E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Figure
Cangiano Guerre culturali e neoliberismo
1. Auflage 2024
ISBN: 979-12-5480-079-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Figure
ISBN: 979-12-5480-079-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Politically correct, identity politics, woke, cancel culture, diversity management, pink- o rainbow-washing sono formule ormai diffuse e sciorinate in tutto il mondo occidentale, importate dagli Stati Uniti dove da molti anni rappresentano croce e delizia della comunicazione, dei posizionamenti etico-politici, dei codici sociali, educativi e comportamentali. In questo quadro, differenza, marginalità e specificità identitaria costituiscono i nodi primari delle battaglie culturali combattute in nome di genere, etnicità, classe, corpo e orientamento sessuale, contro ogni rimozione o omologazione del 'particolare' nel discorso politico, istituzionale, pubblico. Mimmo Cangiano ci accompagna nella ricostruzione storica di questi movimenti ed evidenzia le stratigrafie ideologiche, i piani simbolici e le contraddizioni pragmatiche intrecciate nelle 'guerre culturali' progressiste che, senza riuscire a sbrogliarsi dai vincoli del sistema neoliberista, rischiano spesso esiti ambigui, derive individualistiche o manipolazioni funzionali. Una trappola dalla quale si esce, secondo l'autore, solo se le lotte in questione riconoscono e contrastano la sfera materiale in cui si originano e muovono: quella della struttura economica capitalista che, con le sue modalità di produzione, lavoro e consumo, genera oppressione a partire da forme (sempre meno evidenti) di sfruttamento. Soltanto così, se cioè la marginalità non si scinde dalla classe, il proteiforme neoliberismo, capace di mettere a profitto per i propri scopi anche le direttive ideologiche progressiste e i sistemi di inclusione delle differenze, potrà essere smascherato con la domanda di una vera alternativa, 'di un diverso modo di vivere che chiuda davvero con sfruttamento e oppressione'.
Autoren/Hrsg.
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1. Brevemente il dibattito, ovvero
Ronald Reagan
Il primo incontro con quel posizionamento etico-politico che anni dopo si sarebbe socializzato come lo feci al tavolo del Dain’s, un pub nella cittadina di Durham, North Carolina.
Negli States ero arrivato da una decina di giorni, respinto come tanti dall’imbuto dell’università italiana. Di quell’agosto 2010 ricordo il caldo tropicale, l’inutile nostalgia per i marciapiedi lì quasi assenti, i seminari che la mia istituzione accademica elargiva per insegnare ai nuovi venuti a comportarsi in modo in quel contesto per noi . Un empatico esperto sottolineò – lungi dal comprendere la sopraggiunta balcanizzazione sociale che la sua affermazione implicava – che anche la domanda “how are you?” poteva creare in chi la riceveva, dal momento che quest’ultimo vi avrebbe potuto leggere l’intenzione di rimarcare un suo corrente stress psicologico. Iniziavo così anche a familiarizzare con quella vasta gamma di accorgimenti pratici tesi a contenere le tensioni generate da un ambiente lavorativo (e da un mercato lavorativo) che poteva essere brutale. E ciò che in fondo imparavo, come credo accada a tutti quelli che espatriano, era un abbecedario comportamentale finalizzato proprio a non creare eccessivo agli autoctoni.
Restai sospettoso verso una serie di comportamenti che al mio “mediterroneismo” parvero immediatamente legati al trionfo di una razionalità tutta economica (legge dello scambio) che colorava di sé persino le amicizie, per esempio offrire un pranzo in cambio di un passaggio in aeroporto; ma ancora oggi, quando al tavolo di un bar mi accendo una sigaretta, il primo impulso è quello di allontanarmi qualche metro dal gruppo dei convitati. Ciò che temo non sono le reprimende esplicite, ma i colpi di tosse artefatti, pillole di un senso comune che già intende il diritto alla sicurezza come un diritto, per l’appunto, al (ma sul cosiddetto , la sicurezza emotiva, dovremo tornare in seguito proprio per capire come si sia infiltrato nell’etica di sinistra).
Al Dain’s il clima era rilassato. Non immaginatevi i pub al neon di New York, dove i bassi quadri di Wall Street vanno a sfogare le frustrazioni di giornata. Non è neanche un bar da , coi gagliardetti delle squadre di basket alle pareti e i dottorandi che litigano sull’ultimo articolo di Ibram X. Kendi o sul significato del termine “menscevichi”. E neppure si tratta di uno di quei posti, che anni dopo avrei imparato a conoscere, riservati a un sottoproletariato incattivito che vede i propri spazi progressivamente invasi da un tipo di alcol e da un tipo di cibo (avocado toast, insalate di quinoa ecc.) che non vuole comprendere. Il Dain’s per me, europeo e comunista, era Hopper, era una palla da baseball, era . Uno stereotipo, un meccanismo interclassista sospeso sul filo sottilissimo – e così statunitense () – fra nostalgia e incrollabile fede nel progresso: le bandierine a stelle e strisce dietro al bancone, le due tv sempre accese su una partita, i professori che discutono di socialismo, il ragazzo che serve le IPA ai cui postumi ci avrei messo mesi per abituarmi.
