E-Book, Italienisch, 280 Seiten
Baiocchi Cento micron
1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-420-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 280 Seiten
ISBN: 978-88-7521-420-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Eva ha quarant'anni, fa la biologia e lavora in un dipartimento all'università che la costringe a scontrarsi con la desolante situazione della ricerca in Italia. Bibi è una sua ex compagna di scuola, figlia unica di una ricca famiglia romana che in passato con l'aiuto di Eva si è rivolta a una clinica per la fecondazione assistita. Il tentativo di inseminazione non era riuscito e adesso, rimasta vedova e definitivamente sterile, non può più procreare in modo naturale. Ma Bibi vuole un figlio a tutti i costi, anche se la legge italiana non le consente di impiantarsi gli embrioni già fecondati. Dopo che il tentativo di corrompere il direttore della clinica fallisce, Bibi viene a sapere che i suoi embrioni sono misteriosamente spariti. Sulle tracce della verità, Eva e Bibi scopriranno l'esistenza di un traffico internazionale di embrioni, finalizzato alla sperimentazione calndestina, che attraverso la Svizzera le porterà fino in un paese asiatico senza leggi né limitazioni dove avvengono esperimenti con esiti incredibili. Un romanzo coinvolgente che mescola spaccato sociale e riflessioni sul potere umano di creare e manipolare la vita: la maternità è un fenomeno naturale, un diritto o un lusso? Dove finisce il progresso scientifico e dove inzia l'abuso?
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3.
Eva apre la porta di casa. Guido sta lì, raggomitolato nella sua poltroncina girevole, il maglione colorato che tiene sempre in casa, a giocare una versione rammodernata di Tetris al pc. Intanto, il profumo dello spezzatino si sparge per l’aria, sui fornelli il coperchio della pentola tintinna, le finestre della cucina appannate di vapore. Il suono collassato della pistola (racchetta? astronave?) che muore per l’ennesima volta segnala il game over.
«Che rabbia, stavo per battere il record», dice lui, alzandosi con i movimenti irrigiditi di uno che è stato lì imballato a giocare per metà pomeriggio. «Avevi detto che avresti fatto tardi», aggiunge.
«Già, invece mi si sono marcite le cellule. Era un mese che stavo lì a coltivarmele».
«Dopo le cavallette, la grandine. A volte mi sembra di convivere con una contadina».
«Piantala. Tu l’hai finito, il tuo articolo?»
«Ecco...», lui fa un sorrisetto storto.
«Hai giocato a Tetris tutto il giorno?»
«Non riuscivo a concentrarmi. Deve essere l’età».
«Deve essere che ormai hai dato fondo alle tue chiacchiere».
«Vuole un aperitivo, intanto che apparecchio, mia dolcissima?», dice lui ironico, ma come per gioco, una specie di finto ironico e vero comprensivo.
Eva sa che lui lo ha capito al volo quanto è nero il suo umore, stasera.
«Grazie, magari sì».
Lo Scrittore, con un gesto ampio, ha già steso la tovaglia giallina sul tavolo tondo davanti alla finestra. Tira fuori dal mobile i piatti di porcellana bianca.
L’aperitivo arriva in un bicchiere di cristallo inciso a tralci di foglie, il vino bianco è gelato, piccole bollicine salgono lungo il vetro, intanto lui dispone i bicchieri per l’acqua, il cestino del pane. Per lui è inconcepibile mangiare senza tovaglia e tovaglioli di stoffa, senza bicchieri e caraffa di cristallo, senza i piatti di sua madre.
Eva deve essere onesta con se stessa: questo armamentario ha una perversa capacità di sedurla.
Lo spezzatino di vitello con piselli, cipolle fresche e chiodi di garofano manda un profumo inebriante, tutto il pranzo di Eva è stato un tramezzino alle tre. Lui la serve, le riempie di nuovo il bicchiere, le sorride mentre si siede di fronte a lei, le spalle erette.
Eva se lo ricorda, l’effetto che le ha fatto quando ha visto la sua casa la prima volta: questo appartamento vecchio, dai soffitti alti, le stanze larghe e quadrate aperte le une sulle altre, e grandi finestre da tutte le parti, incassate dentro muri di un metro. I pavimenti di graniglie colorate a disegni floreali. Gli infissi di legno duro che avrebbero bisogno di essere rifatti da dieci anni, ma lui dice meglio tenersi questi, vecchi e malridotti, che prendere infissi nuovi fatti al modo scadente di adesso. E il grande divano di cuoio invecchiato e pieno di grinze, che continua a perdere polvere di paglia: a ricomprarlo, sarebbe un alieno luccicante e micragnoso. Questo qui ha un suo fascino che oggi nessuna fabbrica saprebbe riprodurre. La scrivania intarsiata con i cassettini. Sia pure con la sedia girevole di Ikea davanti.
Questo scenario un po’ impolverato di un’agiatezza passata le piace.
Le dà sicurezza.
Anche quel lieve senso di colpa, quella vaga ironia con cui lo Scrittore conserva i pochi resti del lusso della sua famiglia le piace.
Un mese dopo aver visto la sua casa, si è trasferita da lui.
Lui era innamorato pazzo, si vedeva.
