E-Book, Italienisch, 144 Seiten
Reihe: I Corvi
Bortoluci Sulle strade di mio padre
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-801-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 144 Seiten
Reihe: I Corvi
ISBN: 978-88-7091-801-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
«Tanto lavoro e pochi soldi, non c'era tempo per disfare nessuna tela: in questa storia non ci sono Ulissi né Penelopi.» Una madre sarta che resta a casa con i figli, un padre camionista che deve lasciarli per settimane. È la famiglia di José Henrique Bortoluci, Telemaco brasiliano che si confronta con il padre Didi, viaggiatore di mestiere, per capirne il mondo e sciogliere l'enigma di un uomo che gli è sempre sfuggito. Tra i due le distanze sembrano incolmabili, quella tra un pensionato dopo settant'anni di duro lavoro e un giovane che insegna all'università - primo della famiglia che ha potuto studiare - ma anche tra il Brasile degli anni Settanta, una terra selvaggia che la giunta militare vuole colonizzare, e quello di oggi, un paese ferito. Del mondo di Didi restano solo le storie: le fughe dai banditi e dalla polizia per salvare carico e compenso nell'«inferno verde» dell'Amazzonia, le traversate dei fiumi su guadi improvvisati, gli sterrati del cerrado dove il camion può essere inghiottito da un formicaio, i viaggi notturni in cui bisogna guardarsi dall'arrivo degli ufo. Insieme a lui, i suoi colleghi della strada, cachaça in mano e pelle scottata, che il lavoro logorante ha reso ingranaggi inconsapevoli nella macchina dello sviluppo brasiliano, pedine di un capitalismo predatorio che abbatte le foreste e spoglia i territori e che diventa metafora del cancro, la malattia diagnosticata di recente a Didi. Sulle strade di mio padre è una testimonianza toccante e delicata di amore filiale, un'indagine rigorosa sulle vene aperte del più importante paese dell'America Latina attraverso la storia avventurosa di un uomo comune che lascia al figlio un paese sconvolto e una vita migliore.
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Questa è la tua storia
Marija Stepanova
La storia della mia famiglia è un piccolo tassello di quel rompicapo che è la classe lavoratrice dei paesi al di là dell’Atlantico – ma, nel nostro caso, una classe lavoratrice bianca. I miei nonni e i miei genitori sono tra quei lavoratori che dallo stato hanno sempre ricevuto poco denaro e tutele, ma che hanno goduto del «salario pubblico e psicologico» dei bianchi, come l’ha chiamato Du Bois – una compensazione che si riceve a vita per il semplice fatto di non discendere dalla popolazione indigena o da quella degli schiavi portati dall’Africa.
La richiesta di immigrati europei poveri e bianchi fu un’abile manovra organizzata dalle élite brasiliane per sostituire la manodopera costituita dagli schiavi neri e promuovere una politica di sbiancamento che mantenesse nel paese una rigida gerarchia razziale. È chiaro che questi immigrati godettero del privilegio di occupare il livello più alto di quella tirannica ripartizione. La possibilità di «far parte» della nuova nazione dava prestigio alla vita privata e alla carriera degli immigrati, uomini e donne stranieri, poveri e analfabeti all’arrivo ma dotati di quel beneficio razziale che assicurava loro vantaggi da sfruttare in prima persona, accumulare nel tempo e trasmettere ai discendenti per generazioni.
Mio nonno paterno, Joanim (nessuno lo chiamava João), era il figlio maggiore di una coppia di italiani. Mia nonna paterna, Demétria, era figlia di spagnoli. Tranne i genitori di questa mia nonna, tutti i miei bisnonni erano italiani, com’era molto frequente nella regione di Jaú, che nell’ultimo quarto del XIX secolo e nei primi anni del XX aveva attratto moltissimi contadini europei, impiegati il più delle volte nelle piantagioni di caffè.
I genitori di mio nonno Joanim lavoravano la terra in un paesino vicino a Genova. Giuseppe e Maria erano partiti intorno al 1910 dal Nordovest d’Italia per il Sudamerica, scoprì molti decenni dopo un cugino anziano. La storia del cognome della famiglia è un po’ nebulosa. Una teoria, peraltro mai provata, vuole che il cognome di mio nonno, in Italia, fosse Bortoluzzo. Con il cambio di lingua e di documenti nel nuovo continente, sarebbe diventato prima Bortoluzzi e poi Bortolucci, con due «c». Bortoluci, con una sola «c», siamo soltanto mio padre, mio fratello João Paulo e io. Un errore all’anagrafe ha scempiato la doppia «c», creando il piccolo ramo dei Bortoluci.
Quel «nuovo mondo» – cattolico, rurale, patriarcale e attraversato dal razzismo e dalle disuguaglianze – era allo stesso tempo simile e diverso da quello da cui provenivano i miei bisnonni, le regioni povere e contadine d’Italia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la periferia della periferia dell’Europa. Questi immigrati recenti potevano permettersi il sogno di iniziare una nuova vita, mettere da parte qualche soldo e aprire una piccola attività, o magari comprare un pezzetto di terra vicino ai fratelli e ai cugini – come fece appunto mio nonno Joanim. Potevano aspirare così a costruire una storia famigliare meno segnata dalla povertà, dall’analfabetismo e dalla morte precoce dei figli.