Sulla porta del frigo che conteneva le birre in bottiglia, Dain aveva fatto incidere una citazione da Eisenhower: “Certe persone vogliono avere champagne e caviale, quando ciò che dovrebbero avere sono birra e hot dog”. Senza dubbio la frase, pronunciata da un presidente le cui autostrade, fatte per tagliare in due i vecchi centri cittadini secondo linee di classe e di razza, avevano dato l’avvio a quella distruzione del tessuto sociale statunitense che, appena pochi anni dopo, avrebbe condotto alla creazione dei dove oggi vive la maggioranza relativa della popolazione (villette ben separate, inno a un nel culto di un privato che non vuole essere infastidito, ancora il , dall’esterno), quella frase di Eisenhower, dicevo, senza dubbio nascondeva un feroce disprezzo di classe. Per Dain però – interprete di quanto di lì a poco avrebbe sostenuto un intellettuale inglese come Owen Jones1 – quella sentenza lapidaria era una medaglia al valore. Quella frase gli procurava piacere in quanto implicava riconoscimento. Dain non parlava di classe, ma per lui la classe era di fatto un’identità: non qualcosa di basato su “ciò che io faccio” e su “ciò che fanno gli altri”, ma sul “chi sono io” e sul “chi sono gli altri”. L’Essere aveva preso il sopravvento sul Fare.
Fu proprio a un tavolo del Dain’s che feci il mio primo incontro anche con la variante di sinistra, consapevole e informata, delle . Un dottorando in Antropologia culturale, originario del Vietnam ma in America da tre generazioni, mi disse: “Vorrei che il mio relatore di tesi si rendesse conto che sono parte di una minoranza. Ma la colpa è soprattutto mia: devo lavorare per far emergere con maggior chiarezza questa mia condizione”.
La frase esprimeva tutta un’articolazione ideologica con i cui risvolti pratici abbiamo ormai imparato a confrontarci anche in Italia: polemiche sull’inclusività, sul , sull’appropriazione culturale, sullo svantaggio sociale immanente a determinate categorie di genere e di razza; controversie su un linguaggio teso a normalizzare in senso falsamente neutro precisi domini sociali ecc. Si tratta di una serie di consapevolezze ideologiche, non necessariamente organizzate in un sistema di pensiero internamente coerente (le si basano per esempio sulla fede in un concetto identitario che è quasi sempre rigettato come artefatto dai teorici alle spalle del movimento), e che però riescono appunto ad articolarsi in un contenitore che tanto ai militanti quanto a coloro che li avversano appare come, in qualche modo, compatto: una sorta di cornice morale del nostro tempo, espressione dell’indirizzo ideologico di un settore della popolazione occidentale.
Tale cornice morale è la faglia attorno alla quale si originano le (come le chiamò James Davison Hunter ormai trent’anni fa2); vale a dire, per l’appunto, tutta la sequela di dibattiti socio-culturali che, già sfondo della vita intellettuale e militante da almeno un ventennio, è recentemente tracimata sul piano del dibattito giornalistico e poi su quello direttamente politico. In questo caso le , intrecciandosi all’ormai endemica attitudine dei partiti a “ripagare” i propri elettori in simboli culturali (ancora il riconoscimento: le promesse di Donald Trump di chiuderla con la dei discorsi , la promessa di Matteo Salvini di farla finita col “buonismo”), sono addirittura diventate uno dei principali campi di discrimine fra gli opposti schieramenti, e dunque uno dei centri attorno ai quali si articola l’intero dibattito politico, oltre che la personale coscienza di stare da una parte o dall’altra della barricata.
Gli intellettuali di destra hanno creato o risemantizzato varie etichette per compattare il campo ideologico avverso e offrire così un preciso bersaglio. Termini come (la generazione dei fiocchi di neve, cioè di persone subito pronte a offendersi e auto-vittimizzarsi) sono usati appunto con questo intento. Altre espressioni, come le più famose , , e appunto (termine nato nell’ambito politico-culturale afro-americano), sono invece locuzioni ricontestualizzate, portate fuori dal loro uso e significato originario, sottratte agli avversari e impiegate in senso peggiorativo. Sono parte di una reazione, come ricordato da intellettuali militanti quali John K. Wilson3, finalizzata a paventare il rischio di una massiccia presenza, all’interno del sistema educativo statunitense, di ideologie sovversive dirette a silenziare ogni dibattito (ogni ), in direzione di una progressiva conquista dei principali gangli politico-culturali del paese. In questo saggio continuerò comunque a impiegare il termine per evitare di dover ogni volta usare locuzioni del tipo “impianto culturale progressista”. Seguo dunque il consiglio di Judith Butler, secondo cui “i termini che usiamo all’interno di un movimento politico non sono da considerarsi strategicamente inutilizzabili solo perché li usano le destre”. Preciso, di conseguenza, che il termine è qui utilizzato senza alcun intento ironico o sarcastico, come del resto continuano a impiegarlo molte persone interne al movimento.
, , , , ideologia del . Per un paio di decenni la destra ha amato chiamare tutto ciò (così lo definiva anche Anders Breivik, il terrorista norvegese che nel luglio 2011 uccise 77 persone). Il processo di ridefinizione ideologica in atto nelle accademie e in parte della società...




