E-Book, Italienisch, 273 Seiten
Battiston / Marcon La sinistra che verrà
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-7521-935-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Le parole chiave per cambiare
E-Book, Italienisch, 273 Seiten
ISBN: 978-88-7521-935-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ventidue parole chiave, ventidue autorevoli studiosi italiani e internazionali. Un obiettivo comune: dare forma al lessico della «sinistra che verrà». Una riflessione collettiva sui punti di crisi e di ambiguità del presente, sulle mutazioni delle società in cui viviamo, sugli strumenti per delineare una cultura politica che sappia confrontarsi con le sfide del cambiamento. Parole vecchie e nuove - democrazia e reddito di base, femminismo, ecologia, giustizia e pace - come campi di prova sui quali misurare la capacità di affrontare le grandi questioni del nostro tempo: le migrazioni, i populismi, la globalizzazione, il cambiamento climatico, le trasformazioni del lavoro. Rispetto al lungo dominio neoliberista, un'alternativa autentica e concreta. Un lessico rinnovato, ma fondato sulle vecchie discriminanti tra destra e sinistra: la giustizia contro il privilegio, la democrazia contro l'autoritarismo, i diritti contro lo sfruttamento, l'inclusione contro l'esclusione. A cura di Giuliano Battiston e Giulio Marcon
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INTRODUZIONE
DI GIULIO MARCON
La cultura politica della sinistra va aggiornata e ricostruita, anche attraverso un lessico nuovo, per «la sinistra che verrà». Questo libro a più voci rientra nel tentativo di ricostruire un’identità, una cultura politica e una bussola per chi si riconosce in un campo – politico, ideale, culturale – che ha bisogno di essere ridefinito, animato e proiettato sulle nuove sfide poste dai processi degli ultimi trent’anni: la globalizzazione, economica e finanziaria, la digitalizzazione e la robotizzazione del sistema produttivo, la trasformazione del lavoro e delle relazioni sociali, l’esplodere dei nazionalismi e dei populismi e la radicale mutazione (e involuzione) della politica e della democrazia.
Un tentativo ancora più urgente dopo la sconfitta del blocco comunista con il 1989 e della sua alternativa socialdemocratica e riformista, travolta dall’avanzata del modello neoliberista che a partire dagli anni Ottanta ha colonizzato l’economia, la società, l’ambiente, la cultura. Negli ultimi decenni siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di mercato». Per dirla con Karl Polanyi nella (1944), siamo passati definitivamente dalla fase in cui il mercato era una funzione sociale (un modo di organizzarsi della società) all’incorporazione della società nel mercato, che ne regola valori, ritmi, relazioni. Una società di mercato alla quale siamo giunti dopo la conclusione di quella che Luciano Gallino ha definito a partire dagli anni Ottanta una sorta di : non degli ultimi contro i privilegiati, dei poveri contro i ricchi, ma degli oppressori contro gli oppressi, degli sfruttatori contro gli sfruttati. E così la quota di ricchezza detenuta dai capitali è cresciuta e quella dei salari diminuita, mentre l’indice di disuguaglianza si è ulteriormente accentuato. Alla fine di questa lotta di classe capovolta i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, i potenti hanno avuto più potere e i deboli sono diventati sempre più impotenti.
Si è affermato (ancora qui, Gallino) il cosiddetto , che potrebbe avere come rappresentante moderno quell’antico mostro mitologico di Gerione di cui Dante disse nell’: «Ecco la fiera con la coda aguzza / che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!» Descrizione del mostro che ben si attaglia non solo al milieu degli usurai del XVII canto dell’, ma anche alla finanza dei giorni nostri: insidiosa, più forte degli eserciti, attraversa le frontiere e infesta il mondo con le sue nefandezze. Il capitalismo si è radicalmente trasformato (tema affrontato in alcuni dei saggi di questo volume) e la sua finanziarizzazione (espediente ricorrente nelle situazioni di crisi, come ci ricordano Fernand Braudel e Giovanni Arrighi) allude oggi alla vittoriosa riproposizione di un’egemonia (anche culturale), e di nuove gerarchie di potere, ricomponendo identità e processi sociali e spazzando via il «compromesso fordista» del Novecento. Ma soprattutto ricostituendo lo spazio di una nuova espansione economica e commerciale dai caratteri inediti, sostenuta oltre che dai processi di finanziarizzazione (con la pressoché completa liberalizzazione della circolazione dei capitali negli ultimi trent’anni) anche dalla svalutazione del lavoro e dai processi di digitalizzazione e di vertiginosa innovazione tecnologica della produzione. A partire dagli anni Ottanta, la sinistra è stata colta assolutamente di sorpresa di fronte a questa autentica «mossa del cavallo» e non sono valse «terze vie» e «ulivi» nazionali o planetari a riportare in gioco una prospettiva di alternativa a questa onda lunga, iniziata trentacinque anni fa.
