E-Book, Italienisch, 168 Seiten
Caldirola Col passare dei giorni
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-514-3122-8
Verlag: Ancora
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Vita quotidiana, vita cristiana
E-Book, Italienisch, 168 Seiten
ISBN: 978-88-514-3122-8
Verlag: Ancora
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Davide Caldirola è nato nel 1963. È prete della diocesi di Milano dal 1987. Attualmente è parroco a Milano. Accompagna giornate di ritiro e corsi di esercizi spirituali per sacerdoti e cammini di ascolto della Parola. Ha pubblicato diversi testi di meditazioni bibliche.
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Il Signore si alza presto
Più di quarant’anni fa
Credo che sia successo nell’ottobre 1976, massimo novembre, non oltre. Ero entrato in seminario da poco, e l’austera struttura di Seveso (era l’anno della diossina, magari qualcuno se lo ricorda ancora) si disponeva ad accogliere l’allora arcivescovo di Milano, il cardinal Giovanni Colombo, per la messa di inizio d’anno. C’era la comunità delle medie e quella ginnasiale, tutti ragazzini dagli undici ai sedici anni, c’erano i nostri educatori, i nostri genitori, le nostre famiglie. Non ricordo molto dell’omelia del cardinale, ma una frase da lui pronunciata più volte mi si è stampata nel cuore: «Il Signore si alza presto per chiamare i suoi amici». Di certo faceva riferimento alla giovane età dei chierici che gli stavano davanti, ma in realtà voleva dire qualcosa di più. È una frase che ho ripreso più volte nel corso della vita – da allora sono passati quasi cinquant’anni – e ogni volta la rigusto, la riscopro sempre più vera. Il Signore si alza presto, precede le mie levate, mi desta dal sonno, mi incoraggia ogni giorno a ripartire da capo. E magari mi propone qualche appuntamento particolare, mi invita a incontrarlo. Con i suoi amici fa così: li aspetta, li attende. È successo a tanti di loro: a Samuele chiamato nel mezzo della notte (1Sam 3), alle donne il mattino di Pasqua, al salmista che si vanta di volere svegliare l’aurora (Sal 57, 9; Sal 108, 3). Gesù stesso si alza quando è ancora buio per incontrare il Padre in un luogo nascosto e chiacchierare con lui prima di essere divorato dalla giornata e dalla gente (Mc 1, 35).
Tra i tanti incontri mattutini della Scrittura ne scelgo uno al quale sono particolarmente affezionato. Ce lo racconta il libro dell’Esodo.
Un appuntamento sulla montagna
Il Signore disse a Mosè: «Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzato. Tieniti pronto per domani mattina: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù per me in cima al monte. Nessuno salga con te e non si veda nessuno su tutto il monte; neppure greggi o armenti vengano a pascolare davanti a questo monte». Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
Il Signore disse: «Ecco, io stabilisco un’alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te». (Es 34, 1-10)
Questo incontro avviene all’alba ma parte da lontano, dalla sera prima. Dio lascia un compito preciso a Mosè, quello di tagliare le tavole di pietra, e gli dà istruzioni chiare su come e quando si deve muovere. E Lui, Dio, cosa farà? Sarà lì pronto, ad aspettare l’amico che arriverà sudato dopo la faticosa scalata al monte. Allora scenderà dalla nube, proclamerà la sua misericordia, rinnoverà la sua alleanza col popolo infedele. Non c’è dubbio: l’iniziativa è di Dio; per quanto Mosè anticipi i tempi della levata, Dio è già all’opera, gli ha preparato la strada. Il lettore distratto rischia di dimenticare questo dato fondamentale, per passare subito a contemplare ciò che compie l’amico del Signore, e si perde in tal modo la parte fondamentale della narrazione. Una scena così si capisce soltanto se abbiamo in testa con chiarezza che «il Signore si alza presto per chiamare i suoi amici».
Guardiamola allora più da vicino questa mattina di Mosè, così distante e così simile alle nostre. Sulla scorta della certezza di un Dio che invita e attende, possiamo riconoscerci nella bellezza e nella fatica dei suoi passi.
