E-Book, Italienisch, 175 Seiten
Reihe: e-klassika
Capek / ?apek Nove favole
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-6243-436-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 175 Seiten
Reihe: e-klassika
ISBN: 978-88-6243-436-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nelle sue brevi e irriverenti narrazioni, ?apek fonde la realtà quotidiana con alcuni elementi della tradizione mitica boema: i protagonisti di queste nove favole sono funzionari pubblici alle prese con idre a sette teste, postini determinati a dedicare la vita per la consegna di una lettera, uccelli che covano uova d'oro, animali antropomorfi, stregoni e ninfe. Con uno stile non convenzionale, ironico ma mai beffardo, intriso di tenerezza ma a tratti pungente, l'autore ceco descrive un mondo dove la dimensione eccezionale scaturisce dall'autenticità di alcuni personaggi, per cui anche il più umile riesce a trovare il senso di tutta una vita grazie al conseguimento dei propri valori.
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La favola canina
Finché il carro di mio nonno, quello che era mugnaio, trasportò il pane per i villaggi, riportando al mulino del buon grano, tutti conoscevano Birba; sì, Birba, ve l’avrebbe detto chiunque, è quel cagnetto che siede a cassetta accanto al vecchio Frodil e sta attento, come se conducesse il carro; e se si sale il monte pian pianino, inizia ad abbaiare, e subito le ruote girano più velocemente, Frodil schiocca la frusta, Ferdi e Nando, cioè i due cavalli di nostro nonno, riprendono a camminare, e quindi l’intero carro corre gloriosamente al villaggio, spandendo il meraviglioso odore di quel ben di Dio. Così, bambini, quella buonanima di Birba andava di parrocchia in parrocchia.
Davvero, ai suoi tempi non esistevano ancora quelle matte automobili; allora si andava piano, ordinatamente, e ci si faceva sentire. Nessun autista sa far schioccare la frusta tanto bene come la buonanima di Frodil, che Dio l’abbia in gloria, né staffilare i cavalli come sapeva fare lui; e accanto a nessun autista c’è il saggio Birba, non guida, non abbaia, non incute spavento, niente. Un’automobile passa al volo e puzza, ma guarda già dov’è; non la si vede nemmeno per il gran polverone. Be’, Birba guidava con più serietà; già mezz’ora prima la gente tendeva l’orecchio, fiutava e diceva: “Aha!” Sapevano già che il pane era in arrivo, e si mettevano sulla soglia per dirgli “‘ngiorno”. Ed ecco che il carro del nonno sta volando davvero al villaggio, Frodil schiocca la lingua, Birba a cassetta abbaia e all’improvviso: hop, salta sul di dietro di Nando (ma era un di dietro, Dio lo benedica!, largo come un tavolo, ci avrebbero potuto mangiare quattro persone), e adesso balla sulla groppa di Nando, corre dal collare alla coda, dalla coda al collare e quasi si strappa la bocca per la gioia: bau, bau, ragazzi, caspita, ne abbiamo fatta di strada insieme, io, Nando e Ferdi; evviva! E i ragazzi sgranano gli occhi; ogni giorno arriva il pane e sempre con una tale pompa, Dio mio, come se arrivasse un imperatore! Davvero, come dicevo, già da un pezzo la gente non circola più tutta compresa della sua missione come ai tempi di Birba. E abbaiare Birba sapeva farlo che sembravano gli spari di una pistola. Paffete! ecco che a destra le oche corrono per lo spavento, corrono e si fermano giusto al mercato di Police, intontite come fossero cascate dalle nuvole; paffete! ecco che a sinistra i piccioni volano via da tutto il villaggio, fanno un giro e si posano da qualche parte sul monte Žaltman, per non parlare della Prussia; tanto forte sa abbaiare Birba, misero cagnetto, ed è un miracolo poi che la coda non gli voli via, per quanto l’agita gioioso mentre lo fa. Be’, aveva di che essere fiero: una voce tanto forte non ce l’ha manco un generale e a volte manco un deputato.
