Aviv | Stranieri a noi stessi | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 339 Seiten

Reihe: I Corvi

Aviv Stranieri a noi stessi


1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-841-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 339 Seiten

Reihe: I Corvi

ISBN: 978-88-7091-841-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Rachel Aviv ha solo sei anni quando viene ricoverata con una diagnosi di anoressia. Passano poche settimane e, da un giorno all'altro, ricomincia a mangiare. A differenza delle compagne di reparto già adolescenti - fra cui Hava, tanto brillante quanto tormentata, e così simile a Rachel da sembrarne la sorella - l'anoressia non diventa una «carriera». E se non fosse andata così «bene»? Se il desiderio di emulazione verso quelle ragazze dannate e affascinanti avesse lasciato una traccia più profonda dentro di lei? Qui inizia Stranieri a noi stessi, il racconto di cinque vite parallele, cinque persone le cui diagnosi psichiatriche hanno finito per impossessarsi delle loro identità: Bapu, venerata come una santa negli ashram dell'India e bisognosa di cure mentali per la sua famiglia; Naomi, incarcerata dopo un tragico episodio di psicosi e alla ricerca disperata del perdono dei propri figli; Ray, medico caduto in disgrazia che ha dedicato la vita a vendicarsi dei suoi analisti; Laura, promettente studentessa di Harvard che dopo anni di terapie e diciannove psicofarmaci diversi non sa più chi è senza medicine. E Hava, che a ogni nuovo diario si impegna a trovare la forza per superare l'anoressia, ma si sentirà fino alla fine una «straniera a se stessa». Grazie ad anni di studio, interviste e scambi con i protagonisti di questo libro, la pluripremiata giornalista del New Yorker Rachel Aviv scrive un'indagine accorata sui limiti delle nostre conoscenze intorno alla mente umana e sul bisogno che abbiamo di raccontarci e farci raccontare dagli altri nel tentativo di conoscerci. Perché niente come una storia ha il potere di cambiare - nel bene, nel male - la nostra identità e quindi la nostra vita.

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Prologo: Rachel


«Qualcuno migliore di me»

All’inizio della prima elementare, feci amicizia con una bambina di nome Elizabeth. Era la bambina più grande della nostra classe ma era minuscola, con le braccia e le gambe nodose e sottili. Legammo grazie a una partita a mankala, dove bisogna far cadere le biglie su una tavola di legno con quattordici fori poco profondi. Io evitavo gli altri compagni così da essere pronta quando Elizabeth mi chiedeva di giocare. Lo faceva sempre. Mi sentivo come se avessi fatto nascere la nostra amicizia grazie a un atto di volontà.

Chiesi a mia madre perché casa di Elizabeth a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante di Detroit, avesse un odore così diverso dalla nostra. Rimasi delusa dalla sua risposta – il detersivo per la lavatrice – perché era troppo banale. Casa di Elizabeth era così grande che ero sicura ci si perdesse dentro. Aveva un letto a baldacchino giallo, una cabina armadio, una piscina. Mi faceva vedere come i capelli biondi si schiarivano ancora di più quando li spazzolava. I suoi genitori avevano un frigorifero nello scantinato solo per le bibite in lattina, e un giorno Elizabeth suggerì di far bere la Coca Cola alle nostre ginocchia. Tentammo l’esperimento nella macchina della sua babysitter e ridemmo mentre la Coca scorreva sui sedili. Era assurdo che ci fosse solo un modo per bere.

A casa, a volte facevo finta di essere Elizabeth. Camminavo per le stanze immaginando di non sapere dove portassero. Era stato puro caso, o un pizzico di sfortuna, che fossi nata me invece di nascere Elizabeth. Ricordo di essermi svegliata in preda alla desolazione dopo un sogno: mi era stata data la possibilità di essere lei se sceglievo il posto giusto nel pulmino della scuola. Avevo superato tredici file sopraffatta da quella opportunità, e avevo scelto il posto sbagliato.

Avevo appena compiuto sei anni e i confini tra le persone erano porosi. A lezione di musica mi era stato assegnato un posto tra due maschietti: da un lato c’era Sloan, il bambino più alto della prima elementare. Il naso che gli colava sempre, il moccio verdastro. Dall’altro lato c’era Brent, che era cicciottello e aveva il respiro così pesante che a volte controllavo se si fosse addormentato. I loro attributi fisici davano l’impressione di essere contagiosi. Per proteggermi, cercavo di sedermi nel punto più centrale della sedia, il più lontano possibile da entrambi. Se mi muovevo verso Sloan, temevo che sarei diventata troppo alta. Se mi avvicinavo a Brent, sarei diventata grassa. Io e mia sorella maggiore Sari avevamo visto un servizio al notiziario su un signore obeso a cui era venuto un infarto a letto e poi avevano dovuto portarlo via dall’appartamento con una gru. Provammo a immaginare la logistica: avevano dovuto abbattere le pareti? Come avevano assicurato l’uomo al macchinario? Decisi che se proprio dovevo, era meglio sbandare in direzione di Sloan.

A pranzo, io e i miei compagni di classe dovevamo prendere almeno «un bocconcino» da ogni portata: uno spaghetto, un singolo pisello. Molti anni dopo, la mia maestra di prima elementare, Ms. Calfin, mi ha raccontato: «Te ne stavi seduta lì a guardare pensosamente quei bocconcini e io dicevo: “Vai avanti! Abbiamo solo venti minuti! Continua!” Ma eri lentissima.» Due settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, chiesi il permesso di andare in bagno alla fine del pranzo. «Devi fare i bisognini?» mi aveva domandato Ms. Calfin. A quanto pare le avevo risposto che volevo solo guardare nello specchio.

