Brokken | L'anima delle città | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 305 Seiten

Reihe: Narrativa

Brokken L'anima delle città


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-949-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 305 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-949-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Bibliofilo, esploratore, flâneur, viaggiatore curioso, esteta, fine osservatore e paziente ascoltatore, Jan Brokken ha dedicato la vita a inseguire le sue passioni: l'arte, la poesia, la musica, l'architettura. Ma soprattutto è uno scrittore che ha messo il suo prodigioso talento ritrattistico al servizio dei grandi uomini e delle grandi donne che di queste arti sono stati i massimi interpreti, nel Novecento e non solo. In un viaggio attraverso il tempo e i continenti, Brokken accompagna il lettore incontrando le strade, le case, i paesaggi e le persone che li hanno ispirati. La Bologna di Giorgio Morandi, Bergamo dove nacque e morì Gaetano Donizetti, la Düsseldorf dell'artista Joseph Beuys, la Parigi dove Erik Satie si incontrava con Picasso, Djagilev e Cocteau. E poi Amsterdam così cara a Gustav Mahler, San Pietroburgo per ripercorrere la tormentata vicenda musicale di ?ostakovi?, fino a Cagliari alla scoperta di Eva Mameli Calvino - la madre di Italo - illustre naturalista e prima donna a dirigere un Giardino botanico in Italia. Una raccolta di brevi storie, tra il reportage e l'acquerello, che ci fanno comprendere il legame indissolubile tra la creazione e il luogo dove si origina e insieme tratteggiano il percorso di formazione artistica e umana di grandi personaggi. È sempre da un particolare, da un dettaglio spesso sfuggito ai biografi, dall'osservazione di uno scorcio, che Brokken riesce a creare un itinerario inconsueto attraverso strade già battute perché il viaggio - come scrive Brokken citando Proust - non sta «nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi».

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La città di Morandi



Io Morandi lo capisco. Quando sei cresciuto in una città come Bologna, non hai bisogno di andare a vedere se la vita sia meglio altrove. Giorgio Morandi visitò sei città in tutta la sua vita, soggiornando per brevi periodi a Firenze, Venezia, Padova, Milano, Roma e, a sessantasei anni, a Winterthur, ammesso che la si possa considerare una città. Dopo due giorni nel Mittelland svizzero gli venne nostalgia di casa. Gli aeroplani per lui erano invenzioni diaboliche, e ancora meno lo attiravano i viaggi in nave: gli veniva il mal di mare al solo pensiero. Declinò inviti a visite o a vernissage all’estero con biglietti di meno di tre righe. Così perse l’occasione di conoscere New York, Parigi, Berlino, L’Aia, Londra, Ginevra, Lugano e San Paolo, le città che gli hanno reso omaggio con esposizioni delle sue opere. Le rare volte in cui viaggiò, lo fece in treno o in pullman.

Al di fuori di Bologna, la città che gli piaceva di più era Firenze, nonostante l’eccesso di bellezza. Fu colpito così profondamente da Giotto, Masaccio, Piero della Francesca e Paolo Uccello che la loro impronta è rimasta riconoscibile nelle sue nature morte fino alla fine della sua vita. A Bologna non rischiava influenze del genere: nelle chiese e nei musei, fra le madonne tradizionali, c’era ben poco di rivoluzionario da trovare. La città stessa non è spettacolare né imponente. Però è bella, in una maniera modesta, uniforme, con i tetti tutti uguali, migliaia di tegole di terracotta rosso scuro. Una città non troppo piccola – mezzo milione di abitanti – e dotata di tutte le comodità e le piacevolezze che ogni posto in cui abitare deve avere. Non che Morandi ne godesse granché: mangiava quasi sempre a casa, era troppo introverso per le discussioni in un cenacolo di artisti, e gli mancava la pazienza per assistere a uno spettacolo fino alla fine. Tra l’altro, non gli piaceva l’idea di non rispettare il suo ritmo di cinque sigarette all’ora.

