E-Book, Italienisch, 163 Seiten
Reihe: Introvabili
Christiansen Due vivi e un morto
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-421-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 163 Seiten
Reihe: Introvabili
ISBN: 978-88-3389-421-8
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un ufficio postale viene assaltato da due banditi: nelle fasi concitate della rapina un cassiere viene ucciso, un altro rimane leggermente ferito e il terzo - Berger, protagonista del romanzo - consegna la cassa senza opporre resistenza. Si ritrova per questo ad essere additato come vigliacco, mentre l'altro sopravvissuto passa da eroe. Berger è così costretto a subire non solo il disprezzo sociale ma anche l'incomprensione della moglie, e solo tramite uno stratagemma riesce a dimostrare che anche il dipendente «eroe», se avesse avuto piena coscienza di quanto stava accadendo, avrebbe agito come lui. Pubblicato nel 1931 e oggetto di diverse disposizioni cinematografiche, questo romanzo propone una riflessione sull'eroismo, la responsabilità individuale e lo stigma sociale che, nell'era dei social e delle gogne mediatiche, appare di un'attualità a tratti allarmante.
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2
CERCHI NELL’ACQUA
Trascorse un nuovo giorno, ma non puro e limpido come al solito; sin dal mattino ci fu nell’aria qualcosa di cattivo e di ostile. Erik Berger, non appena aprì gli occhi, si mise a sedere nel letto e allora vide che neppure Elena dormiva.
Si scambiarono uno sguardo dubbioso, e Berger disse: «Probabilmente ora è morto».
La donna volse via lo sguardo, come angosciata. Allora anche lui dovette abbassare lo sguardo.
Non appena si fu vestito, scese al primo piano per telefonare. Quando ritornò, Elena capì subito che l’evento era accaduto: Erik si fermò sulla porta, si appoggiò al muro, e disse: «Sì... sì...»
Ma ora doveva recarsi in ufficio e radunare le proprie forze. Durante la colazione non si scambiarono una parola.
Più d’una volta Berger cadde in pensieri profondi, dimenticandosi di mangiare. A un tratto rinunciò, si alzò, si infilò il soprabito, strinse forte la mano a Elena e uscì senza profferire parola.
Nell’ufficio ogni traccia del luttuoso accaduto era stata eliminata, ma gli animi ne rimanevano fortemente scossi. Berger trovò i colleghi che discutevano con calore, riuniti in gruppi. Persino gli addetti agli sportelli dibattevano gli eventi con il pubblico. Trovò tutto quanto comprensibile, naturale. Ma perché tutti tacquero al suo arrivo? Perché lo salutarono così timidamente?
«Forse io stesso oggi sono insicuro», pensò.
Gli venne incontro il caporeparto. «Il signor direttore ha chiesto di lei. Si rechi subito in direzione».
Dentro c’era già Lydersen, con la testa bendata ma col suo solito aspetto: sempre arcigno e infastidito, ma forse con un po’ più di vivacità. Ricambiò il saluto di Berger con imbarazzo. Poi rivolse uno sguardo d’attesa al direttore che, appoggiato alla poltrona, tamburellava con una mano sull’orlo della scrivania. Era un uomo sui sessantacinque anni, piccolo, tozzo, con il collo taurino e orecchie un po’ sporgenti. Il viso senza barba era duro e brutale.
Il direttore ricevette lo sguardo di Lydersen e lo trasmise a Berger. «Ebbene», disse, «si sieda e mi spieghi».
Berger vacillò. «Spiegarmi?»
«Ma sì! Le pare tanto strano? Anche lei è stato sul campo di battaglia... almeno come spettatore!»
Il sarcasmo delle ultime parole sbalordì Berger, che guardò Lydersen in cerca d’aiuto, ma ne ricevette un debole, beffardo sorriso. Arrossì, diventò di fiamma, e nello stesso momento ricordò una scena assurda e quasi dimenticata: quella davanti al commissario di polizia.
Allora si preparò a resistere. «Sì», disse, «come spettatore. E sarebbe stato meglio se anche Kvisthus vi avesse partecipato come spettatore».
Il direttore si fece rosso in fronte, il rossore salì sino alla radice dei capelli. «Vuole gettare fango anche sui morti? Devo dirle che mi stupisco di lei sempre più!»
Berger scrollò la testa, inerme di fronte all’inattesa piega delle cose. «Fango? No... ero il miglior amico di Kvisthus, e avevo un solo desiderio: che non morisse».
«Crede di essere stato l’unico a desiderarlo?»
«Sembra proprio di sì. Se Kvisthus si fosse comportato come me, sarebbe ancora vivo. Ho l’impressione che essere io il sopravvissuto appaia come un’ingiustizia».
Il direttore tossì, irritato. «Non deve vedere la cosa in questo modo».
Berger lo guardò stupito. «Allora mi sono sbagliato. In che modo devo vederla?»
Seguì un minuto di pausa; il direttore fissò Berger con aria di disapprovazione, offeso e quasi adirato; poi disse con voce dura e tagliente: «Su questo ci metteremo d’accordo. Per il momento vorrei sapere quanto lei ha da raccontarmi. Sarebbe interessante capire se il suo racconto coincide con quello di Lydersen. Ma non potrà essere altrimenti».
Berger narrò, in modo confuso e a scatti, il poco che sapeva. Come l’avesse spaventato il grido di Lydersen. Come gli fosse venuto in mente di portare la cassa al sicuro. Come avesse rinunciato all’idea di portare aiuto, avendo udito un gemito e il tonfo d’una caduta. Narrò dell’uomo con la rivoltella e la maschera lacerata, della scena finale col secondo malvivente.
