E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Reihe: Amazzoni
Cardoso Eliete
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-440-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La vita normale
E-Book, Italienisch, 272 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-440-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Una donna del tutto normale, che di particolare ha soltanto il nome: Eliete. Due figlie grandi che la trattano con distacco, un marito fissato con i giochi online e che fa sesso solo al venerdì, una madre ossessiva e prodiga di critiche, una nonna amata ma ormai in preda all'Alzheimer. Per scappare dalla sua vita preordinata e monotona, dalle ipocrisie e dalle convenzioni del Portogallo postrivoluzionario, Eliete si rifugia in Tinder, dove gioca a diventare un'altra, dove si sente di nuovo desiderata, e dove cerca di convincersi che, ancora una volta, può succedere di tutto.
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A casa di mamma c’era sempre lo stesso odore. Spezie e cipolla fritta della famiglia indiana al piano terra, moquette rovinata, tabacco freddo e tubature antiche, piante grasse, serrande di plastica scaldate dal sole, tutto mescolato nell’aria immobile del fondovalle. Non era un odore sgradevole, rimandava a un’aria casalinga d’altri tempi, donne in bigodini, uomini in canottiera intenti a lavare la macchina, bambini che fanno rotolare copertoni di camion su viali sterrati, terrazzi zeppi di antenne della televisione, messe e pranzi domenicali, sintesi delle partite, ragazze con bigiotteria intorno al collo, vecchi invalidi sui balconi, reclute in libera uscita e centauri senza moto, coppie destinate a sopportarsi finché morte non le separi.
Per anni, la casa della mamma è esistita solo nei suoi sogni e in nessuno era uguale a come sarebbe stata nella realtà, un terzo piano all’angolo sinistro di un palazzo ad Alvide, alla periferia nordest di Cascais, un appartamento precedentemente occupato da ex coloni angolani scappati dalla guerra civile che ci avevano lasciato in eredità disegni di bambini appiccicati al muro, un allaccio elettrico illegale e una bottiglia d’olio al peperoncino nei pensili della cucina. Per quanti anni passassero, mamma non smetteva di avere fiducia che un giorno ce ne saremmo andate dalla casa di nonna e ne avremmo avuta una solo per noi. Quando le veniva lo sconforto, prendeva e mi portava a una matinée domenicale al vecchio cinema Oxford, o ai cinema del Jumbo. Allora non esistevano né il centro commerciale né il McDonald’s, dopo il cinema non si andava a mangiare il cheeseburger con me che facevo finta di essere in un film americano, né mamma aveva ancora preso l’abitudine di chiedere qualche bustina in più di ketchup e di maionese per portarle a casa. Erano giorni felici, quelli delle matinée domenicali, i film non ti deludevano mai, e quando tornavamo a casa mamma aveva di nuovo fiducia che saremmo andate via dalla casa di nonna, non importava se il film era su un cacciatore di coccodrilli australiano o su un essere che abitava in una nave spaziale, quando tornavamo a casa mamma aveva di nuovo fiducia nei suoi sogni, la vita doveva sempre cedere il passo ai sogni e i film ne erano la prova, quando meno te lo aspettavi succedeva una cosa da niente e quelli si avveravano. Molto più che nei sermoni domenicali dal pulpito di padre Raul, mamma riconosceva e rafforzava la sua fede nei film.
Quasi trenta anni dopo, il quartiere dove viveva la mamma era ancora brutto e trascurato ma aveva perso anche il suo unico vantaggio, l’aria pura dei pini del fondovalle. Mi ero già messa con Jorge, al tempo in cui la violenza del progresso si era equipaggiata di motoseghe e betoniere per sradicare i pini e innalzare al loro posto palazzi così abbandonati che la luce si rifiutava di arrivare alle loro facciate tristi. La sporcizia scesa dai quartieri più in alto adesso rimaneva a stagnare nel fondovalle, mentre della vecchia esuberanza di tronchi e rami restava a malapena una decina scarsa di pini lungo il cosiddetto nuovo boulevard, anche se non ce n’era mai stato un altro prima, una decina scarsa di pini in cerchietti ritagliati nell’asfalto che crescevano sempre più rachitici anno dopo anno, un monumento agonizzante alla furia immobiliare della fine del secondo millennio e agli eccessi che avevano preceduto di poco il tracollo economico, la grande crisi.
Appena in casa, mamma mormorò fra i denti Qualche santo dev’esser sceso in terra a far miracoli. Finsi di non avere sentito la provocazione e dissi conciliante Da quanto tempo non stavamo un po’ insieme io e te, si rimanda, si rimanda, e poi succedono cose come oggi. Notai le ditate sul ripiano del tavolo di vetro, mamma, lo sapevo, sarebbe andata subito a prendere un panno per pulirle e per una volta la prevedibilità del suo comportamento invece di irritarmi mi confortò, mamma faceva quello che aveva sempre fatto e quindi stava bene, e quindi non avrebbe cominciato a supplicarmi di accompagnarla nella capitale. È successo qualcosa alle ragazze? E Jorge? domandò mentre andava in cucina, lasciandomi in balia dell’enorme ritratto di papà appeso al muro del salotto.
