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E-Book

E-Book, Italienisch, 126 Seiten

Reihe: Filigrana

Blythe In punta di penna

Riflessioni sull'arte della narrativa. Volume Secondo
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-068-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Riflessioni sull'arte della narrativa. Volume Secondo

E-Book, Italienisch, 126 Seiten

Reihe: Filigrana

ISBN: 978-88-3389-068-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Che cosa induce uomini e donne di tutte le nazionalità e le razze a prendere in mano una penna o a sedersi davanti a un computer per raccontare una storia, e non necessariamente la propria? Quali sono gli strumenti che consentono di trasformare questo impulso in un'opera compiuta, in grado di raggiungere il mondo dei lettori? Con questo secondo volume, prosegue la serie di saggi sulla scrittura e la narrazione come arte e come ricerca, firmati da alcuni tra i più importanti autori americani delle ultime generazioni. Che non esitano a ricorrere all'autobiografismo più spinto, all'aneddotica personale, a vere e proprie microstorie. O ad aprire ai lettori il loro laboratorio, guidandoli dentro l'eterno mistero della creazione letteraria. Saggi di James Salter, Amy Hempel, Pat Conroy, Elizabeth Gilbert, Robert Stone, Rick Bass, Rick Moody e Margaret F.M. Davis, Mark Jacobson, Darius James, Barry Hannah, Jim Harrison, Denis Johnson.

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Chi per la gloria, chi per la lode
di James Salter


«Scrivere! Che cosa meravigliosa!» Vecchio e dimenticato da tutti, in una casa fatiscente nelle squallide periferie di Parigi, Léautaud scrisse queste righe. Era scapolo, senza figli, solo. L’ambiente del teatro, per il quale aveva lavorato come critico per anni, gli era ora estraneo, ma dalle rovine della sua vita fece emergere queste parole.

Viene da immaginare che molti scrittori possano averle pronunciate: Anne Sexton, sebbene si sia suicidata, o Hemingway, oppure Virginia Woolf, anche loro suicidi, o ancora Faulkner, ignorato e deriso nella sua stessa città rurale, e Fitzgerald, che alla fine della sua vita era ridotto malissimo. La cosa meravigliosa è la letteratura stessa, che è come il mare, e l’esaltazione che si prova a starle accanto, che si sia potenti nuotatori o che ci si limiti a passeggiare a riva. Scrivere, nonostante sia spesso noioso, può dare un piacere immenso. Per me questo piacere deriva dallo scrivere una riga dopo l’altra, in punta di penna, come mi piace farlo, e la pagina stessa, le pagine su cui le righe vengono scritte, possono essere considerate la cosa più preziosa che possiederò mai.

I cinici dicono che se non scrivi per soldi sei un dilettante o uno sciocco, ma è una bugia. Il vero desiderio è vedere la propria opera stampata, sapere che verrà letta. I soldi sono meno importanti, nessuno viene pagato per una pubblicazione clandestina, un . Il denaro è solo un riconoscimento come un altro.

Scrivo da così tanto tempo che non ricordo più come ho cominciato. Non si trattava di fare qualcosa che mio padre sapesse già come fare. Lui aveva frequentato la Rutgers, West Point, e poi il MIT, e non credo di averlo mai visto leggere un libro in tutta la mia vita. Leggeva i giornali, il , il , all’epoca ce n’erano almeno una dozzina, a New York. Mio padre aveva un unico obiettivo: fare carriera.

Neanche mia madre era un’avida lettrice. Mi leggeva storie quando ero bambino, naturalmente, e poi da solo ho letto le serie più popolari: gli e Ricordo ben poco di quelle letture. Non ho letto , , , o , sebbene un paio tra questi mi siano stati regalati. Avevo sei volumi di una collezione intitolata , a cura di Olive Beaupré Miller, che non è citata tra i vari Miller – Alice, Henry, Joaquin, Joe – nella , ma che mi ha fatto conoscere Cervantes, Dickens, Tolstoj, Omero e tutti gli autori dei brani che aveva scelto di inserire. Nei volumi erano comprese anche leggende, fiabe, brani della Bibbia, e molto altro. Quando leggo di scrittori che da giovani avevano libero accesso agli scaffali dei padri o degli amici, penso a , che per me ha rappresentato proprio questo. Non mi ha dato una cultura, ma mi ha spinto a crearmene una.

Dentro c’erano anche delle poesie, e al liceo dovevamo imparare a memoria e recitare ad alta voce le più celebri. Ne ricordo ancora diverse, tra cui «Se» di Kipling: per impararla mio padre mi diede un dollaro. Il linguaggio viene appreso, come altre cose, attraverso l’imitazione, e il ritmo e l’eleganza si possono acquisire anche grazie alla poesia.

Da ragazzo sapevo disegnare piuttosto bene, persino dipingere, anche se non avevo mai preso lezioni. Quale fosse l’impulso che mi spingeva a farlo, e da dove venisse quel talento – anche se mio padre se la cavava discretamente con il disegno – non mi è dato saperlo. Il mio desiderio di scrivere, evidente già a sette, otto anni, probabilmente ha la stessa origine. Creavo libri rudimentali, con caratteri e disegni maldestri, utilizzando piccoli fogli di carta, che ripiegavo e poi cucivo insieme.