«Non avevo nessuna scelta», concluse, «mi avesse ucciso o no, avrebbe in ogni caso preso la cassa. Perché avrei dovuto farmi uccidere?»
Il direttore rifletté un momento. «È proprio sicuro che lei non avrebbe potuto difendere la cassa?»
«Sì».
«Neppure con un improvviso contrattacco?»
Berger fece un gesto in direzione del compagno ferito. «Il signor direttore vede cosa è toccato a Lydersen».
«Sì, ma almeno lui ha osato».
Berger annuì. «È vero», disse, «e ho pensato alla cosa. Trovo che sia stato stupido da parte sua. Può dirsi fortunato perché l’ha scampata bella. Inoltre vi era una differenza essenziale fra le due situazioni».
«Quale?»
Berger si rivolse a Lydersen con uno sguardo pacato. «Non c’era forse una differenza?»
Lydersen aggrottò la fronte, indispettito. «Non capisco che cosa intendi dire. Ossia, capisco benissimo che tu abbia un certo interesse a deformare quanto accaduto. Ma io vedo una sola cosa: la tua situazione era identica alla mia. Per giunta disponevi di più tempo».
Berger sorrise con indulgenza. «Appunto. Proprio questo è stato l’elemento decisivo. Se anche voi due aveste avuto un po’ più di tempo, Kvisthus oggi non sarebbe dentro una bara e tu non passeggeresti con questa elegante benda».
Lydersen arrossì con impeto. «Elegante, la chiami?», ribatté furibondo.
«Sì, mi fa proprio questa impressione».
Il direttore batté con le nocche dell’indice sull’orlo della scrivania invitando alla calma. «Basta, signori, basta. Io non voglio sapere nulla di queste cose. Le questioni personali qui sono fuori posto. È evidente a tutti che lei, signor Berger, si trova in una posizione svantaggiata rispetto ai suoi due colleghi. Loro hanno fatto in tutto e per tutto il proprio dovere, e qualcosa di più in aggiunta».
«E io?»
«Ehm!... Lei è riuscito a farlo appena appena».
«Allora il mio dovere era di morire?»
«Il suo dovere sarebbe stato difendere la cassa a lei affidata».
«Che è poi lo stesso. Non riesco a concepire altrimenti la cosa».
Nessuno rispose.
«Ho ragione o torto?» Berger si rivolse dapprima a Lydersen che sedeva immobile e lo guardava con odio silenzioso, poi al direttore. «Ho ragione o torto?»
Ma anche il direttore evitò di rispondere. «Non si discute questo adesso. Lei è troppo eccitato. E si capisce molto bene».
Ma Berger si aggrappò alla domanda, non volle abbandonarla finché s’accorse lui stesso della propria eccitazione. Si asciugò il sudore sulla fronte e cercò di calmarsi, durante la pausa che seguì alla risposta. Eretto, con lo sguardo abbassato, superò il massimo dell’eccitazione. Quando alzò gli occhi, era più quieto. E chiese con voce sommessa ma risoluta: «L’amministrazione delle poste, che compra il mio lavoro per un prezzo non troppo alto, esige anche che rischi la vita quando si tratta della cassa?»
Il direttore scosse la testa, indispettito. «No, in nome del cielo, nessuno esige tanto da lei, ma forse il suo contegno appare alquanto strano. È scritto anche nel rapporto della polizia».
Batté la mano su alcune carte sparse sulla scrivania.
«E il rapporto sarà trasmesso alla direzione centrale?»
«Naturalmente. Ma lei rischia soltanto richiami o sanzioni disciplinari; altro di peggio non può capitarle».
Berger si drizzò, pallidissimo in viso. «Ora basta», disse. «Ho sempre cercato di fare il mio dovere e anche qualcosa di più. Ho fornito lavoro almeno altrettanto buono quanto altri qui nell’ufficio». E involontariamente accennò con la testa Lydersen, che si strinse nelle spalle indispettito. «Ora», proseguì, «non è forse per il lavoro che io sono pagato? Ho venduto il mio tempo, ma non la mia vita. E sono contento e fiero del mio contegno. In qualsiasi momento agirei di nuovo nello stesso modo. Ero il miglior amico di Kvisthus, ma non ho alcuna voglia di fare il cambio con lui. Non ho alcuna voglia di essere la salma che sarà trasportata via con grandi parole intorno al sentimento del dovere. Perché, neppure questo importa».
Il direttore lo guardò fra lo stupito il e compassionevole. «Che cosa importa, allora?»
Berger sostenne lo sguardo. «Che lui è morto».
Il direttore si alzò, iroso e perplesso, e si avvicinò alla finestra. Quando si voltò, traspariva in lui una specie di compassione indulgente.
«Può rimanere a casa nel pomeriggio», comunicò a Berger. «Lei è troppo eccitato per venire in ufficio. Si consideri in licenza per malattia».
Uno stupore doloroso si diffuse sul viso pallido e sofferente di Berger. Poi gettò la testa all’indietro in un gesto di rifiuto. «No, grazie», disse, «non sono malato. Voglio prendere servizio».
Si voltò bruscamente per andarsene, ma si trattenne vedendo che Lydersen si alzava nello stesso momento. Lo sguardo di questi esprimeva insieme odio e risentimento, qualcosa come un rancore esasperato, sordo e minaccioso. Lydersen gli disse: «Scusa, una domanda prima che te ne vada. Vorrei chiarire una cosa in presenza del signor direttore, dal momento che ha udito anche il resto. Che cosa intendevi dire asserendo che fra la tua e la mia situazione vi era una differenza essenziale?»
Berger rispose con flemmatico: «Ho...