Un paio di giorni dopo smisi di toccare quei bocconi da topolino che Ms. Calfin mi metteva nel piatto. Mi chiese se preferivo andare al buffet delle verdure, dove a volte prendevo dei crostini. Provai a nascondere il mio ghigno di piacere quando risposi di no. Mi scrutò con attenzione e fece un’espressione che non ero in grado di classificare: sembrava una smorfia e un sorriso al tempo stesso. Sentivo che stava studiando chi ero, e la sua concentrazione mi rendeva euforica. La adoravo e temevo che i miei sentimenti non fossero ricambiati. Mi pareva che preferisse i bambini impassibili con le mamme che facevano le volontarie a scuola.

Nei due giorni successivi, tendenzialmente mi rifiutai di mangiare e bere. Non ricordo il mio ragionamento, solo le reazioni degli adulti attorno a me e il mio vago senso di orgoglio. Avevo preso l’idea dallo Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione, festeggiato la settimana precedente. Era la prima volta in cui capivo che era possibile dire no al cibo. La decisione aveva la stessa energia religiosa della festività ed era circondata da un’aura di martirio.

Frequentavo la scuola ebraica tre volte a settimana e mi piaceva coltivare l’idea di avere dei canali di comunicazione invisibili con Dio. Diverse volte al giorno pregavo affinché la mia famiglia godesse di buona salute fino a quando non avessimo avuto «ottantasette anni o di più», ripetendo più volte «io e mamma», perché la nostra sopravvivenza era la più importante. Ricordo che camminavo sui ciottoli nel giardino della casa della fidanzata di mio padre rendendomi conto che ogni passo era stato prestabilito da Dio. Ma l’epifania veniva eclissata dalla coscienza di me stessa: era come se stessi affrontando il mio personale roveto ardente. Il contenuto della rivelazione era secondario rispetto al mio desiderio di distinguermi dagli altri in quanto persona capace di averne una.

Il 30 settembre del 1988 dissi a mia madre che mi sentivo la testa così leggera che avevo paura di andare a sbattere contro un muro. Da tre giorni non mangiavo quasi niente. Lei mi portò dal pediatra. In seguito mi raccontò di aver pensato: «Adesso le faranno una flebo e la riporto a casa.» Avevo sei anni e mi descriveva come una bambina sciocchina ed esuberante. Ma la fidanzata di mio padre, Linda, che in seguito divenne la mia matrigna, ricorda che in sua presenza ero la bambina più triste che avesse mai visto. Quando mi venivano proposte attività che lei credeva potessero esaltarmi, spesso rispondevo con la stessa frase: «E che c’è di così bello?» Secondo Linda, avevo l’insolita capacità di restare seduta completamente immobile mentre piangevo in silenzio, spesso al tavolo della cucina. Mio padre mi diceva di mangiare e io mi rifiutavo, a volte per più di un’ora, finché non mollava il colpo e mi accompagnava a scuola in macchina.

Il mio medico prese nota del fatto che avevo perso quasi due chili nell’ultimo mese. Fino agli ultimi tempi avevo seguito un’alimentazione normale, «fatta soprattutto di pizza, pollo, cereali». Descrisse le mie «attuali abilità» come «correre, saltare, andare in bici». Nella sezione «personale/sociale» appuntò che ero annoiata. Suggerì a mia madre di portarmi all’ospedale pediatrico del Michigan, a Detroit, dove venni ricoverata per «mancata alimentazione». Una psichiatra dell’ospedale mi descrisse come «una bambina ben sviluppata ma molto minuta, non soggetta a malessere acuto».

Dopo un colloquio con mia madre e mio padre, che avevano divorziato l’anno prima e ancora litigavano sulla custodia delle figlie, un dottore dell’ospedale annotò: «La madre afferma che il padre prende in giro i soggetti obesi, e il padre non smentisce.» Mio padre, dal canto suo, suggerì che il problema nasceva da mia madre, che era «ossessionata dal cibo». Immagazzinava tanto di quel pane integrale ai cereali che a volte, quando aprivamo lo sportello del freezer, i filoni comprati ai mercati agricoli in giro per Detroit cascavano fuori. Ma aveva un rapporto relativamente normale, anche se appassionato, col cibo. Come molte donne della sua età, di tanto in tanto provava a stare a dieta, con una convinzione traballante.

La settimana prima del mio ricovero in ospedale, mia madre iniziò a tenere un diario per me – non sapevo ancora scrivere, perciò era lei ad appuntare quello che dicevo – ma non le raccontavo tutto quello che pensavo, le facevo solo resoconti cronologici delle mie giornate intervallati da domande come: «Da dove esce la diarrea di un serpente?» e «Perché le persone non hanno la coda?» Mia madre, che aveva rotto da poco col suo fidanzato, teneva un diario a sua volta. Quella settimana prese nota di un sogno – trascriveva sempre i sogni che faceva – in cui chiedeva a un giardiniere di smontarci la casa mattone dopo mattone. «Restano solo la terra e lo scheletro di cemento della casa», scrisse.

La prima sera in ospedale, un’infermiera mi portò un vassoio di cibo, che io rifiutai. Mia madre aveva fame, così lo mangiò lei. «Si arrabbiarono molto con me», mi ha raccontato. «Non dovevo confondere quello che mangiavo io con quello che mangiavi tu.» Il giorno dopo le infermiere mi attaccarono a una flebo; ero disidratata.

I referti medici non offrono un quadro completo sul perché non mangiavo e non bevevo. Uno psicologo scrisse: «I suoi sintomi sono chiaramente un’espressione del rapporto patologico tra il padre e la madre.» Un altro osservò che «Rachel cerca di scrutare dentro se stessa per comprendere e risolvere i sentimenti intensi associati al suo mondo esteriore», ma combatte «contro un moto di pensieri iper-complicato»,...



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