E-Book, Italienisch, 498 Seiten
Reihe: Archivio Storia
Cavina Guerre spaziali.
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5649-189-6
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La corsa allo spazio dalla guerra fredda alle stazioni spaziali e oltre (1945-2022)
E-Book, Italienisch, 498 Seiten
Reihe: Archivio Storia
ISBN: 979-12-5649-189-6
Verlag: Mattioli 1885
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Stefano Cavina è giornalista scientifico e direttore di Pianeta-Marte.it. Ha scritto diffusamente per testate scientifiche e aeronautiche. È curatore di mostre dedicate all'esplorazione spaziale e membro della Planetary Society. Ha ottenuto, il premio letterario Vega per la saggistica aerospaziale con Apollo-La sfida alla Luna e il riconoscimento per qualità e interesse dall'Ufficio Storico della NASA, per il volume fotografico, Men on The Moon-An American History (La Moderna).
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Capitolo 1
1945: la Guerra Fredda
Per comprendere i motivi che dettero il via negli anni Sessanta alla corsa spaziale, è necessario partire dalla situazione d’aperta contrapposizione politica in cui si trovarono Stati Uniti e Unione Sovietica, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il 2 settembre 1945, a bordo della corazzata americana USS Missouri ancorata nella baia di Tokyo, il Giappone firmò la resa incondizionata, un atto che mise finalmente la parola fine a un conflitto che vide la partecipazione di sessantuno paesi, centodieci milioni d’uomini ed ebbe cinquantacinque milioni di morti. Fra le nazioni vincitrici furono USA e URSS a conquistare una posizione predominante sugli altri Alleati, disponendo entrambe d’eserciti potentissimi e d’enormi risorse umane e tecniche. Il decisivo contributo americano all’esito finale del conflitto fu dovuto, in massima parte, alle straordinarie capacità produttive delle proprie industrie. Lontane dal nemico, e senza l’incombente pericolo di essere distrutte, esse riuscirono in poco tempo a potenziarsi o a riconvertire la propria produzione da civile a militare. Condizioni ideali, che consentirono gli americani di mantenere facilmente un ricambio costante di mezzi e materiali alle proprie truppe e a quelle alleate.
Lavorando a ritmi vertiginosi gli stabilimenti arrivarono a impiegare così tanto personale, da far sorgere ai loro margini intere nuove città. Fu una trasformazione rapida e imponente, tale da coinvolgere tutto il paese in un unico enorme sforzo. Sul fronte Orientale le cose andarono diversamente. I sovietici si trovarono subito in grandi difficoltà dovendo affrontare direttamente l’invasione tedesca nella loro regione europea, un evento che pagarono con un alto prezzo di morti e distruzioni. La devastazione fu tale che in un primo momento i generali della Wehrmacht previdero una facile vittoria, ma quando sopraggiunse il rigido inverno, che già aveva piegato un tempo le truppe napoleoniche, l’invasione rallentò al punto da permettere all’Armata Rossa di riorganizzarsi, ricevendo rincalzi e nuove armi. Il “Generale Inverno” non fu solo nell’evitare il tracollo del fiero popolo sovietico, determinante fu la decisione, presa ancora prima della guerra, di spostare nelle zone oltre il Volga e gli Urali gli insediamenti industriali più importanti. Da quelle zone lontane e inaccessibili, superato lo shock iniziale dell’attacco, gli stabilimenti iniziarono a lavorare a pieno ritmo sfornando centinaia di aerei, cannoni e carri armati. Fu l’incessante lavoro delle fabbriche, insieme al costante aiuto degli Alleati, che consentì all’URSS di non subire una pesante sconfitta.
La decisione di trasferire le industrie pesanti, in regioni così remote dai confini europei, fu eseguita nella più assoluta segretezza e senza informare gli stessi alleati. Alla fine della guerra, con gli insediamenti industriali salvi e gran parte dei laboratori di ricerca funzionanti, l’Unione Sovietica aveva integre tutte le potenzialità necessarie alla ricostruzione del paese, e a una rapida ripresa economica. Al di fuori dei suoi confini gli ignari esperti occidentali la vedevano, al contrario, come un paese potente ma fiaccato nel morale e con le industrie completamente distrutte, bisognoso quindi di molti anni prima di potersi risollevare dalle devastazioni subite.
La Cortina di Ferro
Difficile chiarire quale data di nascita dare alla “Guerra Fredda”, ma possiamo già intravederne la presenza, negli accordi presi dai tre capi politici dei principali paesi Alleati, Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, alla Conferenza di Yalta svoltasi in Crimea dal 4 all’11 febbraio 1945. Un incontro che ebbe luogo in un momento in cui la situazione strategica era favorevole all’Unione Sovietica, che aveva l’Armata Rossa a soli 80 chilometri da Berlino, mentre gli Alleati erano ancora fermi sul confine occidentale della Germania, a oltre 700 chilometri dalla capitale tedesca, e bloccati sulla linea Gotica in Italia.
