Chollet | Reinventare l'amore | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 296 Seiten

Chollet Reinventare l'amore


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5981-336-7
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 296 Seiten

ISBN: 979-12-5981-336-7
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Si può essere femminista e vivere in una coppia eterosessuale? Ci hanno insegnato per secoli a inseguire un amore assoluto, a cercare «l'altra metà» per raggiungere la completezza esistenziale, a scegliere tra la piena espressione di sé e la felicità romantica: Reinventare l'amore ci invita invece a liberarci delle maschere con cui il potere patriarcale ha ingabbiato questo sentimento per riappropriarci davvero, tutte e tutti, del nostro desiderio. C'è una questione, portata alla luce dal femminismo contemporaneo, che è ormai impossibile da ignorare: è raggiungibile l'emancipazione all'interno della coppia uomo-donna? Mona Chollet indaga questo tema nel profondo a partire dalle riflessioni di grandi scrittrici femministe del passato e del presente, da Simone de Beauvoir a bell hooks, da Nancy Friday a Liv Strömquist. Nel corso della sua trattazione, Chollet analizza modelli che identificano la donna in quanto fragile, devota ed eternamente disponibile, prendendo in esame prodotti culturali quali la serie Normal People o film come L'amore sbagliato e Inception: il suo è un tentativo di «salvare» l'amore dal controllo patriarcale dando vita a un nuovo patto relazionale basato su una reale parità, una vera libertà e un autentico rispetto reciproco. In queste pagine non c'è la volontà di cancellare la passione o di arrendersi all'impossibilità di superare l'oppressione sociale sulle dinamiche di genere. Al contrario, Reinventare l'amore vuole restituire alla dimensione sentimentale la complessità che merita, per farne il motore di relazioni più sane, eque e appaganti. Bisogna cambiare l'amore perché l'amore possa tornare, ancora una volta, a cambiare le nostre vite.

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Introduzione

L’illusione dell’oasi

Quando ho avuto il mio primo smartphone ho scelto un’immagine come salvaschermo e da allora non l’ho mai più cambiata. È una miniatura indiana del 1830 dal titolo Una donna fa visita al suo amante durante un temporale.1 I colori sono magnifici: il rosso aranciato del sari che la donna tiene sollevato con le mani sopra la testa, mentre attraversa il giardino correndo, intrisa di pioggia; il bianco rosato dell’abito di lui, che le fa cenno dal balcone coperto del primo piano di casa; il verde pallido dell’erba, di un albero piegato dal vento, delle colline ondulate sullo sfondo; il nero di una nuvola rabbiosa, striata dai fulmini, che scorre nel cielo sopra di loro… L’immagine coglie l’amante in un momento delizioso: è ancora esposta alla furia degli elementi, ma è già arrivata a destinazione. Presto sarà al riparo. Non solo si sfilerà l’abito bagnato, si asciugherà, si riscalderà, respirerà i profumi di una stanza, ma ritroverà anche l’uomo che desidera, lo stringerà tra le braccia, ruzzolerà nel letto assieme a lui. Immagino la sua corsa, il freddo delle gocce d’acqua sul viso e sulle braccia, il ritmo accelerato dei battiti del cuore in sintonia con il crepitare della pioggia.

A forza di avere questa scena sotto gli occhi ogni giorno, ho smesso di soffermarmi sul suo senso, eppure l’immagine mi accompagna, come dovrebbe fare un salvaschermo: mi ricorda l’esistenza dell’amore o, in mancanza d’altro, della sua possibilità. L’amore mi dà la sensazione di ravvivare con una gran fiammata il fuoco sotto il calderone della vita al punto da dilatarla e intensificarla, un po’ come fa la scrittura. Come la scrittura, mi aiuta a sentirmi parte del tutto che è il mondo. «La felicità amorosa è la prova del fatto che il tempo può accogliere l’eternità»2 scrive Alain Badiou, mentre Annie Ernaux riassume in questi termini, alla fine di Passione semplice, la sua relazione con l’uomo che chiama A.: «Grazie a lui, mi sono avvicinata al limite che mi separa dall’altro, al punto da immaginare talora di superarlo. Ho misurato il tempo in modo diverso, con tutto il mio corpo».3

