E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
Baar Il colore della melagrana
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-6243-587-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 288 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-587-1
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nata a Zagabria nel 1973, dal 2012 pubblica racconti, saggi e poesie. 'Il colore della melagrana', uscito in patria nel 2015, è il suo primo romanzo, cui è seguito nel 2017 'Als ob sie träumend gingen' [Come se camminassero sognando], vincitore del Premio Theodor Körner. Nel 2022 ha ricevuto il Großer Österreichischer Staatspreis, il più alto riconoscimento in ambito culturale in Austria.
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Stai affrontando l’angelo sterminatore che mi invidia le ore allegre?
Di sicuro ci sono zoccoli di capra sotto la tenda! Lo so: non devo urlare adesso, ecco le goccioline sul mio labbro superiore. Il cuore mi scivola nella bocca dello stomaco, sussulta come dopo un colpo a salve, mi batte nelle tempie. Rimango ferma mentre in me il silenzio diventa rumore. A un certo punto esplode. Urlo contro il ronzio e il luccichio del silenzio, accetto i colpi che stanno per arrivare, perché in verità non è successo niente, niente!, perché ti ho spaventato di nuovo senza motivo. Indico la tenda perché non oso pronunciare il nome di Baba Roga. Tu corri verso la tenda, la apri con uno strattone, la scuoti, la sollevi un po’, mi guardi con aria di rimprovero: Dove vedi qualcosa? Dove? Kukavica! Mi fai tornare l’ulcera! Immagino l’ulcera come un essere vivente che è cresciuto prosperando nel tuo corpo, che a un certo punto si libera e dopo averti soffocata a lungo esce dalla bocca.
Da quando Barba Vinko ha avuto un colpo apoplettico ed è morto, mi spaventano i tuoi colpi; perché che succede se anche tu cadi morta per un attacco di rabbia? Almeno Baba Roga se n’è andata. Fisso il muro, mi ricordo di cene di gala in saloni enormi: cameriere in calze autoreggenti e scarpe ortopediche alla caviglia – seni pesanti, fianchi larghi, finti sorrisi – servono vino e carne coperta da ricche salse.
Non ricordo dove sia successo.
Questo avanti e indietro è diventata un’abitudine per me, il regno di mezzo con i severi controlli ai confini, un grande passo di montagna da attraversare. Chiunque volesse arrivare dall’altra parte doveva passare con la ferrovia fantasma nel profondo della cresta montuosa – asfissiante, rumoroso, un canale del parto a due direzioni, che dopo diversi minuti di volo cieco ti rigettava fuori, alla luce di questo o quell’altro mondo. Se si entrava nel tunnel dalla terra del padre, il condotto era ben illuminato. La terra della madre iniziava a metà strada, lì dove principiava l’oscurità e le pareti si facevano fuligginose e gli apparecchi di illuminazione appannati. C’era qualcosa di magico in quel punto. Sembrava dover essere meticolosamente calcolato in anticipo, nota, memorizza – ora! – quel passaggio tra un pezzo di terra e l’altro, che poi era sempre anche follia, una transizione in un’altra realtà, in un’altra vita.
L’effettiva porta per l’altro mondo era indicata dal posto di guardia frontaliera, dove non succedeva mai che ti lasciassero solo passare con un cenno della mano. Da quel momento in poi il viaggio era lungo e pericoloso – omnibus sfasciati, auto stipate fino al tetto con i cofani aperti, camion ribaltati su entrambi i lati della strada, a volte qualcosa coperto con teli di emergenza, curiosi tutt’intorno, facce stanche, di tanto in tanto la polizia, a volte un’ambulanza.
Sul lungo varco stradale di Zagabria, offuscato dallo smog, la bambina si accovacciava sul sedile posteriore dell’auto, guardava fuori dal finestrino, disgustata e affascinata dalle facciate scrostate, dall’odore di gasolio, dai ritagli di carta e dalle buste di plastica che attraversavano le strade sotto i lampioni e danzavano sui marciapiedi, come vesti fatate dismesse e appese ai rami delle chiome polverose degli alberi e dei cespugli, mosse dal vento dei veicoli in transito, così come i pantaloni e i cappotti fluttuanti dei pedoni e delle persone in attesa alle fermate degli autobus, grigio su grigio, fumando, seri. È sdegnata per le strade sconnesse, le buche e le crepe nell’asfalto, fino all’esasperazione, perché il padre se ne lamenta fino a quando finalmente dall’Ilica svolta in Kukuljeviceva ulica, e gli pneumatici rimbombano sui ciottoli di Britanski trg.
Dopo ore di guida, un approdo, e un tremito quando l’auto si ferma davanti alla casa e la paura di rivedersi si mescola alla gioia di rivedersi, perché chissà cosa ci aspetta tra un attimo –Nada e il vecchio Beppe potrebbero essere deboli e gracili, e che succederebbe se Nada raccontasse ancora degli svenimenti e dei demoni di Beppe, dell’uomo vestito di nero che gli spinge contro la faccia la canna del fucile, bang!, così che Beppe ogni volta si sveglia, e cosa succederebbe se la madre a quel punto si fa silenziosa, come fa sempre quando le sue medicine e i rimedi non funzionano?