È una scena anzitutto che ci parla della forza di ricominciare. È molto difficile riprendere la strada dopo un fallimento, o dopo una delusione. Per Mosè è così. Ma prima ancora deve essere così per Dio stesso, tradito dal suo popolo per l’ennesima volta. La fatica più grossa è la sua. Chi glielo fa fare di riprendersi sulle spalle questa gente brontolona e incostante, ostinata e ribelle? Anche Dio ricomincia da capo, e senza questa sua previa disponibilità all’accoglienza e al perdono non avrebbero senso gli sforzi dell’uomo e le sue faticose ripartenze. In questa scena Mosè depone la sua delusione di uomo (e di guida) incompreso e tradito nel cuore di un Dio che ha ben ragione di lamentarsi a sua volta per quanto è successo, per la memoria corta e per l’incostanza di un popolo incline a dimenticare in un solo istante il bene ricevuto, a voltare le spalle a chi l’ha condotto fuori dalla schiavitù e lo sta guidando alla Terra Promessa.
Mosè dunque sale il monte. E lo fa portandosi addosso un peso, anzi, più di uno. C’è il peso fisico delle tavole di pietra tagliate la sera prima, ma c’è anche il peso di tutto un popolo che per l’ennesima volta si deve caricare sulle spalle. E deve farlo da solo: il comando di Dio è stato preciso: «Nessuno salga con te e non si veda nessuno su tutto il monte; neppure greggi o armenti vengano a pascolare davanti a questo monte» (v. 3). C’è tutto il gravame di una responsabilità che fatica a trovare le collaborazioni giuste, che pone spesso in una condizione di incomprensione e di distanza. Nel precedente episodio del vitello d’oro Mosè è stato rinnegato dal popolo e tradito perfino da suo fratello Aronne. Il suo salire in solitudine la montagna dove lo attende Dio è un gesto che capiscono bene tutti coloro che hanno il coraggio di farsi carico della vita di un altro, e ne pagano di persona tutte le conseguenze. È l’atteggiamento contrario di chi è abituato a scaricare le responsabilità, a gettare addosso a un altro il peso dei fallimenti e dei tradimenti.
In questa durezza e in questa fatica, nel contesto di una grande solitudine e di un peso enorme da portare, Mosè riscopre il suo ruolo di intercessore per il popolo: «si curvò in fretta fino a terra e si prostrò», segnala il testo di Esodo. È tenerissima questa preghiera di Mosè. È per terra, prostrato, non può accampare scuse o diritti presso Dio, ma non prova a contrattare o a domandare uno sconto. Chiede subito il massimo: «Cammina in mezzo a noi, fa’ di noi la tua eredità». Chiede interpretando il cuore di Dio, che non risponde alle nostre attese da poco, alle nostre miopi pretese, ma vuole aprirci alle grandi speranze. Mosè sa che il Signore si è alzato presto, prima di lui, ed è come se dicesse al suo Dio che non vale la pena fare tutta quella fatica per un’impresa da poco, per uno sconto di pena parziale dei peccati del popolo. «Fa’ le cose in grande», dice Mosè a Dio, «fa’ come sei abituato a fare, non smentirti, non sminuirti, ricordati che sei Dio, che tu puoi fare quello che noi non abbiamo ancora imparato a fare: perdonare, rilanciare, ricominciare, mantenere e compiere le promesse». Mosè prende sul serio l’alzarsi presto di Dio, e va incontro a Lui con la sua solitaria e coraggiosa levata, col carico dei pesi propri e delle persone che ama, con la speranza di una ripartenza felice, che solo la misericordia di Dio gli può garantire.
Durezza della pietra, tenerezza di Dio
Tra la salita di Mosè e la sua temeraria preghiera, il testo di Esodo ci regala l’autopresentazione di Dio, la sua discesa incontro all’amico, il suo sguardo sul popolo eletto. È quanto abbiamo ascoltato nei versetti 6 e 7 del testo di Esodo:
Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione.
Che cosa dice Dio di sé stesso? Anzi tutto proclama il proprio «nome e cognome»: io sono il misericordioso e il pietoso. E aggiunge: lento all’ira.
Cosa ci suggerisce questa immagine? Il paradosso è evidente: mentre l’ira di per sé è un sentimento che si accende improvviso e rapido – si dice «uno scatto d’ira» – la prima cosa che fa Dio è quella di «rallentare» la reazione. Ce la possiamo visivamente immaginare come una mano alzata nell’atto di punire ma che rallenta il suo corso, dando tempo a colui che sta di fronte di spostarsi, di cambiare posizione così da evitare il colpo. Dio rallenta la sua ira per dare tempo all’uomo di convertirsi, ma non la rimuove proprio per sollecitare al cambiamento.
(D. Caldirola – A. Torresin, , EDB, 2014)
Mi viene da aggiungere: alla fine lo schiaffo è così lento che diventa una carezza.
Ma c’è di più. Questo perdono di Dio non conosce ostacoli. È interessante il crescendo con cui viene identificata l’azione...




