Brokken | Jungle Rudy | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 291 Seiten

Reihe: Narrativa

Brokken Jungle Rudy


1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7091-553-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 291 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-553-2
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Per decenni il suo nome fa il giro del mondo come una leggenda: Jungle Rudy, il pioniere che vive tra gli indios del Venezuela ascoltando Mozart e ospitando Werner Herzog, il primo ad aver esplorato quel «mondo perduto» a sud dell'Orinoco che ispirò la fantasia di Conan Doyle. Affascinato dal personaggio e dalla sua aura di mistero, Jan Brokken si mette in viaggio per ricostruire la vera storia di Rudolf Truffino, avventuriero olandese di origini italiane. Approdato nella Caracas ricca di petroldollari degli anni Cinquanta, Rudy trova il suo eden nella Gran Sabana, lo sconfinato altopiano nel sudest del paese dove torreggiano i tepui, solitarie montagne a cima piatta con cascate e canyon mozzafiato e specie endemiche uniche al mondo. Una terra selvaggia e ancora sconosciuta se non per il resoconto che ne diede Humboldt nell'800, da sempre avvolta nel mito e meta di spericolate corse all'oro - come quella che negli anni Trenta portò un bush pilot a scoprire il Salto Angel. Imparato ogni segreto della giungla vivendo con le tribù pemón, Rudy dedica la vita a mappare la regione e a rivelarla al mondo, aprirvi le prime vie d'accesso e guidare preziose spedizioni scientifiche, finché i suoi piani non si scontrano con gli interessi dello Stato. Rintracciando fonti e testimonianze dirette di famigliari e compagni di avventure, rievocando imprese epiche e missioni adrenaliniche, Brokken compone l'incalzante ritratto di un eroe visionario con il fascino di un Fitzcarraldo, colto e selvatico, passionale e misantropo, che con l'egoismo inconsapevole degli idealisti cresce le tre figlie nell'isolamento della Gran Sabana, e finisce per pagare i suoi sogni con un'incompresa solitudine.

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Quando scesi dall’aereo a Canaima, lui non era lì ad aspettarmi. O almeno, da nessuna parte vidi un uomo riconoscibile al volo dalle orecchie: il lobo destro gli era stato strappato da un serpente a sonagli una volta che, stremato dal caldo di mezzogiorno, si era assopito nell’amaca, mentre la parte superiore del sinistro era intaccata dalla leishmaniosi, una malattia trasmessa da un parassita della pulce della sabbia, diffusa nella foresta pluviale quanto il mal di mare sulle navi. C’era invece un indio, appoggiato alla staccionata che segnava la fine della pista d’atterraggio e l’inizio della savana, un indio dalle orecchie a sventola. Vidi anche un paio di donne vestite come si conviene a un ambiente infestato dalle zanzare, con così tanto color kaki addosso che all’inizio le scambiai per militari. Ma non c’era traccia dell’uomo che cercavo, un tizio sulla sessantina che si sbarbava di rado, le cui guance scavate e il corpo emaciato ancora ricordavano i tempi in cui si era nutrito di formiche fantasticando di lauti banchetti.

Una settimana prima gli avevo inviato un fax con l’esplicita richiesta di accompagnarmi al Salto Angel. Per arrivare alla cascata ci vogliono un giorno o due, perfino a bordo di una con un motore potente, e volendo credere a ciò che avevo sentito sul suo conto, avrebbe potuto riempire senza sforzo le lunghe ore sul fiume con i suoi racconti. E per di più nella mia lingua, perché anche se dal nome non lo si sarebbe indovinato, Rudy Truffino era nato all’Aia, in Olanda.

La carriera prodigiosa e le orecchie malconce, gli occhi irrequieti e la risata roca mi erano stati descritti da alcuni amici di Curaçao, negli anni in cui avevo vissuto sull’isola. Avevano fatto lunghe escursioni con Truffino nei territori da lui esplorati con l’aiuto degli indios pemón, un’area vasta quanto l’Olanda al di sotto dell’Orinoco; avevano acceso in me una scintilla di stupore raccontandomi che parlava la lingua dei pemón, condivideva la loro avversione per il concetto di proprietà e sembrava trovarsi più a suo agio tra quei seminomadi che con i suoi ex compatrioti.

