E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Berni Fiabe danesi
1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7091-426-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 224 Seiten
ISBN: 978-88-7091-426-9
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
C'era una volta una principessa trasformata in cervo che tornava a essere donna ogni notte di Natale, c'era un giovane in cerca di fortuna finito al servizio di un malvagio troll, c'era un povero pastore che trovò un borsellino capace di sborsare monete all'infinito, e poi c'era una tovaglia che si imbandiva da sola, una scatola con dentro un gigante pronto a esaudire ogni desiderio, una bisaccia da cui potevano uscire immensi eserciti. Sono le meraviglie delle fiabe a rivivere in questa antologia, un mondo di possibilità sconfinate in cui la realtà quotidiana di re e contadini, locande e foreste si popola di draghi, animali parlanti, streghe e folletti, si colora di magie, metamorfosi e prove da superare. La saggezza popolare, l'eterna tensione verso l'amore e la felicità, e il piacere di raccontare e abbandonarsi alla fantasia animano avventurosi viaggi attraverso montagne di vetro, regge di fuoco e castelli appesi a catene d'oro su un mare rosso, in cui il male è sempre in agguato e non si sa mai quale incontro riservi la sorte, ma il coraggio, il buonsenso e la generosità assicurano il lieto fine ai buoni, e un'impietosa punizione ai malvagi. Tratte dalle prime raccolte scritte dell'Ottocento, quando la tradizione orale andava scomparendo e anche la Danimarca, sulla scia dei fratelli Grimm, riscopriva questo prezioso patrimonio narrativo, molte fiabe contengono le versioni originali di storie che hanno continuato ad affascinare e ispirare scrittori fino a diventare dei classici e ricomparire anche nei libri di Andersen.
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La tovaglia e la bisaccia
C’erano una volta tre sarti che vivevano in una città chiamata Landery. Là c’era poco da guadagnare, e così pensarono che non era il caso di lasciar arrugginire l’ago nella manica: era meglio fare i bagagli e cercare lavoro altrove. Tutti e tre erano sposati; le mogli diedero a ciascuno un paniere di vivande e augurarono loro buona fortuna. Camminarono molte miglia e infine giunsero in un grande bosco dove si smarrirono. Più cercavano di uscirne, più vi si addentravano. Ben presto le provviste terminarono e alla fine dovettero vivere di erbe e radici e dormire all’ombra degli alberi. Quella vita evidentemente non gli si addiceva e perciò furono felicissimi quando un giorno scorsero molto lontano tra gli alberi un grande castello. Lo raggiunsero, bussarono, ma nessuno aprì. Dopo un momento di riflessione entrarono senza pensarci oltre, dato che né il portone né le porte erano chiusi. I tre sarti passavano da una lussuosa sala all’altra, ma non vedevano un’anima; alla fine giunsero in cucina, e lì trovarono un’oca bianca che si avvicinò loro amichevolmente, distese il collo e lì salutò, come se volesse dare il benvenuto, come fanno le oche quando un branco è stato diviso e si riunisce. I tre sarti furono molto contenti che in mancanza d’altro ci fosse ad accoglierli al castello almeno un’oca vera. Questa li attirò verso la porta più vicina e li condusse in una dispensa ben fornita. Poi accese il fuoco nel camino e, non avendo un mantice, batté le ali finché la brace non si ravvivò. I sarti si cucinarono qualcosa per la cena, lo portarono nella grande sala da pranzo, e mangiarono e bevvero di buona voglia. Quando ebbero finito ringraziarono l’oca, che all’improvviso cominciò a parlare:
«Vi ho saziati e dissetati, ora seguitemi e vi mostrerò un buon giaciglio per la notte.»
I sarti la seguirono ed entrarono in una stanza con tre letti maestosamente preparati.
«Qui potete dormire tranquilli e sicuri», disse l’oca, «ma una cosa vi chiedo in cambio di ciò che ho fatto per voi. A mezzanotte verrà una fanciulla a offrirvi vino e dolci: non dovete accettare, qualsiasi cosa vi dica.»
I sarti promisero di fare come l’oca diceva, e lei augurò loro la buonanotte e se ne andò.
A mezzanotte furono svegliati da una bellissima fanciulla con un bicchiere di vino in una mano e splendidi dolci nell’altra: li offrì con estrema gentilezza e fece di tutto per spingere i sarti ad accettarli. Ma non servì a niente, loro risposero «no, grazie» e che avevano mangiato abbastanza a cena e non avevano bisogno d’altro. Quando la fanciulla si rese conto che erano irremovibili se ne andò, e loro dormirono tranquilli fino al mattino dopo. L’oca aveva già preparato la colazione e li accolse contenta dicendo:
«Stanotte avete resistito bene alla tentazione, e ho buone speranze che siate voi i predestinati a sciogliere l’incantesimo che ha colpito questo castello e tutto il bosco. Dopo mangiato dovete uscire a cercare l’incantesimo. Sulla strada incontrerete un albero che ha foglie d’oro da mezzanotte a mezzogiorno, ma non dovete toccarne nemmeno una se volete riuscire a liberarmi.»
I tre sarti uscirono dal castello e attraversarono un meraviglioso giardino. C’era uno splendido albero che invece della chioma verde aveva luccicanti foglie d’oro.
«Sarebbe proprio uno stupido», disse uno di loro, «chi si mettesse a combattere con i troll quando può fare qui la sua fortuna senza il minimo pericolo.»
Un altro la pensava allo stesso modo ed entrambi cominciarono a raccogliere dall’albero tutte le foglie che potevano, riempiendosi le tasche e la bisaccia. Il terzo sarto invece disse:
«Io voglio mantenere la promessa che ho fatto all’oca, e ho anche voglia di vedere la fine di questo incantesimo.»