L’aveva abbordata a una conferenza, una conferenza sull’evoluzione umana. Lei ci era andata per curiosità, era lì accanto, all’università, e aveva un’ora libera. Lui l’aveva abbordata, ma lei lo aveva capito solo molto tempo dopo, lì per lì sembrava solo un signore cortese, seduto al posto accanto al suo, che alla fine, mentre tutti si alzavano, le aveva chiesto se fosse una ricercatrice – lei non si era tolta il camice quando aveva attraversato la strada per venire all’aula magna – lui era un giornalista e veramente aveva capito molto poco di quello che era stato detto, forse lei poteva chiarirgli qualche dubbio?
«Be’, questo non è il mio campo», aveva detto Eva, gentile anche lei: come si poteva essere bruschi con un signore così pacato, che la guardava con quell’aria piena di attenzione? «Forse dovrebbe rivolgersi a qualcuno più esperto di me».
«Eh, ma io sono così distante da questi argomenti, mi sentirei in imbarazzo a domandare...»
Ah, la faccia tosta, a ripensarci adesso: lo Scrittore, a posteriori, è uno che non si metterebbe in imbarazzo neanche davanti al Grande Ambasciatore dei Padroni dell’Universo, sceso giù con un’astronave a protestare che l’effetto serra gli disturba il transito lungo i corridoi dello spazio-tempo.
«...e le mie domande sono proprio di base. Vorrei scrivere un articolo su alcuni aspetti della comunicazione scientifica moderna e...», aveva sorriso in un modo così simpatico, «forse lei mi permetterebbe di offrirle un caffè e di rubarle solo pochi minuti».
Si era presentato chinando il capo con un gesto vecchio stile che lei aveva trovato incantevole, mentre le stringeva la mano. Avevano preso il caffè in un piccolo bar due strade dietro l’università, un po’ defilato dal caos degli studenti, lui le aveva chiesto le solite cose che chiedono tutti: che diavolo è questo benedetto gene, quanti cromosomi ci sono dentro un gene, sì, no, ah, certo sono i geni che sono contenuti nei cromosomi, non viceversa, lei si era messa a ridere, e lui aveva riso insieme a lei. A un tratto, dalla tasca del camice di Eva, il timer aveva preso a trillare, lei si era scusata, doveva correre in laboratorio, doveva fermare una reazione che durava da due ore. Ah, ma certamente, lui le era davvero grato del tempo che gli aveva dedicato, forse la dottoressa era disposta a lasciargli il suo indirizzo e-mail, nel caso lui avesse avuto bisogno di altri chiarimenti per il suo articolo? Lei aveva un modo di spiegare così chiaro, e lui non l’avrebbe disturbata se non in caso di stretta necessità.
Già, non lo aveva mica capito che la stava abbordando, a ripensarci adesso le viene da ridere. Lui aveva quell’aria così seria e gentile, le aveva mandato una mail la settimana successiva, le chiedeva di spiegargli qualche riga di un’agenzia stampa. Eva non aveva capito bene come, ma in poche settimane si era trovata in un serrato scambio di mail quotidiane, in cui lui le inviava brani tratti da riviste scientifiche di cui chiedeva la traduzione corretta, mescolati con frammenti di poesie ignote – ma del resto, a Eva tutto è ignoto della poesia. Quello che lei sa di poesia, in generale, è un placido e tondo nulla. E queste che le mandava lui erano così curiose: non parlavano di fanciulle moribonde, di città in fiamme o di tombe illustri come quando Eva andava alle medie. All’improvviso, pareva che le poesie avessero preso a occuparsi di roba curiosamente lì sotto gli occhi di chiunque. Tipo paia di pigiami, o prugne in frigorifero.
I have eaten
The plums
That were in the icebox
And which
You were probably
Saving
For breakfast
Forgive me
They were delicious
So sweet
And so cold.
Era passato al tu, intanto: stava dismettendo progressivamente buona parte della sua aria formale, faceva battute sempre più buffe, e alla fine l’aveva invitata a un concerto.
Poi a un balletto.
Poi l’aveva portata a cena in un ristorante bellissimo, silenziosissimo, dove si mangiava benissimo.
Lei si sentiva abbastanza sicura che i suoi abiti non fossero adeguati a quel tipo di circostanze, ma se era così lui non sembrava minimamente preoccupato, anzi, rideva soddisfatto davanti ai suoi capi più strampalati, le scarpe viola coi fiori gialli attaccati, le gonne un palmo sopra il ginocchio.
Le regalava fiori, tutte le volte. Le apriva le porte, sempre. Anche lo sportello della macchina, nonostante l’apertura centralizzata.
La guardava come fosse un’aliena incredibilmente interessante caduta dallo spazio lì davanti al suo naso. Intanto però aveva quest’aria di prenderla sempre un po’ in giro. E di prendere un po’ in giro se stesso.
Però si stava innamorando, si capiva benissimo.
Una sera, l’aveva invitata a cena a casa sua. Il mese dopo, lei si era trasferita da lui.
D’altra parte, in quel periodo divideva con altre tre ragazze un appartamento miserabile in un palazzone di dieci piani su via Tiburtina.
E con lo stipendio che le passava l’università, che altro avrebbe potuto permettersi?
Adesso Eva sta lì da un anno. Non si sente in colpa per quel lusso in cui all’improvviso si è ritrovata a vivere. Sì, per lei è lusso, quello.
In colpa per cosa?
Non è solo la casa, è lo Scrittore stesso che le dà sicurezza.
Lui sa citare capitoli interi dell’Anabasi in greco originale. Cita a memoria Dante, Omero, tutto...




