Chomsky | Siamo il 99% | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Cronache

Chomsky Siamo il 99%

Nuova edizione ampliata. Prefazione di Raffaele Alberto Ventura
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7452-850-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Nuova edizione ampliata. Prefazione di Raffaele Alberto Ventura

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Reihe: Cronache

ISBN: 978-88-7452-850-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nove anni dopo Occupy, le preoccupazioni sollevate dagli attivisti in merito al sistema sanitario sono diventate un problema di sicurezza nazionale con l'emergenza del Covid-19. Quanto alla crisi ecologica, procede placidamente. Se il movimento Occupy non è riuscito fino a ora a deviare il corso della Storia non significa tuttavia che sia stato un fallimento. In un mondo in cui a poco a poco crollano molte infrastrutture di welfare che davamo per scontate, è necessario che la società civile si doti di strutture sue proprie per garantire le funzioni fondamentali in grado di assicurare la partecipazione e la socializzazione. In questo senso Zuccotti Park era davvero un'avanguardia, un tentativo di 'occupare' in qualche modo quegli spazi vuoti che il capitalismo lascia esistere. Come oggi fanno molto efficacemente le minoranze etniche e religiose. Perché per quanto inevitabile appaia l'ordine economico del mondo, sintatticamente ben formato secondo le leggi che si è dato, a esso manca sempre qualcosa: un senso.

Noam Chomsky (Philadelphia, 1928), linguista, filosofo e studioso della comunicazione, è professore emerito al Massachusetts Institute of Technology. Grande innovatore degli studi di linguistica, è anche uno dei punti di riferimento essenziali della sinistra radicale statunitense. All'interno della sua ricchissima produzione, ricordiamo: Capire il potere, Conoscenza e libertà, La fabbrica del consenso, Stati falliti, 11 settembre. Dieci anni dopo, tutti editi da il Saggiatore; Pirati e imperatori, Anarchismo, Il governo del futuro, editi da Marco Tropea.
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Nota del curatore


“Occupy”, dice Noam Chomsky, “è la prima reazione pubblica di rilievo a trent’anni di lotta di classe”, un movimento popolare che, dai suoi esordi a New York il 17 settembre 2011, si è rapidamente propagato in migliaia di città in tutto il mondo. Benché gran parte degli accampamenti sia stata successivamente sgomberata dalla polizia, a partire dall’inizio del 2012 il movimento ha ormai messo le sue radici nella coscienza nazionale.

Nei discorsi qui raccolti, Chomsky mette in evidenza come il principale successo del movimento sia stato di aver semplicemente posto le disuguaglianze della vita quotidiana al centro dell’agenda politica nazionale, influenzando il modo di fare informazione, la percezione pubblica e il linguaggio stesso. Nel commentare un sondaggio pubblicato nel gennaio del 2012 dal Pew Research Center sulla percezione del conflitto di classe negli Stati Uniti da parte dell’opinione pubblica, Chomsky osserva che le disuguaglianze nel paese “hanno raggiunto livelli mai visti prima d’ora nella storia”. La ricerca del Pew rivela che circa due terzi della popolazione statunitense ritiene che il conflitto tra ricchi e poveri sia oggi “molto forte” o “forte” – con un incremento del 19% rispetto al 20091.

A partire dall’inizio del 2012, sostenere che Occupy ha cambiato il discorso pubblico nel paese è diventato ormai un cliché. È quel che è successo, ed è importante riconoscere che è avvenuto grazie a tutti quelli che si sono accampati, che hanno marciato o sono finiti in prigione. A oggi sono state arrestate piú di 6705 persone in 112 città degli USA2. Ormai non ci si sorprende piú non solo delle inchieste giornalistiche che affrontano il problema della disparità salariale, ma anche di leggere articoli di giornale i cui titoli riecheggiano il linguaggio del movimento. Il New York Times del 15 febbraio 2012, per esempio, ha pubblicato un articolo intitolato “Perché Obama si schiererà col 99%”3. Se l’obiettivo del movimento non è apparire sulle prime pagine dei giornali, è pur vero che la scelta delle parole indica che il racconto collettivo può essere trasformato, e questa vittoria è una necessaria precondizione per la realizzazione di un cambiamento piú generale.

La condizione di coloro che sono privi di risorse, privi di voce ed esclusi dal potere, tradizionalmente ignorata, oggi è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica del paese ed è oggetto di una diffusa indignazione. Le loro storie vengono raccontate e chiunque sia in grado di leggere e comprendere non può non deplorare la violenza sopportata da milioni di persone che vivono in un’economia plasmata e organizzata per decenni a beneficio dei ricchi.

Un altro esempio recente: il New York Times ha da poco pubblicato in prima pagina un articolo su un’anziana coppia di Dixfield, nel Maine, che era rimasta in arretrato con le bollette del riscaldamento. Quando, nel bel mezzo dell’inverno, il loro debito aveva raggiunto i 700 dollari circa, la compagnia petrolifera gli aveva tagliato il riscaldamento, ben sapendo che cosí facendo rischiava letteralmente di uccidere due persone. Il rappresentante della compagnia ha detto che “era stata una decisione sofferta” e che, dopo aver parlato con la coppia per telefono, si era chiesto se “quelle persone sarebbero morte assiderate”4.

