E-Book, Italienisch, 83 Seiten
Reihe: Libri piccoli
Cioran Sulla Francia
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-6243-233-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 83 Seiten
Reihe: Libri piccoli
ISBN: 978-88-6243-233-7
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ritratto inedito della Francia scritto nel 1941 da Emil Cioran, filosofo, saggista e aforista tra i più importanti del XX secolo. Grande amante della cultura francese, l'autore romeno analizza con il suo stile inconfondibile le grandiosità e le meschinità di una nazione che lo affascina. Ne viene fuori un quadro al contempo feroce, lucido e pieno di ammirazione. 'Nel mondo, tutto appassisce: desideri, pensieri, cieli e civiltà. Una sola cosa resta in fiore: l'assurdo, l'atemporale assurdo.'
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Non credo che avrei a cuore i francesi se non si fossero tanto annoiati nel corso della loro storia. Ma la loro profonda noia è priva d’infinito. È la noia profonda della chiarezza. È la fatica delle cose comprese.
Mentre per i tedeschi le banalità sono considerate come l’onorabile sostanza della conversazione, i francesi preferiscono una menzogna detta bene a una verità formulata male.
Tutto un popolo malato di cafard13. Ecco la parola più frequente tanto nel bel mondo quanto nelle classi inferiori. Il cafard è la noia psicologica o viscerale; è l’istante invaso da un vuoto improvviso, senza ragione – mentre l’ennui14 è il prolungamento nello spirituale di un vuoto immanente dell’essere. Al confronto, Langeweile15 è solo un’assenza d’occupazione.
Il XVIII è il secolo più francese. È il salotto divenuto universo, è il secolo dell’intelligenza merlettata, della finezza pura, dell’artificiale piacevole e bello. È anche il secolo che si è annoiato di più, che ha avuto troppo tempo, che ha lavorato solo per far passare il tempo.
Quanto sarei stato bene al fresco dell’ombra dell’intelligenza ironica di Madame du Deffand, forse la persona16 più chiaroveggente di quel secolo! “Je ne trouve en moi que le néant et il est aussi mauvais de trouver le néant en soi qu’il serait heureux d’être resté dans le néant.»17 Rispetto a lei, il suo amico Voltaire che diceva “je suis né tué”18, è19 un buffone saccente e laborioso. Il nulla in un salotto, quale definizione per il prestigio!
Chateaubriand – questo francese, britannico come tutti i bretoni – fa l’effetto di una tromba ronfante di fronte alle effusioni in sordina dell’implacabile Dama. La Francia ha avuto il privilegio di donne intelligenti, che hanno introdotto la civetteria nello spirito e il fascino superficiale e delizioso nelle astrazioni.
Un motto di spirito vale quanto una rivelazione. Essa è profonda ma non può esprimersi, l’altro è superficiale ma esprime tutto. Non è forse più interessante realizzarsi in superficie che disarmarsi attraverso la profondità? Dove c’è più cultura: in un sospiro mistico o in una “battuta”? In quest’ultima, certamente, sebbene solo una risposta alternativa potrebbe corrispondervi.
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Cosa ha amato, la Francia? Gli stili, i piaceri dell’intelligenza, i salotti, la ragione, le piccole perfezioni. L’espressione precede la Natura. Siamo di fronte a una cultura della forma che ricopre le forze elementari e che, sopra ogni impulso passionale, stende la vernice20 elaborata della raffinatezza.
La vita – quando non è sofferenza – è gioco.
Dobbiamo essere riconoscenti alla Francia per averlo coltivato con maestria e ispirazione. Da lei ho appreso a non prendermi sul serio se non al buio e, in pubblico, a prendermi gioco di tutto. La sua scuola è quella di una noncuranza21 saltellante e profumata. La stupidità vede ovunque obiettivi; l’intelligenza, pretesti. La sua grande arte è la distinzione e la grazia della superficialità. Mettere talento nelle cose da niente – cioè nell’esistenza e negli insegnamenti del mondo – è un’iniziazione ai dubbi francesi.
La conclusione del XVIII secolo, non ancora contaminata dall’idea del progresso: l’universo è una farsa dello spirito.
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Si può credere a ciò che si vuole, si possono edificare divinità davanti a cui prosternarsi o fare sacrifici. Esse vengono dall’esterno, sono degli assoluti esteriori. La vera divinità dell’uomo è un criterio che ha nel sangue e attraverso il quale giudica le cose. Da quale punto di vista giudicare la natura umana, secondo quale imperativo22 psicologico si possono scegliere i valori, ecco l’assoluto effettivo rispetto al quale colui che professa la fede è pallido23 e insipido.
La divinità della Francia: il Gusto. Il buon gusto.
Secondo cui il mondo – per esistere – deve piacere; essere ben fatto; consolidarsi esteticamente; avere dei limiti; essere un incanto dell’afferrabile; una dolce fioritura della finitudine.