Ogni giorno, a parte i momenti passati con i nostri cari, la vita sociale e professionale ci porta a frequentare persone che possono suscitare in noi simpatia o indifferenza, noia, fastidio o anche avversione. A queste costrizioni ci rassegniamo, come alla superficialità e alla solitudine che implicano. Ogni tanto, però, si verifica un fenomeno straordinario, di solito quando meno ce l’aspettiamo, cioè quando abbassiamo la guardia: per un eccesso di gratuita generosità del destino, ci troviamo di fronte una persona che conosciamo da pochi secondi o da pochi giorni (a volte persino da pochi anni) e, all’improvviso, con un fruscio discreto, cade un velo che annuncia l’imminente, e d’ora in poi ineluttabile, scivolare dei vestiti per terra. Apriamo gli occhi. Capiamo chi è quella persona, come lei capisce chi siamo noi, e quella persona ci meraviglia. Troppo bello per essere vero. Ci è piombato tra le mani un dono: una complicità inebriante, un’intimità immediata fatta di ascolto e attenzione, con qualcuno che magari è un perfetto sconosciuto. È un big bang di una tale energia che ci farebbe fare tre volte il giro della terra. Un po’ come gli stivali delle sette leghe, o come i dadi nel gioco dell’oca da piccoli, quando stabilivano per noi un incredibile balzo verso il traguardo, mentre tutti gli altri giocatori continuavano ad avanzare arrancando da una casella all’altra.

Intrecciando due esistenze diverse, l’amore mette in comune saggezza accumulata, storie, risorse, eredità, modi di godersi la vita, amici, luoghi. Moltiplicando connessioni e possibilità, apre porte nella nostra identità che nemmeno sospettavamo esistessero, offrendoci magicamente l’opportunità di una nuova vita. Penso a quel giorno di primavera di più di trent’anni fa, a Cannes, quando la mia amica K. invitò quel ragazzo moro, che da giorni le lanciava sguardi languidi da lontano, a sedersi al tavolino del bar con lei. Entrambi avevano un accredito per il festival come critici cinematografici – difficile trovare un luogo di incontro più sciccoso. La conversazione era iniziata in inglese: ignoro se K. avesse la minima idea del mondo che si stava per spalancare davanti a lei quando gli chiese da dove arrivava e lui le rispose: «Dalla Grecia». Non aveva mai messo piede in quel paese, né se ne era mai interessata più di tanto, ma presto l’avrebbe scoperto e adorato. Ci avrebbe vissuto sette anni, ne avrebbe imparato la lingua e, anche dopo il divorzio, avrebbe continuato a tornarci ogni anno, per poi comprarci una casa. Alla Grecia avrebbe regalato una nuova cittadina nella persona di sua figlia che, in quel giorno di primavera, fremeva nel sonno della sua nuvola immaginaria, perché i suoi futuri genitori si erano seduti assieme al tavolo di un bar per la prima volta.

