E-Book, Italienisch, 128 Seiten
Reihe: Narrativa
Baltasar Boulder
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-931-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 128 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-931-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
'BALTASAR È ABILISSIMA. UNA DOROTHY PARKER CATALANA, IRONICA, SPIETATA'Elena Stancanelli, D - la Repubblica I 'boulder', in geologia, sono morene che si trovano tra il permafrost e la superficie, grossi blocchi rocciosi striati, nati dall'accumulo di materiali trasportati dai ghiacciai nel Pleistocene. Enormi massi emersi in mezzo al paesaggio o nelle acque dell'oceano: pochi sanno da dove provengano e perché siano lí, 'pezzi di mondo avanzati dalla creazione, isolati, esposti a tutto'. Boulder, la protagonista che dà voce a questo romanzo, è pietrosa ed ermetica come una di quelle rocce, rasentate dalla vecchia nave mercantile in cui si guadagna da vivere preparando i pasti in una cucina abbastanza angusta da non doverci lavorare con altri. È la situazione perfetta: la solitudine 'necessaria a qualsiasi essere vivente per crescere' e la provvisorietà per compagna, una piccola cabina e il vuoto attorno, il blu, il vento che taglia la faccia, il resto del mondo sfocato all'orizzonte e ogni tanto un porto in cui incontrare una donna che non rivedrà mai piú. Fino al giorno in cui, in un bar all'estremo nord della Patagonia cilena, conosce Samsa, l'amore che metterà tutto in discussione. La donna per cui Boulder lascerà il mare e andrà a vivere in una casa gialla e perfetta a Reykjavík, quella che, dopo qualche anno e tra pensieri aguzzi come spine, accetterà di accompagnare in una clinica di riproduzione assistita. Ma quel momento, Boulder lo sa, sancisce un esilio inesorabile dal corpo di Samsa, espropriato da una maternità onnipotente e feroce che fa crescere nella protagonista un'insofferenza spietata, un 'freddo permanente' che nutre il vuoto e il bisogno di fuga, alla ricerca irriducibile della 'polpa di senso' che, chissà, forse è solo una nuova solitudine.
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1
Quellón. Isola di Chiloé. Una notte di molti anni fa. Le dieci passate. Né cielo né vegetazione né oceano. Solo il vento, la mano che tutto afferra. Saremo una dozzina di persone. Anime. In un posto del genere, a quest’ora, le persone si può dire siano anime. Il pontile è piccolo e pende da un lato. L’isola si abbandona all’acqua in blocchi di cemento sui quali, uno di fianco all’altro, sono fissati gli ormeggi. Sembrano le teste deformi degli enormi chiodi che bloccano questo molo al fondo del mare. Nient’altro. La calma degli isolani mi lascia senza parole. Se ne stanno seduti sotto la pioggia, sparpagliati, ognuno col suo fagotto grosso quanto un baule. Si coprono con una plastica resistente al vento, mangiano in silenzio, un thermos tra le gambe. Aspettano. La pioggia li sferza come se li maledicesse, scende giú lungo la schiena ingobbita e forma dei rivoli che scivolano fino al mare, bocca immensa che non si stanca mai di accogliere e di inghiottire. Fa uno strano freddo, devo essermene impregnata perché lo sento borioso, combattivo, sotto la pelle e ancora piú all’interno, nelle arcate che gli organi creano tra loro. Indecifrabili isolani. Sono rimasta qui tre mesi a cucinare nei campi estivi per adolescenti. La notte pedalavo fino al villaggio e mi bevevo un’acquavite al bar della pensione. Quasi nessuna donna. Rituale da lavoratori. I denti macchiati che salutano. Dai tavoli mi parlano occhi nerissimi di alberi genealogici cresciuti man mano sulla pietra salmastra. Parlano per tutti i morti.