Quel che subito mi conquistò di lui fu che, per riuscire a sopravvivere nella giungla, ascoltava regolarmente il o una vecchissima registrazione di Ella Fitzgerald, oppure un trombettista le cui note struggenti sapeva imitare alla perfezione mentre si lavava di dosso il sudore nell’acqua del fiume, dopo una spedizione faticosa. Per di più, in mezzo a quel nulla, si era circondato di migliaia di libri, cosa che non trovavo per niente strana – avrei fatto lo stesso, nel profondo della foresta vergine. Sapere che stava trascorrendo i suoi ultimi anni con un’india mi fece pensare che fosse sospeso tra due mondi, e io ho un debole per questo genere di persone.

La moglie di Truffino era morta, le tre figlie si erano trasferite in città, ma lui era rimasto nella Gran Sabana. L’aveva detto ai miei amici di Curaçao: voleva essere sepolto nella giungla, non in un cimitero, perché i cimiteri erano troppo affollati per i suoi gusti e lui, a poco a poco, si era abituato agli spazi aperti.

Quindi continuava ad accompagnare gli amanti della natura incontaminata su per fiumi impetuosi fino alla cascata più alta del mondo. Non si faceva nemmeno pagare troppo: così, dopo un lungo periodo di stallo a Curaçao, gli avevo inviato quel fax.

Non avevo in programma di scrivere di lui – avevo appena terminato un romanzo e volevo sfruttare le settimane in Venezuela per pensare con calma al successivo –, tuttavia mi era sembrato da subito un uomo dai tratti romanzeschi. Mi era già capitato, in territori inospitali, di imbattermi in europei spinti alla ricerca dell’ignoto dall’avversione per una vita prevedibile quanto un breviario liturgico, e ne ero rimasto colpito perché io invece non avevo mai saputo tagliare i ponti con il passato. Tra lasciare la propria terra per lunghi periodi e svanire del tutto c’è una bella differenza: non si trattava semplicemente di nature vagabonde, ma di persone che erano letteralmente partite per non fare più ritorno, e ciò che continuavo a chiedermi era come fossero giunte a quella decisione e se non se ne fossero mai pentite. «Il buon viaggiatore», recita un proverbio cinese, «sa dove sta andando, il viaggiatore perfetto dimentica da dove è venuto» – ma non è troppo sicuro che in quell’ambito si possa raggiungere la perfezione. Va da sé che Truffino la pensava diversamente; una delle cose che volevo chiedergli, non appena fossimo partiti alla volta della cascata, era come avesse sconfitto quella paura che, in un certo senso, continuava a frenare me: la paura di non sentirmi più a casa da nessuna parte. Non mi sembrava il tipo che risponde con un’alzata di spalle e, del resto, su un fiume tanto solitario si dovrebbe essere più inclini a parlare con franchezza.

Prima della partenza, convinto che Truffino li avrebbe citati, lessi i classici resoconti di viaggio di Von Humboldt, Bates, Wallace, Spruce e dei fratelli Schomburgk, che avevano navigato i fiumi attorno alla Gran Sabana, e quelli di Koch-Grünberg e Im Thurn, che per primi avevano esplorato l’area senza però riuscire a penetrarvi a fondo. Lessi i romanzi di Conan Doyle, Gallegos e Carpentier, ambientati sullo sfondo delle mesas, gli studi di Thomas sugli indios pemón, i reportage di Ruth Robertson sulla prima grande spedizione verso il Salto Angel e la pila di articoli di giornali e riviste che Millicent Smeets-Muskus mi aveva consegnato quando le avevo spiegato che mi sarei messo in marcia con Rudy Truffino. Millicent lo aveva intervistato nel 1984 per il quotidiano di Curaçao ed era stata così scrupolosa da conservare in uno scatolone tutta la documentazione su Truffino e la Gran Sabana.