L’antagonismo fra i nuovi immigrati europei, in un paese che aveva abolito la schiavitù solo cinquant’anni prima, obbediva a un’etica con cui era difficile venire a patti: sposare una persona povera, senza proprietà e di diversa origine era disdicevole; sposare una persona nera era inconcepibile.
Demétria e Joanim si sposarono nel gennaio del 1940. Le mie zie raccontano, a voce bassa e a denti stretti, che la famiglia di mio nonno, di piccoli proprietari, guardava con sospetto a quel matrimonio. Oltre a essere «spagnola», nonna Demétria era una «colona». Maria, la mia bisnonna italiana, non approvava l’unione tra il figlio e quella giovane lavandaia. Insieme alle origini della ragazza, pesava il fatto che Joanim fosse il figlio più grande e oltretutto orfano di padre, il che conferiva un ruolo ancora più importante alla moglie, una specie di seconda matriarca che avrebbe conteso lo spazio di «nonna Maria».
Si racconta che le zie paterne avessero fatto sortilegi e lanciato maledizioni contro quel matrimonio. Alcune sorelle di mio padre sospettano ancora oggi che probabilmente è per colpa di quel malocchio che tutte le figlie di nonna Demétria sono rimaste vedove molto giovani e nonno Joanim ha perduto il poco denaro che aveva.
I miei nonni paterni ebbero nove figli, che nacquero tutti nella piccola proprietà della famiglia. Mia nonna Demétria, in dieci anni, diede alla luce nove bambini. Dieci anni passati incinta, ad allattare, a lavorare, a vedere figli entrare e uscire da scuola e ad aiutare nei campi. Ne vide morire uno quando gli altri non erano ancora venuti al mondo. Mio padre era il quinto, il secondo maschio, ma fu il primo ad arrivare ai sette anni – età in cui lui e i fratelli cominciarono a lavorare in campagna, aiutando genitori e zii. La vita lavorativa cominciava prima della vita scolastica e durava molto di più, sia per gli orari sia per il peso che aveva nella formazione di ogni bambino.
Mio padre studiò fino alla quarta nella scuola rurale di Barra Mansa, una frazione di Jaú. Delle lezioni si ricorda poco. Aveva anche cominciato la quinta, ma per frequentarla doveva prendere il treno che lo portava in città e poi fare chilometri a piedi, quindi tornava al podere di famiglia dopo le tre, quando era ormai tardi per andare nei campi. Perciò abbandonò la scuola dopo pochi mesi e cominciò a lavorare in campagna a tempo pieno. Aveva dieci anni.
Eppure, quei pochi anni di istruzione conferivano a mio padre e ai suoi fratelli una condizione culturale che li distingueva dalla generazione famigliare precedente. Nessuno dei miei nonni era andato a scuola. Tutti avevano imparato a leggere e a scrivere a casa da bambini – tranne mio nonno materno, nonno Aristides, che aveva imparato a quarant’anni con il programma di alfabetizzazione Mobral, istituito dalla dittatura militare come alternativa al progetto di Paulo Freire.* Mio padre sostiene che i miei nonni sapevano leggere e scrivere e che avevano imparato da soli, con l’aiuto di zii o di fratelli più grandi che conoscevano le basi della grammatica.
Isaura, mia nonna materna, aveva una memoria prodigiosa e amava raccontare storie, come mio padre. Quando avevo da poco cominciato ad andare a scuola si accorse che il mondo dei libri e delle aule mi affascinava e mi raccontò che aveva imparato a leggere e a scrivere nella fazenda dov’era cresciuta, sfogliando il vecchio dizionario del padre sotto la guida del fratello maggiore, che le aveva insegnato l’a b c. Per molti anni aveva sognato di entrare in un’aula e sedersi su un banco, e aveva realizzato quel sogno quando mia madre – sua figlia maggiore – era andata a scuola all’età di sette anni.
Mio padre racconta la storia della sua vita come una storia di lavoro. Nell’universo sociale in cui è cresciuto e ha lavorato, il peccato più grave era la pigrizia e il paradigma morale contrapponeva «lavoratori» e «fannulloni». Il primo comandamento era non essere e non sembrare un fannullone. Era il lavoro a modellare il tempo, a dividerlo in periodi e a definire il posto di qualcuno nel mondo.
Diventare uomo voleva dire lasciarsi alle spalle la scuola e fare del lavoro manuale il destino del proprio corpo in crescita. In questo modo, si poteva seguire il solco tracciato dal padre.
Al podere abitavano anche le famiglie di due fratelli di mio nonno. Sedici bambini cresciuti dividendo tutto, scuola, giochi e lavoro.
I giochi servivano a preparare i bambini a una vita di lavoro. Le mie zie giocavano a cucinare e a cucire. Mia madre, che ha fatto la sarta per tutta la vita, aveva imparato il...