Per la sua passeggiata quotidiana, invece, Bologna era la città perfetta. Si potevano percorrere venti strade senza uscire dall’ombra nemmeno per un minuto. I portici, ampi e splendidamente pavimentati di granito, ti proteggevano dal sole praticamente a tutte le ore del giorno. Non capitava mai di inciampare su una mattonella un po’ sporgente, i marciapiedi erano lisci come un campo da pallamano. I muri color ocra smorzavano la luce. Era una fortuna: lui non amava i colori sgargianti.

Nonostante l’ombra portava il cappello, estate e inverno. Non un borsalino elegante, ma uno spiegazzato cappello marrone dalla falda appena sufficiente a nascondere la sua timidezza, evidente come un tic sotto le sue palpebre leggermente tremolanti. Dopo la passeggiata, appendeva il cappello sull’asta centrale che sporgeva dal suo cavalletto.

Visse per cinquantacinque anni nella stessa casa con le sue sorelle nubili Anna, Dina e Maria Teresa, che a turno preparavano da mangiare. In quella casa di via Fondazza 36, il suo atelier era anche la sua camera da letto. Contro una parete c’era un tavolino su cui stavano le ciotole, le brocche, i vasi e le bottiglie che dipingeva, contro l’altra parete un tavolino ancora più piccolo per i pennelli, e contro la terza parete uno stretto letto singolo. Non aveva bisogno di molto spazio, purché quello spazio si trovasse nella sua città natale.

Giorgio Morandi vide la luce il 20 luglio 1890 a Bologna ed esalò l’ultimo respiro il 18 giugno 1964 a Bologna. Abitò in tre luoghi diversi della città, prima – per breve tempo – in via delle Lame 57, poi – un po’ più a lungo – in via Avesella, e per il resto della sua vita nella stretta via Fondazza, nella zona sudorientale del centro storico. L’appartamento in via Fondazza era il più piccolo, ma aveva il vantaggio di avere delle finestre sul retro che davano su un giardino interno con un grande albero. Un platano, se ricordo bene.

Un’esistenza sedentaria. Come mai l’apprezzo, io, il viaggiatore, l’eterno irrequieto? A volte, dentro di noi, un estremo desidera l’estremo opposto. Io dovetti andarmene dal mio villaggio e dalla regione in cui ero cresciuto, per Morandi non fu necessario. Lui andava d’accordissimo con i suoi genitori, si sentiva a suo agio con le tre sorelle e serbava dell’unico fratello, Giuseppe, morto a diciannove anni, solo ricordi piacevoli. Non era in violento conflitto con suo padre, come invece il suo concittadino Gioachino Rossini, il più allegro di tutti i compositori, costretto a sfuggire a un vecchio despota. O come un altro suo concittadino, però molto più giovane, Pier Paolo Pasolini, il cui padre era fascista e ufficiale dell’esercito – una combinazione decisamente spiacevole.

Si creò un po’ di tensione quando Morandi comunicò il proprio desiderio di continuare gli studi all’Accademia di Belle Arti. Suo padre era un uomo d’affari, non privo di mezzi, che dava per scontato che il figlio maggiore seguisse le sue orme e fece di tutto perché Giorgio realizzasse il suo desiderio. Da bravo padre, vedeva che la strada delle arti era difficile, incerta e piena di insidie. Cercò di far cambiare idea al figlio, ma si scontrò con un muro di opposizione anche da parte di sua moglie, che era dell’opinione che ognuno dovesse seguire la propria strada. Maria Maccaferri Morandi aveva grande fiducia nella vocazione di Giorgio, ed era convinta dell’immenso talento di suo figlio. Alla fine il padre gli diede il permesso di andare all’Accademia. Giorgio aveva allora diciassette anni.