Gli altri risero di lui, e dopo aver raccolto tutte le foglie che riuscivano a portare nelle tasche si misero in cammino e furono così fortunati da trovare presto la strada per uscire dal bosco.
Il terzo avanzò tra alberi e cespugli finché sentì lontanissima una musica meravigliosa. Si avvicinò e giunse a una collina su cui giaceva legato un gran gigante, con un intero branco di oche che lo calpestava camminando avanti e indietro, mentre la bella fanciulla che aveva visto durante la notte sedeva lì accanto e accompagnava la danza suonando la sua arpa. Il gigante volse il viso dalla sua parte e disse:
«Se in te c’è sangue cristiano, prendi la clava che è sotto la mia testa e uccidimi; perché è una morte lenta quella di farsi calpestare dalle oche.»
Il sarto non ci pensò due volte, prese la clava e colpì il gigante in mezzo alla fronte con tutte le sue forze. Nel medesimo istante avvenne una grande metamorfosi: tutte le oche diventarono uomini e il gigante, vivo, si alzò, tramutato in un bel principe, e ringraziò molte volte il sarto per aver liberato lui e i suoi servi. La fanciulla invece si tramutò in una brutta strega e volò via. Anche l’oca bianca aveva ripreso le sue sembianze e si avvicinò: era la giovane moglie del principe.
«Una strega cattiva ci aveva trasformati tutti», disse. «Come premio per averci liberati voglio darti questa tovaglia. Quando la distenderai e dirai: “Tovaglia, apparecchiati!” si imbandirà di tutte le pietanze che desideri.»
Il sarto ringraziò per il bel dono, pensò che ora possedeva tutto ciò di cui aveva bisogno al mondo e si mise in cammino per tornare a casa.
Quando si fu allontanato un po’ dal bosco volle provare la sua tovaglia, la distese e disse:
«Tovaglia, apparecchiati!»
E subito gli comparve davanti un banchetto con tutti i suoi piatti preferiti. Si era appena saziato e stava cominciando a ripiegare la tovaglia quando dodici soldati a cavallo gli si avvicinarono; volevano ammazzarlo perché aveva finito tutto prima del loro arrivo. Lui ridistese velocemente la tovaglia e chiese loro cosa desideravano mangiare. Dissero tutti i loro piatti preferiti ed ecco che un attimo dopo li avevano davanti. Questo li accontentò, fecero un bel pasto e poi chiesero quale fosse il segreto di quella tovaglia. Il sarto raccontò tutto e a quel punto i soldati volevano comprargliela. Ma lui non aveva intenzione di venderla, qualsiasi cosa offrissero. Alla fine il più nobile di loro disse:
«Ecco una bisaccia; quando dirai: “Tutti gli uomini fuori!” ne usciranno tutti i guerrieri che vuoi, con sciabola e schioppo, e potrai comandarli a tuo piacimento finché non dirai: “Tutti gli uomini dentro!” Te la do in cambio della tovaglia.»
«Io voglio tenermi la tovaglia», rispose il sarto. «Preferisco mangiare piuttosto che ammazzare la gente!»
Allora tutti i soldati risero e il comandante disse:
«Sei proprio uno sciocco e meriteresti che ti prendessimo la tovaglia per niente, ma non lo farò perché sono onesto. Voglio darti la bisaccia in cambio della tovaglia; noi siamo abbastanza forti e non ne abbiamo bisogno.»
Detto questo gli gettò la bisaccia, afferrò la tovaglia, e i soldati se ne andarono ridendo a crepapelle.
Il sarto non era affatto contento di aver perso la tovaglia in cambio di una borsa di cui non sapeva cosa fare. Ma dopo aver riflettuto un po’ ebbe un’idea.
«Quel tipo sarà forse stato onesto», si disse, «ma anche piuttosto stupido.» E poi gridò: «Tutti gli uomini fuori!»
E subito dalla bisaccia saltarono fuori un guerriero dopo l’altro fino a formare un intero esercito. A quel punto il sarto gridò:
«Andate e riportatemi la mia tovaglia!»
I guerrieri partirono alla carica e ingaggiarono una terribile battaglia, finché i dodici soldati non rimasero uccisi. Nel riavere la tovaglia il sarto fu molto contento. «Tutti gli uomini dentro!» disse e se ne andò soddisfatto verso casa con i suoi due tesori.
Quando giunse alla porta e bussò, sua moglie venne ad aprirgli e chiese subito se portava tanto oro come i suoi due compagni, che si erano costruiti delle sontuose case ed erano diventati grandi commercianti. Ma il sarto non aveva nemmeno un po’ d’oro. Allora la moglie gli fece una bella lavata di capo e disse:
«Tu sei e rimarrai un poveraccio! Perché non sei stato intelligente come i tuoi compagni di viaggio, che sono tornati a casa con le tasche piene? Ora sono ricchi e benestanti e così pieni di orgoglio che le loro mogli fanno finta di non conoscermi: una volta che sono andata a chiedere un piccolo aiuto mi hanno mandato i servi con un pugno di soldi.»
«Ah, è così?» replicò il marito. «Allora voglio andare a vedere come accoglieranno me.»
Detto e fatto, andò a trovarli. Disse che non era stato altrettanto fortunato, non aveva portato a casa né oro né argento, però sperava che lo avrebbero aiutato donandogli un po’ della loro abbondanza. Ma quelli risposero chiaro e tondo che proprio non potevano: se fosse stato furbo come loro si sarebbe rifornito al momento giusto. Non gli offrirono né cibo né bevande, sebbene in passato fossero stati buoni...