Da Caracas presi un volo per Ciudad Bolívar, la cittadina fondata dal Gran Liberatore sulla riva melmosa dell’Orinoco, e da Ciudad Bolívar un secondo volo per Canaima. L’aereo era un Boeing, ma rasentava i canyon come fosse un Cessna, offrendomi così uno scorcio del Salto Angel: due fiumiciattoli che precipitavano da una mesa colossale e atterravano in una nube di vapore centinaia di metri più in basso, in una valle dalla fitta vegetazione. Dal finestrino dell’aereo vidi altre mesas sfumare all’orizzonte, quattro o cinque delle novantaquattro situate tra il sudest del Venezuela, il nord del Brasile e la Repubblica Cooperativa di Guyana, un tempo Guyana britannica. Nella lingua dei pemón le montagne si chiamano o , «case di dio», ma viste dall’alto assomigliano piuttosto a isole circondate da un mare di nubi. Sono isole anche in un altro senso: il geologo Uwe George, di cui avevo sulle ginocchia un articolo scritto per il , definisce le mesas come «isole nel tempo».

I sono quel che resta dello Scudo della Guyana, la più antica formazione di arenaria al mondo, risalente al tempo in cui Africa e Sudamerica erano ancora uniti. Alcuni raggiungono i cinque, sei, settecento chilometri di circonferenza, e la maggior parte supera i duemila metri di altezza. Essendo perfettamente isolate, il novantotto percento delle piante che vi crescono non si trovano in nessun’altra parte del mondo; sono piante antidiluviane, piante – e magari perfino animali e insetti – che altrove, in seguito alla separazione di America e Africa, si sono estinte o evolute in maniera completamente diversa. Oppure, nelle parole di Carpentier: «Piante che all’alba dei tempi sono fuggite dall’uomo per venire a rifugiarsi qui, nelle ultime valli preistoriche.»

Quando Rudy Truffino vi giunse negli anni Cinquanta, la Gran Sabana era un territorio pressoché ignoto; dal punto di vista scientifico era ancora inesplorato quanto la luna.

Mentre l’aereo si preparava all’atterraggio, vidi il punto in cui Truffino aveva costruito il suo primo accampamento, un luogo d’incredibile bellezza, di fronte a cinque cascate che si tuffano in un lago lungo una parete di rocce rossastre. Il secondo accampamento che costruì si trova un paio di chilometri più a sud, sulla sponda del Río Carrao. Il primo l’aveva battezzato Canaima, il termine con cui gli indios pemón indicano lo spirito del male. Il male, secondo loro, arriva quasi sempre da lontano, dalla cima di una montagna, da una tribù confinante che mira allo scontro o da estranei accecati dalla smania di trovare pietre preziose e oro. Pare che, quando videro i primi bianchi, i pemón abbiano mormorato «», parola poi entrata nel vocabolario venezuelano dopo che Rómulo Gallegos la scelse come titolo per il suo romanzo sull’oscuro sudest del paese. Truffino battezzò il secondo accampamento Ucaima. Questo si trova vicino a una cascata ricca d’acqua anche durante il periodo secco; significa «ciò che attira tutto a sé».

L’indio con le orecchie a sventola scavalcò la staccionata e venne a presentarsi. Si chiamava Josef Gregori e scoprii che lavorava al campo di Rudy Truffino. Quello stesso giorno mi raccontò che suo padre era nato nel nord Italia mentre sua madre era della Gran Sabana. Dalla madre india doveva aver ereditato la bassa statura e i capelli di un nero bluastro, lisci e con la frangia dritta: l’acconciatura degli antichi caribe, che si tagliavano le chiome con le mascelle affilate di un piranha essiccato. Sul padre venni a sapere due cose: che l’aveva battezzato Josef, lasciando intendere...



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