Brokken | I Giusti | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 567 Seiten

Reihe: Narrativa

Brokken I Giusti


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7091-999-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 567 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-999-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



1940, l'Europa è travolta dall'avanzata di Hitler. Ondate di ebrei cechi e polacchi cercano rifugio in Lituania, l'unico Paese della regione che accoglie ancora i profughi - ma è funestamente conteso tra il Reich e l'Unione Sovietica. Nel clima di crescente precarietà l'olandese Jan Zwartendijk, direttore della filiale lituana della Philips e nuovo console onorario a Kaunas, riesce ad aprire agli ebrei un'ultima, insperata via di fuga dall'Europa nazista. In una febbrile lotta contro il tempo, operando da solo e di nascosto da tutti, Zwartendijk lavora giorno e notte per tre settimane rilasciando visti per Curaçao, nelle Indie olandesi, mentre il collega Sugihara, console giapponese, firma i visti di transito per il Giappone. Senza conoscersi né incontrarsi mai, uniti dall'imperativo morale di agire, i due diplomatici danno così inizio a una straordinaria impresa clandestina che salverà migliaia di vite, ma rimarrà a lungo ignota. Rintracciando fonti e testimonianze in giro per il mondo, accompagnato dai ricordi dei tre figli di Zwartendijk, Jan Brokken ricostruisce la storia dell'«Angelo di Curaçao», come lo chiamavano i profughi, che solo dopo la morte è stato riconosciuto tra i Giusti fra le Nazioni. E restituendo un volto alle masse erranti, segue in presa diretta l'odissea di intere famiglie che grazie a quel visto percorrono la Transiberiana, raggiungono K?be e trovano rifugio nell'enorme ghetto della cosmopolita Shanghai. I Giusti è un monumentale affresco storico e umano, un mosaico di vite, luoghi ed eventi in cui la realtà assume naturalmente tinte epiche e romanzesche, ma soprattutto una lezione sul coraggio e sulla responsabilità del singolo di fronte a un mondo e a un'umanità in macerie.

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1. Mr Radio Philips


Tutte le cose importanti cominciano all’improvviso e destano sospetto. A volte ci si ritrova di fronte a una scelta impossibile e per decidere si ha solo una frazione di secondo. Pur non sapendo ancora nulla, si ha il presentimento che da ciò possa dipendere il resto della propria vita. E allora che fare? Non lo saprei nemmeno io, ecco forse perché mi sono messo a scavare in questa vicenda come una talpa.

Jan Zwartendijk sentì squillare il telefono. Era già fuori, con la borsa sottobraccio e una chiave in mano; aveva appena chiuso l’ufficio e lo showroom. Mancava poco alle sei, ora legale esteuropea. Il sole filtrava sotto la chioma degli alberi nel Laisves aleja, il viale della Libertà, il boulevard più lungo e ampio di Kaunas. Le radio luccicavano nella vetrina, i marchi – quattro stelle e tre onde – sembravano d’argento. Mr Radio Philips, così lo chiamavano in città, e in quell’appellativo risuonava sempre una nota di ammirazione, come se fosse lui in persona ad assemblare gli apparecchi e a dotarli di tubo elettronico e altoparlante. Ancor più che in Olanda, lì le radio erano indizi di modernità.

Benché da tempo ormai Kaunas non potesse più definirsi arretrata, il numero di allacciamenti telefonici non riempiva che una guida sottile. Qualcosa gli diceva che alzare quel ricevitore avrebbe avuto delle conseguenze. La data gli balenò davanti agli occhi come un monito: 29 maggio 1940. Se da un lato era un uomo d’affari come tanti – quarantatré anni, sposato, tre figli –, dall’altro era uno straniero che non sapeva mai di chi poteva fidarsi lì in Lituania. Per quanto possibile, manteneva le debite distanze. Riaprire la porta, tornare in ufficio e alzare il ricevitore avrebbe significato offrire il fianco a tutti i rischi di una città sull’orlo della guerra.