Il corso di studi non gli piacque. Imparò molte cose che in realtà avrebbe voluto immediatamente disimparare. La sola cosa che in breve tempo padroneggiò alla perfezione la studiò da sé: l’arte dell’incisione, con un libro sulle incisioni di Rembrandt come unico manuale. Più avanti ne avrebbe ricavato un’entrata fissa come docente all’Accademia di Belle Arti.

Giorgio Morandi aveva diciott’anni quando suo padre morì all’improvviso d’infarto. Da quel momento si fece carico della madre e delle tre sorelle. La famiglia non rimase subito senza soldi: Giorgio riuscì tranquillamente a terminare i suoi studi, impiegandoci cinque anni. La situazione divenne precaria solo dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale. Nel 1915, Giorgio prese servizio nell’esercito e successe la cosa che temeva di più: fu costretto a lasciare Bologna. Lontano da casa, ma anche lontano dal fronte, resistette per un paio di mesi. Poi gli venne un esaurimento nervoso e fu congedato dal servizio militare. Morandi tornò a Bologna con il fermo proposito di non mettere mai più piede fuori dalle mura della città. E così fece, concedendosi solo minime eccezioni.

Giorgio Morandi, il gigante, e il critico d’arte Carlo Ludovico Ragghianti, 1946.

Sì, una persona così io la capisco. Soprattutto mentre mangio pasta ai fiori di zucca, bevo Sangiovese e annuso il profumo di mandorle di questa città ai piedi degli Appennini seduto a un tavolino con uno strofinaccio come tovaglia, in una sera di giugno, sotto l’ombra dei portici, davanti alla vetrina di una ex drogheria a meno di cento metri dalla casa di Morandi. Allora mi assale il desiderio di rimanere qui per sempre, per mangiare ogni giorno alla Drogheria della Rosa – così si chiama il ristorante – ed essere lasciato in pace da tutti tranne che dalla voce che mi ordina di mettermi al lavoro e creare qualcosa di semplice, di una bellezza commovente.

Morandi era un uomo schivo in un corpo da gigante. Tutto del suo fisico era troppo grande. Le braccia e le gambe erano troppo lunghe. Nelle fotografie torreggia sopra i colleghi italiani, che erano praticamente costretti a guardarlo dal basso in alto. A ciò lui reagiva con evidente disagio: niente lo irritava quanto un atteggiamento di superiorità, ma era costretto a chinare la testa per poter guardare negli occhi il suo interlocutore. Era alto un metro e novanta.

Aveva il naso grande e affilato e il viso largo, per cui anche i suoi occhiali sembravano enormi. Le sue mani erano rozze. È difficile immaginare quest’uomo intento a dipingere piccoli vasi, con linee leggere e tremolanti e colori delicati. Per di più, portava abiti troppo grandi. Le maniche rimanevano vuote e i pantaloni gli ballavano addosso. Ogni mattina indossava un abito grigio che non proveniva sicuramente da una sartoria e nemmeno da una delle rinomate boutique di via Farini. La camicia era invariabilmente bianca, la cravatta invariabilmente nera. Sembrava ogni giorno pronto per andare al funerale di un amico che aveva condotto una vita frugale quanto la sua. Camminava con passo incerto e quando era in società balbettava, anche se era di una galanteria esemplare e avrebbe preferito morire che trascurare di cedere il passo a una signora. Anche superati i sessant’anni, aveva lo sguardo di un bambino sperduto, ed era proprio questo che i fotografi trovavano attraente in lui. Morandi visse come un eremita, ma fu fotografato quanto una stella del cinema. Preferibilmente nel suo atelier, seduto sul bordo del letto o accanto al tavolo su cui stavano i vasi e le bottiglie che costituivano l’unico soggetto delle sue nature morte. Oppure vicino al tavolino con i suoi pennelli. Lee Miller, Leo Lionni, Herbert List, Duane Michals e Luigi Ghirri furono i più famosi dei diciassette fotografi che lo...



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