La sinistra è in crisi dentro e fuori l’Europa. La sinistra cosiddetta «riformista» – socialdemocratica e moderata – è scomparsa in Grecia, ridotta al lumicino in Francia, sconfitta in Spagna e in Germania, in grandissima difficoltà in Italia. In Gran Bretagna il Labour, per rinascere, ha dovuto affidarsi a un leader radicale e combattivo come Jeremy Corbyn. In Europa la vulgata socialdemocratica è stata subalterna al paradigma delle politiche neoliberiste: non l’ha messo in discussione, l’ha soltanto temperato. A macchia di leopardo la sinistra radicale o quella che ha promosso politiche alternative ai dogmi neoliberisti ha dimostrato maggiore vitalità. Da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna, dal Labour in Gran Bretagna a Mélenchon in Francia fino al governo di «alternativa di sinistra» in Portogallo esiste un campo largo di esperienze, soggettività, culture che danno un senso a una sinistra capace di rappresentare una società che chiede giustizia e uguaglianza. Ma c’è ancora molta strada da fare. Soprattutto di fronte alla crescita generalizzata dei movimenti cosiddetti populisti, xenofobi e nazionalisti che oggi sembrano rappresentare la reazione più significativa (da destra) alle trasformazioni di una globalizzazione che ha impoverito la società, svalutato il lavoro, eroso le identità.
Concedendoci una parentesi sulla stretta attualità, un capitolo a parte meriterebbe l’Italia con un Pd che negli ultimi anni – sotto la guida di Matteo Renzi – ha portato avanti politiche di destra (insieme alla destra), ha diviso il sindacato e ha alimentato la assurda e fallimentare prospettiva di un populismo di segno buono da contrapporre a quello cattivo di Salvini, Grillo e Berlusconi. Tutta l’agenda neoliberista europea dell’austerità ha trovato in Renzi e nel Pd dei fedeli seguaci: è stata ridotta la spesa pubblica (in particolare la spesa per investimenti pubblici, scuola e sanità e con un taglio ai trasferimenti agli enti locali di oltre cinquanta miliardi di euro); è stato precarizzato il mercato del lavoro (con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori); sono stati svenduti i beni pubblici (con un programma di settanta miliardi di privatizzazioni) e sono stati dati in mano al mercato (invece che alle politiche pubbliche) i soldi – con gli sgravi fiscali – per far ripartire la crescita, come in Europa con il piano Juncker. Il Pd sotto la guida di Renzi ha rivendicato come obiettivo prioritario il taglio delle tasse (come Reagan e la Thatcher negli anni Ottanta e Tremonti in Italia negli anni Novanta), salvo tagliarle anche ai ricchi con l’abolizione della tassa sulla prima casa, sulle imbarcazioni di lusso e introdurre la flat tax per attirare i «paperon de’ paperoni» anche in Italia. In questo contesto in Italia la sinistra – nel complesso – è stata emarginata nella sua debolezza dalla incapacità di elaborare un progetto alternativo e schiacciata da tre processi convergenti: la crisi del Pd (con la crescita dell’astensionismo come effetto collaterale), l’affermazione del MoVimento 5 Stelle (che ha eroso lo spazio per la nascita di una Podemos italiana) e l’assenza di movimenti sociali capaci di dare spinta al processo riaggregativo della sinistra, che con le elezioni del 2018 sembra volere riaggregarsi nella dimensione unitaria, ancorché precaria, di Liberi e Uguali per recuperare il terreno perduto.
Dopo quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle politiche neoliberiste bisogna capovolgere il paradigma che abbiamo sin qui subito. Le politiche neoliberiste hanno svalutato il lavoro come fattore competitivo nello scenario di competizione globale; la sinistra deve invece ridare dignità al e ripensare il lavoro (certamente in forme e pratiche diverse) come fattore di liberazione individuale, di identità sociale e di coesione comunitaria. Le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato; la sinistra deve ricostruire una cultura dei beni comuni e del «pubblico». Il neoliberismo ha rilanciato la centralità dell’impresa e dell’individuo nel suo interesse privato; la sinistra deve rivendicare la centralità della società e della persona nel suo contesto comunitario. Il neoliberismo ha mercificato i diritti sociali; la sinistra deve tornare a demercificare – come è successo storicamente con il welfare – la sanità, l’istruzione, la previdenza. E l’ambiente, che è stato usato come «merce», deve venire considerato come un «bene comune» da accudire e salvaguardare.
I temi tradizionali della sinistra vanno radicalmente aggiornati e innovati. Il lavoro fordista non esiste più. Globalizzazione e innovazione tecnologica (e in particolare robotizzazione e digitalizzazione) costringono a ripensare la vita di ciascuno e in particolare il lavoro: in prospettiva, per essere di tutti sempre di più il lavoro va redistribuito (con la riduzione dell’orario), accompagnato dall’introduzione di un reddito sociale complementare e dalla riorganizzazione di attività socialmente utili (si veda qui lo studio di molti anni fa di Giorgio Lunghini: ). Lo «sviluppismo» o l’illimitata «crescita delle forze produttive» è archeologia, residuo fossile per la sinistra: Serge Latouche ha svelato gli inganni della narrazione della crescita e già negli anni Ottanta Enrico Berlinguer diceva che il capitalismo conosce solo «indici quantitativi astratti» e ci invitava a ragionare su «cosa produrre, cosa consumare». D’altronde Thomas Piketty ci ha dimostrato, dati alla mano, che gli alti tassi di crescita del «trentennio glorioso» sono una eccezione unica nella storia del capitalismo. Il tema allora è la «qualità sociale ed ecologica» (Giorgio Ruffolo, ) dei consumi, delle produzioni, del lavoro, nel contesto della redistribuzione...