Non sono una brava cuoca, sono una cuoca da rancio, abile, senza formazione. Quello che piú mi piace del mio lavoro è occuparmi degli alimenti quando sono ancora integri, quando in essi qualcosa tradisce un luogo, una provenienza e quel raggio immediato di solitudine necessario a qualsiasi essere vivente per crescere. Acqua, terra, polmoni. Le condizioni del silenzio. Gli alimenti hanno una pelle, una buccia, e per prepararli servono coltelli. Se c’è qualcosa in cui sono brava in cucina è squartare tutto. Il resto non è un’arte. Condire, combinare, scaldare… le mani ci si abituano, vanno da sole. Ho lavorato in scuole, in ospizi e in un carcere. Gli incarichi durano settimane, scivolano via da me, sono grasso di cui mi disfo lentamente. Prima che venissi a Chiloé, il mio ultimo capo ci tenne a fornirmene una spiegazione: il problema non era il cibo, bensí io. In una cucina si lavora in squadra, dovevo cercarmene una molto piccola se volevo lavorare da sola e continuare a vivere di questo.
L’imbarcazione arriva a mezzanotte. Si scaglia verso di noi a una velocità allarmante. Deve darmi quest’impressione per via delle luci, che esplodono nell’acqua e ci fanno sbattere le palpebre. Dietro di noi qualcosa si muove, arriva una persona su una jeep nera e lascia il motore acceso. Ci chiama. Gli isolani si sollevano ritti, sembrano enormi tartarughe nate da un uovo gigante. Attraversano la pioggia lentamente, passano al mio fianco e io mi sento un’inutile straniera, bianca come la malattia e zuppa sotto l’impermeabile blu scuro. Ci vorrebbero due corpi come il mio per farne uno resistente quanto il loro. Ciò nonostante, sono stata come loro, ho scavato l’isola con le unghie fino a capire che il polpastrello può diventare duro, che il cuore governa il corpo e lo trasforma attraverso la sua guida primaria, la volontà. Troviamo rifugio davanti alla portiera del conducente. Mi riparo con il cappuccio, mi sfrego gli occhi e cerco di capire cosa succede. Mani scambiano monete, biglietti. Dalla macchina giunge una melodia di corde che paiono cantare alla tempesta. Compro il biglietto con i pesos che tiro fuori dal marsupio. Il resto, lo stipendio di tre mesi, lo porto avvolto nella pellicola trasparente tra la maglietta e la pelle.
Sembra quasi che sia stato il mare stesso a stendere la passerella, come fosse venuto a prenderci. Lo zaino mi fa camminare piegata. Mi aggrappo alla corda con entrambi i pugni. Le grida ci spronano a non fermarci. Salgo sull’imbarcazione pensando che non dava l’idea di essere cosí enorme, e di colpo il silenzio. Suoni umani a malapena percettibili, fuori da qualsiasi portata. Scendiamo di lato giú per gradini metallici, prestando attenzione a ogni passo. Dietro la porta c’è una stiva vuota. È una nave mercantile, non da crociera. Ci lasciamo cadere come se fossimo in pellegrinaggio da anni e con alcuni ci guardiamo negli occhi, forse per la prima volta. L’uomo accanto a me prende una bottiglia di pisco e trangugia un lungo sorso. Poi la fa circolare. La cerimonia della pipa: vedremo come andrà a finire. Mi tolgo l’impermeabile e il maglione zuppo e ne indosso un altro, sporco ma asciutto, che trovo frugando nello zaino. Non capisco quando salpiamo, la stiva si alza e sprofonda senza fermarsi. A volte scivoliamo tutti verso un lato e la lampadina sfarfalla finché un altro schiaffo del mare ci riporta al posto di prima. Una vecchia, con un sorriso per occhio e quello sotto senza denti, mi porge la bottiglia. L’accetto e bevo. Adoro questo posto, gli occhi stretti e neri che né mi vogliono né mi rifiutano, questa favolosa libertà.