Non aveva la stoffa dell’eroe. Gli mancava l’ambizione. L’ideale per lui sarebbe stato filare dritto a casa. Un’oretta di svago in giardino con Erni e i bambini prima di mettersi tutti a tavola. Era già al suo terzo anno a Kaunas e sapeva che bisognava approfittare di quelle calde serate estive, o sarebbe stato impossibile superare il lungo inverno. Sotto i meli il mondo impazzito sarebbe sfumato fino a ridursi a una nuvola in lontananza. A volte, per quanto fosse stupido continuare a sperare nella pace, non poteva fare a meno di fuggire dalla realtà.

Gli affari lo avevano tenuto in ansia tutto il pomeriggio. All’apparenza non c’era niente che non andasse, se non si faceva caso ai posacenere strapieni. Nessun cliente, nessun ordine. Una specie di quiete torpida. Aveva mandato a casa De Haan e Van Prattenburg alle cinque e mezza. De Haan, che dirigeva l’impianto di assemblaggio delle radio, trascorreva le giornate in ufficio. Da quando la produzione era stata interrotta si faceva vedere in fabbrica solo al mattino, per ricordare al personale che esisteva ancora. Van Prattenburg si occupava dell’amministrazione ed era il direttore finanziario. Aveva da fare solo verso la fine della settimana, quando bisognava pagare i salari.

A parte fumare nervosamente una sigaretta dopo l’altra e guardare fuori un minuto sì e uno no, i due non avevano combinato granché. In città aspettavano tutti l’Armata Rossa. Maschewski si era trattenuto un po’ di più, finché davanti alla vetrina dello showroom aveva visto una donna in un abito estivo oltremodo leggero: era sceso da lei come se fosse stata una potenziale cliente e ci aveva scambiato quattro chiacchiere. Se in tedesco, lituano, polacco o russo, Zwartendijk non lo sapeva, ma era certo che Maschewski fosse uscito soprattutto per calmarsi i nervi.

Jan Zwartendijk.

A Kaunas regnava la quiete prima della tempesta. I carrarmati potevano entrare in città da un momento all’altro e appostarsi vicino ai ponti sul Neris e sul Nemunas. Immaginava già i soldati russi marciare lungo i due chilometri del Laisves aleja, che, ironia della sorte, era stato costruito in epoca zarista per dare maggior lustro alle parate militari. Poteva accadere quel giorno oppure l’indomani. E sarebbe stata la fine della Lituania libera e indipendente. Il Paese sarebbe stato annesso all’Unione Sovietica, non c’era alcun dubbio.

Il telefono continuava a squillare. In tutta la settimana non aveva suonato nemmeno una volta. Finalmente un ordine? Con la minaccia della guerra il volume delle vendite si era di nuovo azzerato; la situazione era pessima come negli anni della crisi, che in Lituania si era protratta fino al 1937 o al 1938. Zwartendijk aveva dovuto lasciare a casa quindici operai dell’impianto di assemblaggio e mettere gli altri venti in disponibilità. In tutto il mese di maggio non avevano venduto una sola radio. Ai dipendenti ancora in servizio non rimaneva che ciondolare intorno ai banchi di montaggio vuoti, in attesa degli eventi. Ascoltavano tutte le emittenti che riuscivano a captare sulle onde corte, alla ricerca di notizie. Secondo De Haan, quando sentivano Hitler alzavano il volume.

Non poteva essere un ordine. Chi telefonava a ridosso delle sei di un giorno infrasettimanale per acquistare un apparecchio nuovo di zecca? Tantomeno poteva essere Eindhoven: con la sede centrale sbrigava tutto per iscritto, perché le telefonate internazionali costavano quanto un biglietto del treno per Berlino. Doveva trattarsi di qualcos’altro, qualcosa di improrogabile.

Cattive notizie, di sicuro. Sperava che non fosse Piet, il suo gemello monozigote. Il loro legame era talmente forte che, se a duemila chilometri di distanza Piet si prendeva un raffreddore, cominciava a starnutire anche lui. Era un mese che non aveva notizie del fratello. Magari era stato a Rotterdam il 14 maggio? Se non avesse risposto, avrebbe passato tutta la sera e la notte a chiedersi se gli fosse successo qualcosa.

