E-Book, Italienisch, 168 Seiten
Canevaro Fuori dai margini
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-590-1410-2
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Superare la condizione di vittimismo e cambiare in modo consapevole
E-Book, Italienisch, 168 Seiten
ISBN: 978-88-590-1410-2
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Professore emerito dell'Università di Bologna e studioso di fama internazionale, per oltre cinquant'anni è stato impegnato sul fronte dell'inclusione sociale, in particolare nell'ambito della disabilità. È ritenuto il padre della pedagogia speciale in Italia.
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Capitolo secondo
Vittima e vittimismo
Carlo Goldoni racconta nella sua opera scritta in francese, nel periodo del suo esilio a Parigi, il suo incontro con Jean Jacques Rousseau presso la residenza di quest’ultimo. Goldoni aveva scritto a Rousseau sia perché desiderava fargli leggere la sua pièce in francese, già accettata dalla Comédie sia perché desiderava parlare con quell’uomo straordinario che, però, aveva, oltre a talenti superiori, pregiudizi e debolezze incredibili. Nel momento in cui Goldoni entra nell’appartamento del filosofo, Rousseau è intento a copiare della musica; il drammaturgo resta colpito dalla modestia dell’occupazione con cui Rousseau si mantiene e iniziano a parlarne. Rousseau sostiene sia sicuramente meglio copiare della bella musica piuttosto che scrivere per gente che non sa leggere: il filosofo è contrario a che Goldoni scriva per la Comédie, pur tuttavia, visto che ormai ha scritto, acconsentirà a leggere la sua opera. Rousseau conosce i gusti degli italiani e quelli dei francesi e, ritenendo vi sia una distanza molto grande fra gli uni e gli altri, non approva che il grande drammaturgo italiano scriva per loro. Inoltre, gli rimprovera che alla sua età (siamo nel 1770, Goldoni ha sessantatré anni) non si inizia a scrivere e a comporre in una lingua straniera.
Goldoni non fece leggere a Rousseau Le bourru bienfaisant (rappresentato a Parigi nel 1771) perché sentì raccontare che una volta il filosofo si era incollerito molto per aver creduto di leggere in uno scritto il suo ritratto in negativo e Goldoni ebbe il timore che accadesse lo stesso.
Goldoni pensò a cosa avrebbe potuto pensare di lui Rousseau. La «Teoria della mente» deve essere formulata, ma è già nella realtà degli esseri umani. Quello di Goldoni è solo un episodio, ma fa pensare che l’uomo di teatro possedesse maggiori strumenti di comprensione, anche grazie alla metafora dei diversi tipi umani e che, invece, lo studioso dell’educazione fosse in buona parte prigioniero del proprio carattere. In fin dei conti, per fare teatro occorre capire gli altri («Teoria della mente») nella loro pluralità; nel teatro goldoniano le diversità e le imperfezioni dei «tipi» umani sono le ragioni stesse della rappresentazione.
William Shakespeare in King Lear (1605-’06) mette molte verità in bocca al fool, al Matto; ma si può ascoltare veramente il Matto o, vedendolo come Matto, abbiamo già deciso di non ascoltarlo? Il teatro non è solo parola recitata, ma anche, e a volte soprattutto, parola ascoltata: anche chi recita deve «ascoltare» il tempo giusto della sua parola.
Molte volte l’atteggiamento di uno specialista viene vissuto, da chi è genitore, come quello di chi non ha bisogno di scambiare con l’altro, sapendo già tutto. E di conseguenza non intrecci ciò che sa con ciò che viene a conoscere dall’altro. Non deve restituire, ma solo disporre. Riteniamo che la restituzione, in termini di «riorganizzazione insieme» — in partenariato, si usa dire — delle prospettive, sia fondamentale.
Di certo chi ha una disabilità ha bisogno di capire che ha una possibilità di dialogo in un progetto: escludiamo - se non in una necessità di riflessione - quell’ascolto che non si fa carico anche del dialogo costruttivo. Caricaturando, potremmo pensare a quelle situazioni in cui sembra che tutto si esaurisca nell’ascolto e che non ci sia il dovere di costruire un progetto; se chi si mette a disposizione per ascoltare non è anche capace di reagire e non ha anche delle conoscenze tecniche o non sa coinvolgere chi le ha, il rischio è proprio quello della caricatura, di avere, cioè, di fronte una sfinge che ascolta, annuisce e, al massimo, dice che bisogna accettare. Montaigne ci dice che la parola è per una metà di chi la dice, e per l’altra metà di chi la ascolta.
Come avviene nel teatro in cui è necessario che chi ha un ruolo di ascolto (il pubblico) si lasci coinvolgere, allo stesso modo l’ascolto deve essere coinvolgimento all’interno di una proposta di progetto in cui si hanno responsabilità condivise. Nulla di più offensivo, si potrebbe dire, di un ascolto saccente che sembra dire: «Non mi dici nulla di nuovo, quello che mi dici lo sapevo già per cui la tua presenza, genitore, per me è routine, nulla di originale!».
Ecco un esercizio da fare: spostare il nostro sguardo da una posizione all’altra in un gioco dei ruoli il cui senso è anche drammatico. Il termine «gioco», in questo caso, è un francesismo e significa «interpretare un ruolo» con l’obiettivo di attivare uno scambio e non di prevalere sull’altra parte.