La mia Zagabria, ammesso che fosse la mia Zagabria, consisteva in poco più delle due strade che attraversavano il verde lussureggiante di Pantovcak con le sue vecchie ville ricoperte di edera, dalla casa invernale con il suo appartato giardino in ombra fino al pazar giù a Britanski trg, che Nada chiamava Mali plac, la piccola piazza, che si sarebbe potuto facilmente ritenere l’universo, o almeno l’ombelico di quel mondo il cui orizzonte si allargava solo nei giorni speciali, in cui si poteva prendere il tram per Trg republike, Nada sempre gratis con il suo documento da invalida di guerra, che custodiva come un’onorificenza e tirava fuori a ogni occasione – ratni invalid, maggiore è la percentuale, meglio è.
La casa d’inverno era un bastione in mezzo a una terra estranea annerita dalla fuliggine: vecchi parquet screpolati, cataste di giornali, armadi pieni di fichi, mele cotogne e limoni che Nada nel tardo autunno aveva portato dall’isola e che aveva sparso in ogni angolo utile per farli seccare o per mantenerli freschi, e il cui odore sensuale si mescolava agli aromi della carta invecchiata, del fumo freddo di tabacco e dell’inchiostro da stampa, in un unico odore che per la bambina definiva il posto, come le sculture e le poltrone rivestite di velluto, le ortensie essiccate e gli alkekengi a campanella, i lampadari di cristallo, le frange dei tappeti sistemate con cura, i quadri riccamente incorniciati e il pianoforte a coda Bösendorfer, verso il quale Nada sospingeva la bambina ancora e ancora, in quel suo modo camuffato da richiesta che però era un ordine – perché come rifiutare la richiesta se nessun altro poteva far suonare quel pianoforte a coda completamente scordato? – sebbene nessuno riuscisse a cavare più di qualche tono soffocato da quella diabolica opera di meccanica viennese, e un giorno, per rabbia, la bambina avesse chiuso il copritasti così violentemente da far tremare le fotografie incorniciate di parenti e antenati sulla coda del piano, e gli occhi di Nada si fossero spalancati e Nada si fosse messa la mano sulla bocca. Santo cielo!
Il salotto era la stanza più luminosa di quella enorme casa. Dietro il vetro scorrevole della lunga vetrina: una distesa di innumerevoli dorsi di libri in lino tinto o carta dura, e sopra grandi nomi, alcuni con lettere d’oro in rilievo – Dostoevskij, Balzac, Gogol’, Goethe, Rousseau, Krleza. Onorificenze, medaglie al valore e placche erano esposte davanti ai volumi in diverse scatole aperte e decorate, rivestite di velluto e seta, tra miniature di argilla che la bambina aveva fatto per Nada. Nada le adorava come amava i disegni della bambina – incorniciati con cura come quelli degli artisti che conosceva tutti di persona, come conosceva la morte e il diavolo, l’amante dell’arte, la donna corpulenta, la dea. Ogni dipinto era un originale, ogni pittore un amico e un ammiratore – e amici erano anche gli scrittori e i musicisti, gli uomini di stato e i professori e gli studiosi che per lei valeva la pena avere attorno per farsi bella e vantarsi. Non devi dire a nessuno del Golub di Pablo, Anuschka, potrebbero venire i ladri!
Più Nada si agghindava e si dava arie e più lodava i maestori, più grande era il disprezzo della bambina per i suoi amici, pittori e poeti ubriachi, e per le isteriche, appassite gospodas, salite alla ribalta solo dopo il matrimonio, che a qualunque battuta dei loro stalloni, non importa quanto superficiale, si divertivano e ridevano schiamazzando e gettando la testa all’indietro. Svaki cigo svoga konja hvali, osservava di tanto in tanto Nada, ogni cigo elogia il suo cavallo. E che voglia di smascherarli, di rivelare i loro difetti – ogni camicia abbottonata male, ogni abito logoro e inadatto, ogni patta aperta, ogni risucchio a tavola, poiché per Dio e per il Maresciallo, i re erano nudi e lo rimanevano.
Nelle stanze, sempre poco illuminate e piene di fumo, era bello fare il girotondo e giocare a palla, o almeno fare il girotondo e giocare a palla fino a che l’indice di Nada si sollevava, la sua fronte si aggrottava, e di nuovo tutto doveva tornare in ordine, perché non sopportava più tutte quelle urla e quei rumori, tanta vivacità, e perché l’euforia raramente era una cosa buona e ci si poteva facilmente rompere la testa, o almeno cadere, il minimo accenno di euforia era già un enorme pericolo, e ovviamente Nada avrebbe finito per aver ragione, come aveva sempre ragione su tutto, perché la bambina aveva due mani sinistre ed era così vivace, quando stranamente non parlottava tra sé e sé, che tutta l’esultanza per la libertà di movimento si condensava, e quando la disgrazia prevista accadeva, quando cadeva malamente o, nella confusione, finiva contro bordi e spigoli, perché da molto tempo non erano più rivestiti da coperte e asciugamani in modo che lei non si facesse male, Nada imbottiva la bocca distorta della bambina urlante con cioccolata Kraš e dolci, per non contagiarsi con il suo dolore: Non è successo niente, proprio niente! – Uch! To nije ništa!, ma i suoi sguardi e il suo abbraccio troppo stretto e la sua voce sottile...