Gli equilibri delle forze in campo però, cambiarono irrevocabilmente dopo gli attacchi nucleari in Giappone, sulle città inermi di Hiroshima e Nagasaki, che segnarono la nascita dell’era Atomica. Quando con il Trattato di Potsdam (Germania, 17 luglio - 2 agosto 1945) fu decretato lo smembramento della Germania in due nazioni, e la stessa Berlino, posta all’interno del settore controllato dai sovietici, fu a sua volta divisa in due, si favorì ulteriormente l’insorgere nel vecchio continente di due opposti schieramenti.
I rapporti fra russi e americani, già difficili nel corso della guerra contro le forze dell’Asse, si deteriorarono rapidamente, e le diverse impostazioni politiche delle due nazioni fecero diventare la tanto agognata pace in una sorta di guerra non combattuta, un nuovo e più pericoloso gioco, fatto di moniti e minacce, di strategie politiche e militari. Questioni di prestigio imposero la necessità di contenere e minimizzare i reciproci successi, non solo in politica estera, ma in ogni campo; da quello scientifico allo sportivo; dall’umanistico a quello delle arti. La Guerra Fredda però non fu solo scontro fra due ideali politici, fu soprattutto il teatro d’enormi interessi economici ove recitarono attori con pericolose ambizioni di potere.
La fine delle ostilità colse le industrie militari dei due paesi in pieno slancio produttivo, e impreparate alla pace, con centinaia di migliaia d’operai impiegati e con un grado di sviluppo fino a pochi anni prima impensabile. Ridurre la produzione militare per riconvertirla rapidamente alla produzione “civile”, senza timori di pericolose tensioni e sconvolgimenti sociali, fu un fattore cui entrambe i Governi dovettero tenere conto. A questa circostanza si aggiunsero inevitabili, e a volte inconfessabili, interessi politici, uniti a enormi vantaggi finanziari, che nel loro stesso interesse contribuirono a tenere in piedi nel primo dopoguerra, un così complesso impianto bellico-industriale. Decisivo, inoltre, fu l’apporto degli apparati militari dei due paesi, che usciti enormemente rafforzati dal conflitto influirono in maniera determinante su molte delle decisioni prese dei rispettivi Governi.
L’avvio ufficiale della Guerra Fredda fu dato dal discorso che il primo ministro inglese Winston Churchill fece negli Stati Uniti il 5 marzo 1946. In quell’occasione, alla presenza del presidente Harry Truman, Churchill costatò l’incontrovertibile dato di fatto che una “cortina di ferro” era ormai scesa fra Trieste e Danzica, ribadendo che gli anglo americani dovevano essere sempre più potenti dei sovietici, soprattutto in Europa Orientale, dove nazioni “cuscinetto” subivano il “pugno di ferro comunista”.
Il gelido clima politico fu in seguito confermato dall’atteggiamento del presidente Truman, quando il 12 marzo 1947, in un discorso pronunciato davanti al Congresso americano codificò “i principi dell’anticomunismo globale”. Per i suoi contenuti quel discorso valeva come una dichiarazione di guerra, ed era una conseguenza degli avvenimenti che stavano accadendo in Europa Orientale, dove l’Unione Sovietica stava prendendo inesorabilmente il controllo dei governi dei paesi vicini. La Dottrina Truman, come fu chiamata, indirizzò la politica degli Stati Uniti “nell’aiutare i popoli liberi impegnati a lottare contro le sopraffazioni di minoranze armate, o pressioni esterne”, un esplicito riferimento ai casi di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia.
La conseguenza di questo pensiero dette l’inizio a un preoccupante susseguirsi di capitoli della Guerra Fredda, dall’annuncio del Piano Marshall (giugno 1947) alla nascita del Cominform, un’organizzazione internazionale che riuniva i partiti comunisti di vari Paesi europei (novembre 1947) fino al blocco di Berlino da parte dei sovietici, una delle crisi più importanti della Guerra Fredda che consistette nel blocco da parte dell’Unione Sovietica di tutti gli accessi stradali e ferroviari a Berlino Ovest dal 24 giugno 1948 al 12 maggio 1949.
In questo drammatico contesto, il timore di un’aggressione reciproca crebbe a dismisura, e USA e URSS si prepararono allo scontro frontale, rafforzando i propri apparati militari e costituendo, nelle rispettive aree d’influenza, due organizzazioni militari contrapposte. I primi a farlo furono gli americani che nel 1949 dettero vita al Patto Atlantico (NATO) mentre i sovietici istituirono nel 1955, un’alleanza simile con le nazioni confinanti che fu chiamata Patto di Varsavia. A questi avvenimenti, seguirono sullo scacchiere mondiale altri episodi della Guerra Fredda: lo scoppio della prima atomica sovietica (settembre 1949); la guerra di Corea (giugno 1950); la proposta americana di riarmare la Germania Occidentale (settembre 1950) e l’insorgere negli Stati Uniti del Maccartismo, una corrente politica propugnata dal senatore repubblicano dello Stato del Wisconsin, Joseph McCarthy, che istituì un atteggiamento di anticomunismo assoluto e maniacale tale da portare a una vera e propria persecuzione di uomini e istituzioni, dichiarati antiamericani in quanto comunisti. Una “caccia alle streghe” che durò dal 1950 al 1954, e che storicamente rappresenta il culmine della Guerra Fredda nella politica interna degli Stati Uniti. Il giornalista americano Walter...