Eppure ci fu un tempo in cui Birba non sapeva abbaiare nemmeno un po’, sebbene fosse già adulto e avesse denti tali da mordere al nonno gli stivali della festa. E qui dovete sapere come il nonno scovò Birba, ovvero più esattamente come Birba scovò il nonno. Una sera tardi il nonno tornava a casa dall’osteria; poiché era notte ed era contento, e forse anche per scacciare gli spiriti malvagi, per la strada si mise a cantare. All’improvviso, al buio, perse la giusta nota e dovette fermarsi a cercarla. E mentre la cerca, sente un piagnucolio, un pigolio, un mugolio in terra ai suoi piedi; si fece il segno della croce e tastò per terra per sapere cos’era. Tastò un gomitolo caldo e peloso, gli stava nel palmo, ed era morbido come il velluto; e appena l’ebbe preso in mano, smise di guaire e gli ciucciava il dito, come fosse di miele. Devo dargli un’occhiata, pensò il nonno, e se lo portò a casa, al mulino. La nonna, povera donna, aspettava il nonno per dirgliene quattro; ma prima che potesse protestare a dovere, quel volpone del nonno disse: “Guarda, Helena, che ti porto.” La nonna fece luce e... guarda! Era proprio un cucciolo, santa pace!, un cuccioletto di cane ancora cieco e giallo come una noce sgusciata. “Ebbene,” si meravigliò il nonno, “cagnolino, di chi sei?” Il cagnolino, si sa, non disse niente; tremava sul tavolo come un pulcino bagnato, persino la codina da topolino gli sussultava, e pigolava tristissimo; e allora, perbacco, si formò sotto di lui una pozzangheretta che si espandeva come la cattiva coscienza.
“Karel, Karel,” scosse la testa grave la nonna, “dove hai lasciato il cervello? Il cucciolo morirà senza la mamma.” Allora il nonno si spaventò. “Presto, Helena,” dice, “scalda un po’ di latte e prepara un po’ di pane.” La nonna preparò tutto, il nonno bagnò un po’di mollica nel latte, la avvolse nel pizzo di un fazzoletto e ne fece un ciuccio tanto efficace che il cucciolo lo ciucciò finché non gli fu venuta una pancetta come un tamburo.
“Karel, Karel,” scosse di nuovo la testa la nonna, “dove hai lasciato il cervello? Chi scalderà il cucciolo perché non muoia di freddo?” Ma figuriamoci il nonno! Non gli si possono fare osservazioni! Prese il cucciolo e andò dritto nella stalla; e, parola d’onore, ci faceva un bel caldo per quanto Ferdi e Nando l’avevano scaldata col fiato!
I due cavalli già dormivano, ma quando arrivò il padrone alzarono la testa e lo fissarono con occhi intelligenti e gentili. “Nando, Ferdi,” disse il nonno, “non fate del male al nostro Birba, intesi? Ve lo affido.” E con questo mise il piccolo Birba nella paglia davanti a loro. Nando annusò la strana creaturina e ci sentì le buone mani del padrone; e sussurrò a Ferdi: “È dei nostri!” E fine.
Così Birba crebbe nella stalla, nutrito con un ciuccio fatto con un fazzoletto, finché non aprì gli occhi e poté bere da solo dal piattino. E stava al caldo come se avesse la mamma, e così divenne in breve tempo un piccolo monello sventato, insomma un cucciolo; non sa neanche dove ha il sederino su cui sedersi, si siede sulla testa e si stupisce che pesi; non sa che fare della coda, e poiché sa contare solo fino a due, fa confusione tra le sue quattro zampe; alla fine stramazza a terra stupefatto e tira fuori una bella linguetta, rosa come una fettina di prosciutto. Ma i cuccioli sono tutti così, proprio come i bambini. Nando e Ferdi vi potrebbero dire di più; vi direbbero come è faticoso per un vecchio cavallo stare sempre attento a non pestare un cagnetto matto; sapete, gente, uno zoccolo non è una pantofola e bisogna appoggiarlo piano piano, con delicatezza, perché in terra qualcosa non inizi a strillare e a lamentarsi per il dolore. Davvero, è una croce con i piccoli, vi direbbero Nando e Ferdi.