Ero venuta qui a cercare proprio questo, lo zero originario. Stanca di inventare ogni volta un curriculum, di dover dire e comportarmi come se la vita fosse una narrazione, come se un fil di ferro inchiodato dentro di me mi mantenesse diritta e stabile. La rotta uccide il viaggio e, se proprio la vita deve essere una storia, allora può essere soltanto una brutta storia. Cosa credevo di fare lasciando tutto e accettando un’esistenza di tre mesi ai confini del mondo? Mi avevano appena licenziato da un ristorante in una zona industriale. Ci andavo ogni mattina in autostop. Il piú delle volte arrivavo tardi anche se uscivo di casa due ore prima. Il momento migliore della giornata era quando una macchina o un furgoncino si fermavano sul ciglio, a cento-centocinquanta metri da me, e mi facevano segno con le frecce. Io correvo con la borsa in spalla e la giacca aperta, come una matta, esalando il fumo del freddo assieme a quello della sigaretta. Alcuni autisti si meravigliavano quando capivano che ero una donna. Altri nemmeno se ne accorgevano. Quindici chilometri di pace, non stare da nessuna parte e assaltare la strada con cui quelle brave persone si castigavano ogni giorno. Mi sarebbe piaciuto saltare giú dalle auto in corsa invece di salutare e chiudere la portiera come chi chiude la bara di un amico caro, di un essere senza piú vita. Cosa credevo di fare abbandonando tutto? La distruttiva possibilità di un lavoro simile a quello, una stanza tre metri per quattro in un appartamento di periferia, amanti fugaci come stelle, che oggi scottano le dita e domani sono già presenze irreali. I giorni comparivano e scomparivano, identici, li voltavo ogni notte sorso dopo sorso, sdraiata sul lettino angusto con gli auricolari nelle orecchie e un posacenere sul petto. Avevo vissuto inchiodata a una certezza impalpabile, barricata dietro quelle quattro cose necessarie che mi distinguevano da una diseredata, da un’esclusa. Dovevo affrontare il vuoto, l’avevo sognato fino a convertirlo in un albero di maestra, nel centro d’equilibrio a cui afferrarmi quando attorno a me la vita franava. Intossicata, provenivo dal nulla e anelavo territori ululati.
Il pavimento duro e lo zaino per cuscino. Compagni silenziosi. Io dentro lo scafo, lo scafo dentro la tormenta, una busta piena di banconote sulla pancia. Questa notte ci sono riuscita.
Ci rimango alcuni anni. Il capitano ha la faccia da giocatore, paziente, intelligente. Lo chiamano patrón, padrone. La pelle sottile e rossa gli esce dal colletto della camicia e sembra una seconda camicia che gli si stringe attorno ai lineamenti minuscoli: mento, bocca, baffi, naso, fronte, in linea uno sopra l’altro, con gli occhi come due fori che ribadiscono ogni ordine e ogni decisione. Mi ha dato lavoro perché non chiedo uno stipendio, solo vitto e alloggio. Credo di aver scoperto cos’è la felicità: alzarti fischiando, non dare fastidio a nessuno, non dover fornire spiegazioni e gettarti sul letto all’alba, con il corpo tramortito dalla stanchezza e la testa svuotata di tutta la polvere e la bile. A bordo pensano che sia una tipa suonata, la pecora nera di una famiglia aristocratica, e che qualcuno mi abbia ucciso fratelli e genitori. Sono convinti che, protetta dall’anonimato dell’equipaggio, me ne stia qui a pianificare fino all’ultimo dettaglio una vendetta lenta e crudele. Glielo lascio credere perché sono gentili, perché in fondo siamo piú fratelli dei figli di una stessa madre. La nave ci cova nel suo liquido, ci ama, ci nutre, fa sí che ci guardiamo gli uni con gli altri. Io mi lascio trasportare, la vita cresce senza travolgermi, si concentra in ogni minuto, implode, la tengo tra le mani. Posso rinunciare a qualsiasi cosa perché di decisivo non c’è nulla se ti rifiuti di rinchiudere la tua esistenza nella gabbia delle narrazioni.
Risaliamo lungo la costa cilena. Avanziamo fino a Talcahuano, Valparaíso, Antofagasta, Iquique. Di solito non sbarco, anche se a volte mi piacerebbe. Per esempio Valparaìso, il porto di notte al riparo di colline luccicanti. Vorrei un’amante lí. Mi siedo in coperta, bevo, fumo mezzo pacchetto e mi sento un’idiota. È piú di un anno che non stringo una donna tra le braccia. Il corpo mi insulta, reclama un altro corpo per saziare la sua fame mostruosa di toccarlo ed eccitarlo fino a fargli...