Al liceo eravamo poeti, o almeno gran parte dei miei amici e io stesso lo eravamo: poeti appassionati e profondi. Scrivevo elegie, ma mai poesie d’amore – quelle arrivarono dopo. Ebbi i miei primi successi. In una gara nazionale di poesia ottenni una menzione speciale, e vendetti due componimenti a

Si è trattato di una fase, che ho superato piuttosto presto. Nel 1939 era scoppiata la guerra, e nel 1941 ci entrammo anche noi. Finii a West Point. La vecchia vita non esisteva più, e la nuova aveva ben poco spazio per la poesia. Ero un uomo di classe medioalta: leggevo, scrissi qualche racconto. Ne avevo letti alcuni sulla rivista dell’accademia militare e pensavo di poter fare di meglio, e dopo la pubblicazione del primo il caporedattore me ne chiese altri. Quando divenni ufficiale, inizialmente non ebbi molto tempo per scrivere, né la necessaria privacy. A parte questo, c’era un’inibizione ancora più grande: scrivere era qualcosa di estraneo a quella vita. Ottenni un incarico nell’aeronautica militare: cominciai come pilota da trasporto, poi divenni pilota da combattimento. A quel punto pensavo di aver trovato la mia giusta collocazione.

Mentre ero di base in Florida, più o meno nel 1950, vidi nella vetrina di una libreria di Pensacola, esposto in grande evidenza, un romanzo intitolato , di John Kerouac. Quel nome. C’era stato un Jack Kerouac al liceo, e aveva scritto dei racconti. Sul retro della copertina c’era una foto: un volto dai tratti gentili, che esprimevano una certa ambizione, gli occhi che guardavano verso il basso. Lo riconobbi immediatamente. Ricordo di aver provato invidia. Kerouac aveva solo cinque anni più di me. E a quanto pareva aveva scritto un romanzo dalla mole impressionante. Comprai il libro e lo divorai. Doveva molto a Thomas Wolfe – e altri – che all’epoca era considerato un grandissimo, ma comunque Kerouac aveva raggiunto un traguardo. Lo presi come un segno di ciò che avrei potuto fare.

Intanto mi ero sposato e, protetto da una vita più regolare, ripresi a scrivere nei fine settimana o la sera. Scoppiò la guerra di Corea. Quando fui mandato al fronte portai con me una piccola macchina da scrivere, pensando che, se fossi stato ucciso, le mie pagine sarebbero diventate un memoriale. Erano pagine acerbe, per usare un eufemismo. Qualche anno dopo, il romanzo che le conteneva fu rifiutato dagli editori, ma uno di loro mi disse che se avevo intenzione di scriverne un altro sarebbe stato interessato a leggerlo. Un altro romanzo. Ci sarebbero voluti anni.

Avevo tenuto un diario, durante le missioni aeree. Conteneva più che altro delle descrizioni, ma era quasi privo di struttura. La guerra aveva il ruolo principale. Un pomeriggio, dopo essere tornato in Florida – il mio era un incarico a tempo – tornai dalle piste aeree, mi sedetti sul letto e cominciai a scrivere di getto qualche pagina, dando forma a un’idea che mi era arrivata all’improvviso. Sarebbe stato un romanzo sull’idealismo, sulla verità e sulla menzogna, sobrio e con una voce autentica. Ciò che era mancato in passato, ma che ora non mancava più, era la trama.

Perché scrivevo? Non per la gloria: l’avevo vista con i miei occhi. Non per il successo. Ero consapevole del fatto che, se il libro fosse stato pubblicato, avrei dovuto usare uno pseudonimo: non volevo mettere a repentaglio la mia carriera per farmi conoscere come scrittore. Avevo sentito i commenti derisori sul conto di Scott, quello di «Dio-è-il-mio-copilota». L’etica dei piloti da combattimento era bere e osare: ogni altra cosa era vista con sospetto. Tuttavia, mi vedevo come qualcosa di più di un pilota, e sognavo di scrivere un romanzo eccellente sotto tutti i punti di vista. Sarebbe stato evidente che l’autore fosse un pilota, un uomo straordinario, ignoto, ma almeno avrei avuto la soddisfazione personale di sapere chi fosse.

Scrivevo appena avevo un attimo di tempo. Scrissi una parte del libro nella base di Long Island, e il resto in Europa, quando fui mandato in Germania. Un tenente della mia squadra che viveva nell’appartamento accanto al nostro sentiva attraverso i muri il rumore dei tasti della macchina da scrivere, la sera tardi. «Ma che fai?», mi chiese un giorno. «Stai scrivendo un libro?» La sua voleva essere una battuta. Nulla poteva risultare più improbabile. Ero l’ufficiale operativo con più esperienza di tutti. Mi aspettavano i gradi di comandante.

fu pubblicato da Harper and Brothers alla fine del 1956. Un estratto del libro uscì in anteprima su Nacque subito il passaparola. Mi mettevo a speculare con gli altri su chi potesse essere lo scrittore, qualcuno che aveva prestato servizio in Corea, con il Quarto squadrone, probabilmente.

Le recensioni furono buone. Avevo trentadue anni, ero padre di un bambino, e mia moglie era incinta di un altro. Ero pilota di aeronautica da sette anni. Decisi che ne avevo abbastanza. Il bisogno di scrivere che risaliva all’infanzia non era mai morto, e aveva dato buona prova di sé. Ne parlai con mia moglie, la quale, comprendendo solo in parte cosa c’era in ballo, non cercò di farmi cambiare idea. Quando arrivò il momento di lasciare l’Europa, rassegnai le mie dimissioni per poter fare lo scrittore.

Fu la scelta più difficile della mia vita. Immagino che dentro di me, latente, ci fosse sempre stata la convinzione che la scrittura fosse più importante di tutto il resto, o che almeno si sarebbe rivelata tale, alla fine. Chiamatela illusione, se volete, ma dentro di me c’era anche l’idea persistente che le cose che facciamo, le cose che diciamo, le albe, le città, le vite, tutto dovesse confluire nelle...



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