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E-Book, Italienisch, 416 Seiten

Briasco Americana

Libri, autori e storie dell'America contemporanea
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-3389-201-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Libri, autori e storie dell'America contemporanea

E-Book, Italienisch, 416 Seiten

ISBN: 978-88-3389-201-6
Verlag: minimum fax
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Nuova edizione ampliata e aggiornata Il lavoro e la poetica dei grandi autori americani contemporanei attraverso la lente focale di un loro scritto: Americana propone un approccio critico nuovo, abbandonando il terreno della storia letteraria e proponendo una serie ragionata di «inviti alla lettura». Luca Briasco ripercorre le tracce degli scrittori che hanno esplorato i territori del «grande romanzo americano» - indagandone i temi, i registri, le sfumature - e offre gli elementi per una scoperta, o riscoperta, di autori che hanno lasciato un'impronta indelebile nella cultura esistente e che sono amati e venerati anche nel nostro paese. La nuova edizione porta da quaranta a sessanta le opere esaminate, e aggiorna il quadro letterario fino a includere i libri di maggior rilievo pubblicati negli ultimi anni: da Casa di foglie di Mark Z. Danielewski a Ohio di Stephen Markley.

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Thomas Pynchon


Dal 1963, anno del suo esordio con , all’età di soli ventisei anni, Thomas Pynchon, presenza deliberatamente elusiva e invisibile, ha scandito l’evoluzione della scena letteraria americana con altri sette romanzi, fra cui tre colossali per ambizione e complessità (oltre al capolavoro , il romanzo storico di ambientazione settecentesca , del 1997, e il controverso , del 2006), e tre di ambientazione californiana (, del 1966; , del 1990 e , del 2009), certamente più accessibili e contraddistinti da una capacità davvero rara di prendere la temperatura di un paese e di ripercorrerne le derive e i passi falsi – come del resto accade nel più recente , ambientato in una New York post 11 settembre.

Circoscrivere un autore complesso come Pynchon nel quadro della letteratura dell’esaurimento – e di un postmoderno, quindi, tutto derivativo ed epigonico – risulta decisamente riduttivo. Pynchon ha senza dubbio nel proprio DNA alcune delle coordinate tracciate da John Barth, prima fra tutte il citazionismo e l’amore per il pastiche storico-letterario, ma le trascende nel nome di un progetto ben più ambizioso, un corpo a corpo con la modernità, con i suoi miti fondanti e le sue degenerazioni, che non esita davanti a nulla e si traduce in colossali architetture narrative, in una moltiplicazione esponenziale di trame e personaggi. In tutte le sue opere, indipendentemente dalle dimensioni, si registra la medesima ricerca di un nuovo modo di racconto, in grado di assorbire e riprodurre la complessità «inflattiva» dell’universo contemporaneo – e delle nuove teorie scientifiche che ne sono la manifestazione più compiuta, dal relativismo al principio dell’indeterminazione, a quell’entropia cui Pynchon ha dedicato un memorabile racconto – ma anche di registrare il terrore e i vuoti di senso che l’impatto di tali teorie provoca sul modello umanistico e antropocentrico all’origine del moderno. Di qui la tendenza alla moltiplicazione centrifuga dei livelli narrativi e la scelta di protagonisti che se ne lasciano travolgere e trascinare al punto di perdere in definizione, sfocarsi, frangersi in mille diverse identità.

In realtà, Pynchon si colloca all’esatto crocevia di tutte le teorie critiche e di tutti i percorsi creativi che hanno tentato di cogliere l’essenza della postmodernità, senza che nessuno di questi possa racchiuderlo o depotenziarlo. Se della sua vocazione metanarrativa e citazionista si è già detto, davvero diabolica è l’abilità con cui si diverte a scompaginare la presunzione di realismo del romanzo storico: tanto in quanto nell’, sono proprio i dettagli e gli eventi più fantasiosi e inverosimili a dimostrarsi spesso rigorosamente autentici, mentre le sezioni apparentemente realistiche e credibili includono licenze, finzioni, clamorosi e deliberati anacronismi.

È proprio questo eclettismo, e la capacità di tradurre le tematiche dell’esaurimento e della crisi di senso nel mondo contemporaneo in grandi architetture narrative, ad aver consentito a Pynchon di proporsi come unico, indiscusso maestro per le generazioni che si affacciano sul nuovo millennio, e di sopravvivere indisturbato alle polemiche che hanno accompagnato, per tutti gli anni Settanta, la letteratura postmoderna.

Non esiste, nell’intera produzione di Pynchon, un testo nel quale questo suo eclettismo raggiunga il lettore con la «facilità» dell’. Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1968; riproposto da e/o nella medesima traduzione (di Liana Burgess) e infine da Einaudi Stile libero, nella nuova versione firmata da Massimo Bocchiola, questo romanzo «smilzo» (di sole 174 pagine, una lunghezza assolutamente irrituale per Pynchon) racchiude per intero la poetica del suo autore, e ha esercitato un’influenza difficilmente calcolabile e spesso inconfessata su molti degli eredi del postmoderno, non solo americani (difficile, a mero titolo esemplificativo, pensare che di Eco sia stato scritto senza tener presente ).