Un popolo di buon gusto non può amare il sublime, che è solo la predilezione per il cattivo gusto portato al monumentale. La Francia considera tutto ciò che oltrepassa la forma come una patologia del gusto. La sua intelligenza non ammette neppure il tragico, la cui essenza rifiuta di essere esplicita, come il sublime. Non è un caso che la Germania – das Land den Geschmacklosigkeit24 – li abbia coltivati entrambi come categorie ai limiti della cultura e dell’anima.
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Il gusto si colloca agli antipodi del senso metafisico, è la categoria del visibile. Incapace di orientarsi nel groviglio delle essenze, mantenute dalla barbarie della profondità, si diletta nell’ondulazione immediata delle apparenze. Ciò che non affascina l’occhio è un non-valore: questa sembra essere la sua legge. E cos’è l’occhio? L’organo della superficialità eterna – la ricerca della proporzione, la paura della mancanza di proporzione definisce la sua smania per i contorni visibili. L’architettura, adornata a partire dall’immanenza; la pittura d’interni e il paesaggio, senza la suggestione delle lontananze intatte (Claude Lorrain – un Ruysdael salottiero25, vergognoso di sognare); la musica della grazia accessibile e del ritmo misurato, – altrettante espressioni della proporzione, della negazione dell’infinito. Il gusto è bellezza soppesata, elevata a raffinatezza categoriale. I pericoli e le violenze fulminee del bello appaiono al gusto come delle mostruosità; l’infinito – una caduta. Se Dante fosse stato francese, avrebbe descritto solo il Purgatorio. Dove avrebbe trovato in sé la forza per l’Inferno e il Paradiso, e abbastanza audacia per gli estremi sospiri?
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Il peccato e il merito della Francia consistono nella sua socievolezza. Le persone sembrano fatte solo per incontrarsi e scambiarsi parole. Il bisogno di conversazione proviene essenzialmente dal carattere acosmico di questa cultura. Né il monologo né la meditazione la definiscono. I francesi sono nati per parlare e si sono formati per discutere. Lasciati da soli, sbadigliano. Ma quando sbadigliano in società? Ecco il dramma del XVIII secolo.
I moralisti giudicano male l’uomo nei suoi rapporti con i propri simili; essi non si sono elevati alla condizione dell’uomo in quanto tale. Per questa ragione, non possono andare al di là dell’amarezza e dell’asprezza dei toni – e neppure al di là dell’aneddoto. Essi deplorano l’orgoglio, la vanità, la meschinità, ma non soffrono per la solitudine interiore della creatura. Cosa direbbe La Rochefoucauld in mezzo alla natura? Penserebbe certamente all’ipocrisia dell’uomo, ma non sarebbe in grado di concepire quanta sincerità si nasconda nel brivido dell’isolamento che lo percorre in questi momenti di solitudine metafisica. Pascal è un’eccezione. Ma fino a lui – fino al più serio dei francesi – l’oscillazione tra il monastero e il salotto è evidente. È un uomo di mondo costretto, dalla malattia, a non essere più francese se non per il suo modo di formulare le cose. Per quel po’ di salute che gli resta non si distingue dagli altri moralisti. Toglietegli Port-Royal: di lui non rimane che un causeur26.
Se ancora oggi continuiamo a leggere i moralisti romani della decadenza, è perché hanno approfondito l’idea di destino e l’hanno accostata alle peregrinazioni dell’uomo nella natura. Nei moralisti francesi – e presso tutti i francesi – non ritroviamo quest’idea. Essi non hanno creato una cultura tragica. La ragione – ma più ancora il suo culto – ha placato l’agitazione tempestosa del nostro foro interiore e, essendo irresistibile e nociva alla nostra tranquillità, ci obbliga a pensare al destino e alla sua mancanza di pietà per la nostra piccolezza. La Francia è priva del lato irrazionale, del possibile fatale. Non è stato un paese infelice. La Grecia – di cui abbiamo invidiato l’armonia e la serenità – ha subìto27 il tormento dell’ignoto. La lingua francese non sopporta Eschilo. È troppo potente. Quanto a Shakespeare, egli suona docile e gentile, anche se dopo aver letto Racine, Amleto o Macbeth sembrano appiccare il fuoco al verso francese. Come se la lingua fosse incendiata dal tumulto e dalla passione delle parole. L’infinito non ha posto nel paesaggio francese. Le massime, i paradossi, le note e i tentativi, sì. La Grecia era più complessa.
La Francia è una cultura acosmica, non senza terra ma al di sopra di essa. I suoi valori hanno radici, ma si articolano da soli28, il loro punto di partenza, le loro radici non contano. Solo la cultura greca ha già illustrato questo fenomeno di distacco dalla natura – non allontanandosi da essa, ma raggiungendo una rotondità armoniosa dello spirito. Le culture acosmiche sono culture astratte. Private del contatto con le origini, manca loro anche lo spirito metafisico, cioè l’erratico domandare...




