pompa. «Prima di mettere il prossimo disco...», sta dicendo Schoolly. Il disco in questione si chiama «Signifying Rapper», il breve e cruento racconto di un regolamento di conti, dal lato B di dello stesso Schoolly. I trenta secondi dell’introduzione del pezzo, recitati nel vuoto di una camera a eco su una base di riff rubati ai Led Zeppelin, restano, nonostante i bip della censura radiofonica, i più intensi del rap fino a oggi: «Yeah», dice Schoolly,

[incomprensibile]

[bip]

(Che c’è

Che succede

Prima di mettere il prossimo disco

Devo infilarmi gli occhiali da sole

Per sentirmi fico

Ti ricordi questa legge?

Quando dovevi metterti gli occhiali da sole per sentirti fico?

Be’ è ancora una legge

Mettiti gli occhiali da sole

Così potrai sentirti fico

Mi metto gli occhiali da sole

Così non vedo niente

Di quello che tu non stai facendo

E tu non stai facendo niente

Tu non stai facendo niente

Che io [incomprensibile]

Be’ andiamo comunque avanti con questa [bip])

Forse la radio è inciampata come Coronado3 in una retrospettiva completa su Schoolly D, che copre tutti e due gli anni della sua carriera, includendo tutti e quattordici i brani di . Se è così, ci faranno presto sentire un altro classico di Schoolly, «Black Man», in cui viene campionata la voce registrata di H. Rap Brown, il «ministro della Giustizia» delle Pantere Nere, che dichiara: «Non puoi fare la cosa giusta se la tua cosa non è la cosa giusta». La funzione SEEK del cervello si blocca sul ricordo di una registrazione di Robert Kennedy che implorava la pace in qualche ghetto devastato, dicendo: «Abbandonate i Bull Connor e i Rap Brown, tutti e due i tipi di estremismo razziale»; e ora siamo sulla John F. Fitzgerald Expressway, chiamata così dal nome del nonno di R.F.K., sindaco populista, l’onorevole John F. Fitzgerald, lui stesso una specie di H. Rap Brown al tempo in cui gli irlandesi a Boston erano trattati come pezze da piedi. Insomma, stiamo ascoltando un contemporaneo, ammiratore di un contestatore populista degli anni Sessanta che fu attaccato all’epoca come demagogo dal nipote del demagogo al quale è intitolata la strada che stiamo percorrendo.

«Le zone nere sono completamente separate dalle zone bianche», dichiarò un giudice federale nel ’74, e dappertutto è evidente che da allora niente è cambiato. Sulla sinistra della Fitzgerald Expressway, in direzione sud, scorrono venti isolati di orrendi casermoni del quartiere cattolico irlandese, l’estremo confine occidentale di Belfast, completo di graffiti del Sinn Fein e murales raffiguranti una gloriosa Irlanda Unita, un sobborgo dove spezzano le tibie a qualunque rompicoglioni osi elogiare l’ordine federale del ’74 che, istituendo un servizio di scuolabus, ha spostato «Loro» da qualunque sia il posto dove «Loro» vivono – – e li ha portati all’interno di una South Boston popolata per il 97% da bianchi. A destra della Expressway si trova il posto di cui parlano gli spezzatibie: una zona che rappresenta allo stesso tempo il confine settentrionale di Haiti, della Giamaica e della Georgia; le mappe di Boston la chiamano North Dorchester.

A mettere insieme i due lati della Expressway non ci vuole niente. Tutti e due i quartieri sono violenti e poveri. Entrambi odiano il mondo dei college al di là del fiume, mondo in cui, per colpa delle pessime scuole pubbliche di Boston, non entreranno mai come matricole. E i teenager di entrambi i sobborghi possono manifestare quest’odio proprio al suono delle radio dei college, sulle cui frequenze, in questa splendida mattina, ragazzini dei quartieri residenziali con un prestito d’onore trasmettono la musica di un ragazzo nero del ghetto di Philadelphia, più o meno loro coetaneo, e una volta molto più povero di loro, ma ora, con i diritti di , molto più ricco.

Non che la passione comune per la musica nera di strada faccia notizia; e neanche è qualcosa di nuovo: vent’anni fa, mentre il caso Morgan contro Hennigan – la versione bostoniana del celebre Brown contro il Comitato Scolastico di Zona4 – stava percorrendo a piccolissimi passi il suo iter processuale, e perfino gli italiani con la pelle scura erano spesso poco accetti nel distretto irlandese a est della Expressway, i ragazzini della Little Belfast di Boston cantavano insieme a James Brown alla radio:

(Dillo forte

Sono nero e ne sono fiero

Dillo forte

Sono nero e ne sono fiero!)

Senonché, nel bel mezzo di quel funk contagioso, i ragazzetti con i capelli a spazzola si rendevano conto di quello che andavano dicendo: Gesù Cristo, «Io sono fiero di essere », santiddio!, come quando state in un pornoshop, avete presente?, che vi perdete, o qualcosa del genere, e vi trovate nella zona degli , capite, non la zona gli uomini ma la zona gli uomini, Gesù, e ve ne scappate di corsa. Così loro uhmeggiavano/biascicavano le parti soppresse:

E tutti questi biascicanti fan bianchi del funk venuti dal ’68 erano i nipoti di quelli che adoravano Little Richard, e i figli dei soldati che facevano il culo a Hitler sulle note di una colonna sonora influenzata da Duke Ellington.

Ma il rap non è il funk, il rock, o il jazz, e il vasto fenomeno di «crossover» in virtù del quale le radio dei college trasmettono musica del «ghetto» a ghetti di diverso colore, non è una semplice replica dei crossover del passato. Come fa, per esempio, il fan canticchiante di a inserire biascichii strategici in mezzo a parole come queste?

(Nero è bello

Marrone è [a posto? tosto? forte?]

Giallo va bene

Ma bianco non è un cazzo.)

La RJam Productions, che ha il suo modesto quartier generale a North Dorchester, in una zona di confine tra settori neri e ispanici, è composta da quanto segue:

• n. 1 (uno) garage a quattro posti fornito di strumenti per la registrazione e rimasterizzazione che valgono più di tutti gli altri immobili dell’isolato;

• n. 1 (uno) telefono a toni (preso in leasing);

• n. 2 (due) Chevy Blazer, con targhe personalizzate RJAM1 e RJAM2, fornite ognuna di telefono cellulare e lussuoso stereo (in leasing anche queste);

• n. 1 (uno) videoregistratore in cui oggi c’è il nastro riavvolto di con Kathleen Turner;

• la cosa più importante, n. 8 (otto) artisti promettenti sotto contratto esclusivo.

Se – come è accaduto a molte etichette locali – la RJam venisse liquidata per soddisfare i creditori, questi sarebbero i pezzi da mettere all’asta. Ma nel garage riadattato c’è stipata roba preziosa, roba che è oltre la...



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