Oppure aveva a che fare con la minaccia incombente? E in quel caso, non era da vigliacco comportarsi come se niente fosse?

Infilò la chiave nella toppa, aprì la porta, attraversò lo showroom, corse su per le scale fino all’ufficio al piano nobile, alzò il ricevitore dall’apparecchio in bachelite e ansimò: «Lietuvos Philips*… Buonasera…»

«Zwartendijk?»

Un olandese, con la «r» alveolare tipica del sud.

Borbottò una conferma e con la mano libera allentò un poco la cravatta – si era portato appresso la calura esterna.

«De Decker…»

Sulle prime il nome non gli disse niente.

«Delegazione dei Paesi Bassi a Riga…»

Ah già, quel De Decker.

«Eccellenza…»

«Lasci perdere, non è il caso di questi tempi.»

Aveva incontrato De Decker solo una volta, in occasione del ricevimento al palazzo presidenziale quando l’ambasciatore era venuto a presentare le sue credenziali. All’epoca i Paesi baltici erano ancora indipendenti; era la primavera del 1939, un paio di mesi prima che Hitler e Stalin stringessero il loro patto diabolico per spartirsi la Polonia e i Paesi baltici come in una partita a Monopoli. De Decker era stato nominato ambasciatore di Lettonia, Estonia e Lituania. In ciascuno dei Paesi aveva dovuto presentarsi al presidente e al capo del parlamento.

Un uomo non ancora sessantenne, invecchiato precocemente, segnato dalla vita. Poco dopo l’arrivo a Riga, gli era morta la moglie. Niente figli… Come ci si deve sentire in un Paese dove non si conosce nessuno? In qualità di direttore di una delle poche aziende olandesi della regione, Zwartendijk si era sentito in dovere di fare atto di presenza, nonostante detestasse i ricevimenti.

Calvo. Viso affilato, naso aquilino, guance incavate. Al ricevimento aveva appreso che il nuovo ambasciatore era belga di nascita, il che lo aveva stupito. Di sicuro non era un gaudente, in ogni caso. Era piuttosto quel genere di persona che non fa mai baldoria, e che non abbandona una trattativa prima di aver ottenuto un risultato.

Un uomo di poche parole, per giunta. Dopo le presentazioni aveva bofonchiato: «Ah, Philips… Quanti incarichi ha già ricoperto all’estero?» Lui non si era voluto dilungare e aveva risposto solo: «Un lungo periodo a Praga… Poi Amburgo.» Non importava che fosse stato per conto di un’altra azienda… L’ambasciatore gli aveva lanciato un’occhiata. «Amburgo? Ho appena trascorso sette anni a Düsseldorf come console generale. Carina, la Germania… È piaciuta anche a lei? O forse tutte quelle braccia tese le sono venute a noia?»

Aveva apprezzato il fatto che Zwartendijk non avesse ridacchiato alla battuta.

Dopo la capitolazione olandese, avvenuta con largo anticipo rispetto al previsto, De Decker aveva conservato il suo posto. Il Regno dei Paesi Bassi non era ancora stato travolto del tutto: rimanevano le Indie, Curaçao e Suriname; inoltre il governo e la regina non avevano abdicato, ma erano andati in esilio.

Qualche giorno dopo la resa, l’ambasciatore gli aveva mandato un telegramma per chiedere se la sede della Philips in Lituania sarebbe rimasta aperta. Il messaggio di risposta era stato: «Nessun ordine di chiusura da Eindhoven.»

Non si erano mai sentiti per telefono prima di quella sera.

«Vengo subito al dunque, Zwartendijk: ho bisogno di lei. Mi serve assolutamente un console a Kaunas.»

Dopo un attimo in silenzio, Zwartendijk rispose: «Abbiamo Tillmanns, no?»

«Un tedesco. È una follia permettere che i Paesi Bassi, dopo l’invasione e la capitolazione, siano rappresentati da Herr Doktor Tillmanns! E che tedesco, poi! Sa…»

«Più che altro è sua moglie… Sarebbe pronta ad accogliere Hitler con un mazzo di fiori domani stesso. Tillmanns secondo me...



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