Nell’accettazione a priori c’è un possibile rifiuto, costituito dalla convinzione che un dialogo e un confronto siano impossibili e quindi tempo perso. Noi lo abbiamo sempre schematizzato nella formula «deficit da accettare, handicap da ridurre»: nei confronti di un handicap bisogna ribellarsi e fare in modo che ci sia meno svantaggio. A volte ci troviamo di fronte a situazioni confuse, con difficoltà a distinguere nettamente handicap, deficit, e anche malattia. Deve essere formulata l’ipotesi che nello stesso tempo rassicuri perché propone elementi controllabili, capaci di avere delle verifiche non solo interpretative, ma anche empiriche. Nello stesso tempo, bisogna lasciare che siano ipotesi, quindi, non contrabbandarle come certezze.
L’ipotesi da formulare deve proporre elementi verificabili sia interpretativamente sia empiricamente, pur tuttavia deve sempre restare un’ipotesi, mai contrabbandarla come certezza. Ci si chiede, allora, se sia possibile dare sicurezza attraverso un procedimento ipotetico.
L’operazione non è semplicissima e ha bisogno di competenze e, quindi, di una pratica professionale, non certo di un’improvvisazione. Dobbiamo proprio accettare anche quest’altra sfida.
La nostra scelta pedagogica è fondata sul fatto che l’altro è il nostro riferimento; ciò significa qualcosa che vada oltre la semplicità dell’espressione perché indica due elementi complementari: l’altro come riferimento significa che la differenza da noi, contenuta nell’altro, è il nostro riferimento. Esprimere in questo modo l’alterità significa accogliere le differenze, ma sapere anche che possono interrogarci e che la nostra impreparazione può essere, a volte, totale. Abbiamo bisogno di capire meglio l’altro, capire meglio il punto differente che contraddistingue questa alterità e, per farlo, abbiamo bisogno di riferirci a una pedagogia della reciprocità in cui dall’altro possiamo imparare. Non abbiamo, quindi, fiducia, e non dovremmo averne, in una pedagogia che ci fa sapienti di fronte a un altro ignorante; possiamo (e dovremmo) essere sapienti e ignoranti nello stesso tempo, consapevoli di alcune conoscenze che abbiamo, ma anche dei nostri limiti e della necessità di informarci sull’altro, interrogare, conoscere. E da chi possiamo conoscere se non dall’altro che porta, a sua volta, un sapere? Il primo punto, quindi, lo riassumiamo in questa frase che va approfondita: l’altro come riferimento.
I rischi dello stereotipo vittimistico e di quello straordinario
«[…] dovevo trasformarmi nella tua vittima, Olga […] e, annullandomi come persona, fare inevitabilmente di te la vittima del mio alterato equilibrio psichico.
Ce l’ho ben chiaro ormai da molto tempo: il primo diritto dei figli subnormali è quello di avere dei genitori normali.
Normali vuol dire genitori che accettano il loro figlio minorato come un essere umano che si inserisce nella loro vita, non la distrugge.
Normali vuol dire genitori consapevoli che il rapporto con il figlio deve essere compatibile con quello esistente con il resto della famiglia, con gli amici, con tutti». (Espinas, 1990, pp. 24-25).
Il vittimismo è un pericolo. Capita che chi ha bisogno di aiuto e di cure educative si riconosca come una vittima della cattiva sorte, dell’errore di altri e, allo stesso tempo, scopra che in quel ruolo si possono avere alcuni vantaggi (forse non meravigliosi, ma pur sempre tali) come, ad esempio, ricevere degli aiuti, avere intorno persone che regalano il proprio tempo, le proprie attenzioni e, quindi, scoprire — vivendo giorno per giorno, quasi senza volerlo, forse nemmeno confessandolo a sé stessi — che sia meglio conservare quel ruolo di vittima, nell’accettazione, paradossale, che lamenta una condizione rinforzando quel ruolo. Producendo, così, una economia della quotidianità propria del vittimismo.
Tante volte sentiamo associata la presenza di una disabilità alla sofferenza, al dolore. È uno dei punti su cui, in questi anni, una persona importante nel panorama italiano dell’inclusione, Claudio Imprudente del gruppo de Il Calamaio, ha spesso richiamato l’attenzione: alcune sue attività di animazione, svolte nei contesti scolastici ed extrascolastici con bambini o con adulti, hanno cercato di demolire e di smontare l’ingranaggio istintivo, ma, forse, non del tutto naturale, che associa sofferenza e disabilità. Claudio Imprudente e il suo gruppo sono arrivati a proporre di sostituire il termine «disabilità» con la parola «diversabilità» e in più occasioni abbiamo avuto modo di sostenere come questa sostituzione rappresenti una conquista individuale e non una sostituzione formale che tutti dovrebbero adottare. Infatti, se così fosse, si applicherebbe una prospettiva demagogica tale da giustificare, in qualcuno, il fatto di sentirsi oggetto di elemosina o di benevolenza. Riteniamo, piuttosto, che «diversabilità» sia una sfida e una conquista che ciascun disabile deve poter vincere e noi dobbiamo fare...