Non riesco a immaginare una rappresentazione migliore della traccia che l’amore imprime sulle nostre vite dell’evento verificatosi una sera del 2010, in occasione della performance di Marina Abramovic The Artist Is Present al MoMa di New York. Era organizzata così: Abramovic, vestita di un lungo abito rosso vivo, era seduta su una sedia, di fronte a un tavolo e a un’altra sedia vuota, nel bel mezzo di un grande spazio sgombro. I visitatori sfilavano, si sedevano per qualche attimo, sostenevano in silenzio lo sguardo di lei e poi lasciavano il posto al visitatore seguente. Abramovic non era stata avvertita ma, a un tratto, le si sedette di fronte il suo ex amante e compagno di creazione, l’artista Ulay, barba grigia, scarpe da ginnastica e abito nero. Quando sollevò la testa e lo scoprì, gli occhi le si riempirono di lacrime che scorsero copiose sulle sue guance. Non si vedevano dal 1988, quando avevano percorso ciascuno una parte della Grande muraglia cinese per incontrarsi a metà e dirsi addio (all’inizio era previsto che si sposassero, ma tempo di ottenere tutte le autorizzazioni…). Quella sera, a New York, in quello scambio silenzioso – fatto di sguardi, cenni del capo, sbattere di palpebre – c’era tutto: la nostalgia, la tenerezza, i rimpianti. Infrangendo il protocollo della sua performance, Marina Abramovic si era slanciata in avanti e aveva allungato le mani, che lui aveva preso tra le sue, sopra al tavolo che li separava, mentre il pubblico, attorno, scoppiava in applausi e acclamazioni. Qualche anno dopo, Ulay intentò un processo, che vinse, contro la sua ex-compagna, riguardo ai diritti di una delle loro opere. Fecero comunque in tempo a riconciliarsi prima che lui morisse, il 2 marzo 2020.

Fare il grande salto

Quanto mi piacerebbe parlare d’amore solo così, rivangando all’infinito le storie più belle che conosco. C’è una parentela stretta tra la pulsione amorosa e la pulsione narrativa e io non sono mai riuscita a resistere a una buona storia. Innamorarsi è avere la sensazione di attraversare le pagine, o lo schermo, e vedere all’opera, nella propria vita, tutti quei meccanismi e quei procedimenti molto goduriosi che di solito vengono partoriti dalla mente geniale di un bravo scrittore o di uno sceneggiatore. Allo stesso modo, quando chiudo un romanzo che mi ha tenuta con il fiato sospeso per giorni, se non per settimane o quando arrivo alla fine di una serie che ho assaporato con gusto – dopo aver esitato tra la tentazione di divorare le pagine o gli episodi e quella di centellinarli per prolungare il piacere – provo un sentimento che si avvicina, per certi versi, a quello provocato da una rottura amorosa: nostalgia, impressione di abbandonare un universo incantato e retrocedere da uno status di privilegio a una quotidianità piatta e banale; avere cioè la sensazione che lo stato di grazia sia finito – stato di grazia che, finché era durato, aveva costituito una membrana protettiva tra me e tutto ciò che di duro e nocivo c’è nella vita e nel mondo.

Quanto mi piacerebbe parlare dell’amore come di una sfera a parte, di un’oasi, di un santuario… Invece inciampo sempre più spesso in un ostacolo: che si tratti di orribili situazioni di oppressione o di incomprensioni tutt’altro che tragiche, ma molto frustranti, un ampio spettro di circostanze diverse – osservate nella società, nella mia cerchia di conoscenze o nella mia vita stessa – fanno aumentare la mia voglia di prendere di petto il tema dell’amore eterosessuale. Quand’ero adolescente non c’era nulla che rimettesse in discussione la visione idilliaca dell’amore proposta da film e romanzi. Così, credo proprio di aver nutrito, per un periodo abbastanza lungo, l’illusione che disuguaglianze, dominazione e violenza fossero assenti dalla vita sentimentale. Capire invece che queste dinamiche si verificano anche lì dove si concentrano le nostre aspirazioni più profonde, e dove siamo più vulnerabili, è stato molto angosciante e destabilizzante. È come minimo perturbante pensare che, con tutta probabilità, tra le novantotto donne uccise dai loro partner o ex-partner nel 2020,4 alcune hanno provato una felicità intensa, all’inizio, incontrando quello che sarebbe diventato il loro persecutore e poi il loro assassino.

Mi è capitato spesso di sentire donne che paragonano la scoperta del femminismo al momento in cui, nel film Matrix, Neo (Keanu Reeves) sceglie la pillola rossa – quella della lucidità, che permette di entrare nella matrice – invece di quella blu, che assicura una beata ignoranza. Rispetto all’amore,...



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