E ormai Birba era già un bel cagnone, allegro e con tanti denti come ogni altro, ma qualcosa in lui non andava: nessuno lo aveva mai sentito abbaiare né ringhiare. Faceva solo una specie di pigolio e di mugolio, ma di certo non abbaiava. Un giorno la nonna si disse: perché Birba non abbaia? Per tre giorni girò per casa come un’anima in pena, arrovellandosi, e il quarto giorno disse al nonno: “Perché Birba non abbaia mai?” Si arrovella il nonno, per tre giorni gira per casa scuotendo il capo. Il quarto giorno dice a Frodil, il carrettiere: “Perché il nostro Birba non abbaia mai?” Frodil la prese sul serio; andò all’osteria e rimase lì a meditare tre giorni e tre notti; il quarto giorno gli venne sonno, aveva la testa confusa, e chiamò l’oste e tirò fuori dalla tasca i quattrini per pagare. Contava, contava, ma doveva essercisi messo di mezzo il diavolo in persona, non riusciva a venirne a capo. “Be’, Frodil,” fa l’oste, “come mai tua madre non ti ha insegnato a contare?” In quell’attimo Frodil mollò i soldi, si diede una pacca in fronte e corse dal nonno. “Padrone,” gridava ancora sulla porta, “ci sono! Birba non abbaia perché sua madre non gliel’ha insegnato!”
“Infatti,” disse il nonno, “è vero; Birba non conosce sua madre, Ferdi e Nando non gli hanno insegnato ad abbaiare, non c’è nessun cane nel vicinato, e così Birba non sa nemmeno che significa abbaiare. Sai una cosa, Frodil,” dice, “devi insegnargli tu ad abbaiare.”
Frodil si sedette nella stalla davanti a Birba e gli insegnò ad abbaiare. “Bau, bau,” gli spiegava, “sta’ attento a come si fa; prima vrrrr qui in gola, e poi di scatto lo fai uscire dai denti: bau, bau. Vrrrr, vrrrr, bau, bau, bau!” Birba drizzava le orecchie, quella era una musica che gli piaceva, nemmeno lui sapeva perché; e d’un tratto, con grande entusiasmo, abbaiò. Abbaiava in modo un po’ strano, sembrava un coltello che scorre su un piatto, ma ogni inizio è un po’ difficile; anche voi non avete mica imparato subito la prima volta l’abicidi. Ferdi e Nando ascoltavano chiedendosi perché il vecchio Frodil abbaiasse; alla fine scossero le spalle e non gli diedero più peso. Ma Birba aveva un enorme talento nell’abbaiare, imparò presto e quando uscì per la prima volta sul carro, allora paffete a sinistra, paffete a destra, come lo sparo di una pistola; e giammai Birba si stancò di abbaiare, e abbaiò ogni santo giorno, tanto era contento di aver imparato così bene.
Ma andare con Frodil e guidare, questo non era l’unica cosa di cui Birba doveva occuparsi. Ogni sera ispezionava il mulino e il cortile, per vedere se tutto era a posto, faceva paura alle galline, perché non facessero più coccodè come comari al mercato, e poi si accucciava accanto al nonno, scodinzolava e lo guardava significativamente, come se volesse dire: Va’ pure a dormire, Karel, io starò attento a tutto. Il nonno allora lo elogiava e andava a dormire nel timore di Dio. Di giorno, invece, il nonno andava spesso per villaggi e cittadine, per comprare grano e altre cose, per esempio semi di trifoglio, di lenticchie o...