Una sintesi «superficiale» dell’intreccio del romanzo dovrebbe essere già sufficiente a definirne l’impatto. La protagonista, Oedipa Maas, una casalinga californiana di idee moderatamente repubblicane, viene nominata esecutrice testamentaria dei beni di Pierce Inverarity, un magnate con cui, anni prima, aveva avuto una relazione. Lascia quindi Kinneret-Among-The-Pines, la cittadina in cui vive, per recarsi a San Narciso, una delle tante città cresciute nella «Los Angeles Area» a seguito dello sviluppo dell’industria aerospaziale, nonché base operativa di Inverarity. Qui incontra l’avvocato di Pierce, Metzger, con cui intreccia una relazione e dal quale riceve le prime informazioni sulla vastità e la varietà dei beni che dovrà inventariare.

A partire dal terzo capitolo, una sorta di «universo parallelo» si affaccia sempre più frequentemente nel mondo di San Narciso e della California più dorata: simbolo di tale universo è un corno da postiglione con la sordina, ed è proprio come sistema postale alternativo, collettore di vie di comunicazione residuali rispetto al monopolio del potere, che una misteriosa entità, chiamata Trystero, si svela gradualmente a Oedipa. Le tracce di tale entità si moltiplicano e coprono, seppur in modo discontinuo e spesso alogico, la storia europea del Rinascimento non meno di quella americana: si passa da una collezione di francobolli falsi alla versione spuria e corrotta di una pseudotragedia elisabettiana; dalla scoperta di un sistema postale alternativo di nome W.A.S.T.E. () alla morte e alla follia che colpiscono quasi tutti i personaggi – sempre maschili – da cui Oedipa raccoglie informazioni sul misterioso Trystero.

Le successive rivelazioni che la protagonista accumula, ricorrendo all’aiuto del professor Emory Bortz (curatore dell’edizione critica della tragedia elisabettiana il cui refuso aveva aperto per Oedipa la «pista» che portava verso il Trystero) e del filatelico Genghis Cohen (che continua a individuare francobolli falsi su cui il Trystero ha impresso la propria immagine e la propria filosofia), portano a un quadro del Trystero come una forza o un campo di forze che raccoglie tutti gli esclusi dalla storia e concede loro di entrare in una rete parallela di comunicazione. Ma lo stesso moltiplicarsi delle coincidenze, il loro sottrarsi alla segretezza che pure sembrava essere la caratteristica del Trystero e del suo simbolo, inducono Oedipa, proprio quando il romanzo si avvia a una conclusione, a formulare un’ipotesi basata su quattro possibili combinazioni:

Comunque sia, loro la chiameranno paranoia. Loro. O casualmente, e senza l’ausilio dell’LSD o di altri alcaloidi indolici ti sei imbattuta in una ricchezza segreta e una nascosta densità di sogno; in una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci, e anche la tua, bambola. O è una tua allucinazione. Oppure si è trattato di un complotto contro di te, così costoso ed elaborato da comprendere atti quali la contraffazione di francobolli e libri antichi, la sorveglianza costante dei tuoi movimenti, la semina d’immagini di corni da postiglione per tutta San Francisco, la corruzione di bibliotecari, l’ingaggio di attori professionisti e solo Pierce Inverarity sa cos’altro, tutti pagati grazie al patrimonio con una modalità troppo segreta o troppo complessa perché la tua mente non-giurisperita la identifichi sebbene tu sia la coesecutrice, talmente labirintica da dover significare qualcosa al di là dello scherzo. Oppure te lo stai immaginando, quel complotto, e in tal caso, Oedipa, sei matta, ti manca un venerdì.

In questo lungo brano, di una complessità quasi stordente, si affaccia con forza, sulla scena del romanzo, l’ipotesi di una controstoria, attraverso la quale i vinti e gli esclusi conducono la propria battaglia di sopravvivenza e sovversione scegliendo la via della marginalità, della segretezza, del complotto. Tutti temi che, uniti a quello della paranoia, attraversano in tralice l’intera esperienza del postmoderno, e che Pynchon traduce in una serie spossante di acrobazie verbali e di invenzioni narrative, così densa che, se si dovesse tentare di riassumere davvero il romanzo in tutte le sue implicazioni, si correrebbe il rischio di produrre un numero di pagine pari o superiore a quello dell’opera finita.

Parodia della detective story – in fondo, Oedipa porta al femminile il nome di quello che molti considerano il primo investigatore nella storia della letteratura; pastiche letterario nel quale, con prodigioso ventriloquismo, si alternano cultura popolare e alta, canzoncine pop e tragedie elisabettiane; riflessione sulla Storia, americana e non, riletta con una particolare attenzione agli esclusi e ai devianti, alle figure che vengono sistematicamente lasciate indietro o spazzate via dal carro dei vincitori; trattato sociologico, in grado di anticipare, nella descrizione dell’immaginaria San Narciso, quel processo che, di lì a non troppi...



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