Poche pagine dopo, nello stesso numero del quotidiano c’era un commento sul multimilionario Mitt Romney, il quale aveva dichiarato che “non si preoccupava dei poveri” dato che per loro esisteva una “rete di protezione”. Il giornalista commentava le parole di Romney scrivendo: “Da dove cominciare? In primo luogo, c’è un rapporto del Center on Budget and Policy Priorities del mese scorso che fa notare come le proposte di Romney sulla legge di bilancio siano come una motosega per quella stessa rete di protezione di cui lui parla”5.

Come abbiamo fatto, qui negli Stati Uniti, ad arrivare a questo punto? “Non è una miseria da Terzo Mondo”, dice Chomsky, “ma non è una condizione in cui ci si dovrebbe trovare in una società ricca, la piú ricca del mondo, in effetti, con tanta opulenza che circola sotto il naso delle persone, ma non nelle loro tasche”. Chomsky riconosce a Occupy il merito di aver portato in primo piano questi problemi. “Si potrebbe dire che sono quasi diventati elementi di riferimento obbligati. Perfino la terminologia è cambiata. È un grosso passo avanti”.

A guidare questo cambiamento sono state la tenacia del movimento e la sempre maggiore creatività delle sue iniziative in centinaia di città: dall’occupazione di case poste sotto sequestro all’interruzione delle aste giudiziarie in cui le case rubate alle persone vengono vendute al miglior offerente6. Queste azioni non solo rivelano il carattere disumano e spietato del sistema, ma esprimono anche una significativa solidarietà verso coloro che ne vengono schiacciati.

Chomsky parla delle molte alternative possibili e opportunità di cambiamento citando casi esemplari che dimostrano come la visione del movimento abbia già influenzato le proposte in discussione, i dibattiti e le risoluzioni dei consigli comunali. È il caso della risoluzione 1172 del Consiglio comunale della città di New York, che si oppone formalmente al principio della “personalità giuridica” delle corporation7 e chiede che venga introdotto un emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti che la proibisca in modo definitivo. Questa risoluzione pone una netta distinzione tra i diritti delle corporation e quelli dei cittadini, e si unisce all’impulso prodotto da analoghe iniziative in corso in un numero crescente di città – incluse Los Angeles, Oakland, Albany e Boulder – che hanno votato risoluzioni analoghe8.

Dietro al successo del movimento Occupy c’è la sua forte attenzione ai dettagli quotidiani dell’organizzazione. Le principali proteste, le azioni di disobbedienza civile e gli arresti sono aspetti centrali della strategia del movimento, ma le attività giornaliere di discussione, i gruppi di lavoro e le assemblee generali ne costituiscono la struttura fondante. Sono la forza propulsiva costante che contribuisce all’espansione qualitativa e quantitativa del movimento. Gli accampamenti sono centinaia, forse migliaia. A New York c’è Occupy Wall Street, ma ci sono anche Occupy Brooklyn, Occupy Sunset Park, Occupy The Bronx, Occupy Long Island, Occupy The Hood, e mobilitazioni in ambito universitario come Occupy Columbia University. Poi c’è la tecnologia on-line, come quella utilizzata per creare InterOccupy.org, che connette le varie espressioni di Occupy nel paese favorendo incontri a livello regionale, strategie e azioni comuni.

Ciò che rende tutto ancor piú straordinario è che, nonostante quella che Chomsky definisce “l’inevitabile repressione” – la brutalità della reazione della polizia, gli arresti di massa, le accuse inventate, le ordinanze municipali restrittive, il controllo, le infiltrazioni e i raid – il movimento continua a crescere, a occupare nuovi fronti, dai quartieri degradati e dai tribunali locali alle aule del Congresso. Il solo fatto di perseverare nonostante la repressione è di per sé un risultato. Con la sua presenza in centinaia di città, un numero sempre crescente di arresti tra i suoi attivisti e grandi piani per ulteriori iniziative fino e oltre le elezioni presidenziali, il movimento ormai occupa anche il sistema giudiziario e sfida la natura politica della repressione governativa.

La tenacia e la crescita di Occupy dimostrano che un’enorme quantità di persone non crede piú che il sistema ascolti e risponda al comune cittadino. La recessione economica è legata a una recessione in termini di democrazia. Quest’ultima è cosí profonda che molti politici non nascondono piú la loro indifferenza nei confronti dei cittadini. Per esempio, durante un dibattito elettorale tra i candidati presidenziali repubblicani moderato dal giornalista della CNN Anderson Cooper, a uno dei candidati è stata fatta una domanda sull’immigrazione. Vedendo che ignorava la domanda e continuava a parlare a vanvera di qualcos’altro, Cooper ha insistito sollecitando una risposta. Il politico con insofferenza gli ha ringhiato: “Lei può farmi le domande, ma io posso risponderle come preferisco”, scatenando cosí le proteste del pubblico in studio9.

Ma protestare a voce non è sufficiente. Il distacco esplicito dei politici dall’interesse generale e dal principio della responsabilità nei confronti dei cittadini e l’assenza di qualsiasi impegno a favore di una reale democrazia hanno spinto persone di ogni estrazione sociale ad accamparsi al freddo e al gelo e ad affrontare gas lacrimogeni, spray al peperoncino, granate stordenti, manette e condanne. Le persone si stanno svegliando e attivando. Bloccano i ponti e paralizzano i porti. Marciano in strada, formano gruppi di affinità, creano media autonomi, stanno finalmente prendendo la parola, stanno finalmente facendo sentire la propria voce. Le proteste e la disobbedienza civile sono ormai solo la mutevole espressione di qualcosa di piú profondo e potente. È un’insurrezione...



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