Avevo cinque anni quando è morto papà. Non mi pare che avessi ancora compiuto i sei, quando mamma fece ingrandire l’ultima foto sua, Così resterà sempre con noi, aveva detto soddisfatta, come se finalmente l’avesse avuta vinta contro qualche sua amante. Vivevamo ancora a casa di nonna, io avevo smesso di dormire sul divanetto, prendendo il posto di papà nel lettone. Mamma voleva un ritratto grande come tutto il muro della nostra camera, ma la qualità del negativo e i preventivi le tarparono le ali e la obbligarono ad accontentarsi di un metro e venti per ottanta. Per combattere la lontananza creata dalla morte, mamma appese la fotografia molto in basso, così papà ci guardava dritto negli occhi quando eravamo sdraiate. All’epoca la mia altezza e quella di papà non sembravano sbagliate, se mi mettevo in piedi accanto al ritratto lui giganteggiava sopra la mia testa, che gli arrivava alla vita, come capitava a quasi tutti i bambini con i loro papà. Ma con il passare del tempo la mia testa cominciò a salire troppo in fretta, il ritratto di papà fungeva da misuratore di crescita, l’anno dopo gli arrivavo ormai praticamente al petto, il successivo gli toccavo il cuore e quello a seguire potevo ancora appoggiargli la testa sulla spalla. Quando siamo andate via da casa di nonna e mamma ha voluto appendere il ritratto di papà al muro del salotto, i suoi occhi sono tornati di nuovo sopra di me anche se mi mettevo in punta di piedi. All’altezza giusta, le misure di papà, misure solo vagamente simili a quelle di un uomo reale, rendevano più evidente ciò in cui si era trasformato per me, un nanerottolo ingabbiato dentro una cornice di alluminio troppo grande.
Non avevo quasi alcun ricordo di mio padre. Ingannavo me stessa pensando di riconoscere l’espressione ironica del ritratto, ma devo averla vista soltanto dopo la sua morte, su quella foto. Papà se l’era fatta scattare in uno studio dove lo avevano messo in posa, in piedi davanti al poster di una rupe coperta di piante e di muschio su cui una cascata spargeva i suoi rivoli d’acqua a formare un lago giù in basso. Papà teneva la gamba destra leggermente piegata e una sigaretta nella mano sinistra, probabilmente accesa pochi istanti prima che il fotografo schiacciasse il bottone della macchina fotografica. I miei ricordi di papà erano disordinati, scoloriti, incerti, ma tutti si lasciavano dietro un odore di sigaretta, come se l’odore fosse il collante per brandelli di ricordi sempre più lontani con il passare del tempo. Mi sembrava poco probabile che papà fosse sempre stato così pregno dell’odore di sigaretta, e non scartavo la possibilità di essermelo inventato a partire dalla foto e dai discorsi ascoltati per anni a proposito del suo vizio, quasi di sicuro lo avevo aggiunto io ai miei ricordi, neanche fosse compito del presente dare una cornice al passato. Nemmeno ero sicura dei brandelli di ricordi in cui papà compariva con me a cavalluccio, mentre fischiava, mi buttava fra le onde del mare, la mia memoria o la parte di memoria che riuscivo a raggiungere era limitata e discontinua, un paio di isolotti intorno ai quali erano sommersi ricordi vaghi, decine, centinaia, migliaia di ricordi, corpi che si agitavano sott’acqua fino a quando il caso, un odore, l’intonazione con cui veniva pronunciata una parola, li portava misteriosamente in superficie per poi subito sommergerli di nuovo. Al riparo dalla dimenticanza, immagini nitide e vivide di papà ne avevo soltanto due. Una di sera, con io a letto e papà che mi rimboccava le lenzuola prima di andare a dormire, ed era il papà buono. Un’altra di giorno, con papà alla guida della Ford Taunus marrone e io sul sedile davanti, accanto a lui, ed era il papà arrabbiato. Queste due immagini, di cui ignoravo il contesto, due immagini congelate in quell’attimo senza un prima né un dopo, erano l’unico terreno solido quanto ai miei ricordi di papà.
Mamma si era convinta che il paesaggio del poster davanti a cui papà aveva posato fosse lo stesso del film Laguna blu e lo raccontava alle mie compagne di scuola quando venivano a casa per i lavori di gruppo. Ah, Laguna blu, ripetevano loro annoiate mentre si scostavano la frangetta alla Lady D, però mamma fingeva di non accorgersi del loro disinteresse e continuava con i suoi discorsi, per me imbarazzantissimi. Quando aveva posato per la foto forse papà sapeva già le stupidaggini che mamma ci avrebbe ricamato sopra e per quello sfoggiava il suo sorriso ironico. O magari aveva indovinato quanto sarebbero diventati ridicoli i baffi folti e le basette che si arrampicavano per le sue guance come virgole all’incontrario.
Il ritratto di papà lo conoscevo a memoria. Sapevo quanti quadretti aveva la sua giacca, trentadue, e avrei riconosciuto fra mille il blu elettrico della sua camicia dal colletto appuntito. Mi impressionavano i peli sulle braccia, peli grossi e scuri che rendevano la sua morte ancora più irreale. Avevo anche provato a contarli, come avevo contato i quadretti della giacca e le righine dei pantaloni, ma a forza di fissarli gli occhi mi facevano male e lasciavo sempre perdere. Cosa cercavo con tanta pertinacia in quella foto? Papà, nonna, il nonno saltimbanco, il signor Pereira, mamma, o la certezza che papà amava la sua bambina?
Anche se la sua morte aleggiava in tutti i nostri discorsi, di rado ne parlavamo in modo diretto. La nostra famiglia era un puzzle complicato a cui mancavano tantissimi pezzi, pezzi che riguardavano papà, la cui assenza bucherellava il centro del disegno. Esisteva...




