E-Book, Italienisch, 408 Seiten
Reihe: Asia
Aslam Il libro dell'acqua e di altri specchi
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6783-252-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 408 Seiten
Reihe: Asia
ISBN: 978-88-6783-252-1
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Il libro dell'acqua e di altri specchi si apre in una città fittizia chiamata Zamana, in Pakistan. Nargis e Massud sono una coppia di architetti, uniti da un'affinità elettiva con cui hanno sapientemente modulato ogni fase della loro relazione. Eppure Nargis ha nascosto per tutta la vita al marito un elemento fondante e pericoloso della sua identità: è nata cristiana, con il nome di Margaret, ma crescendo si è finta musulmana per sfuggire agli abusi e alle oppressioni. Quando Massud muore in uno scontro a fuoco, la vita di Nargis inizia a sgretolarsi. Intanto qualcuno si serve degli altoparlanti dei minareti per rivelare i segreti e le dissolutezze degli abitanti, diffondendo il terrore in un Paese in cui l'accusa di blasfemia può costare la vita. I misteriosi annunci presto diventano persecuzioni e Nargis sarà costretta a fuggire. In questo mondo al limite della distopia, diverse trame amorose si liberano come fiumi in piena e con la loro poesia fanno da contraltare all'orrore. Questo romanzo è un ritratto rivelatore dello spirito umano, una storia di corruzione e resistenza, di amore e terrore, e delle maschere che a volte è necessario indossare per salvarsi. Il libro dell'acqua e di altri specchi è al contempo una storia di formazione sentimentale, uno studio sulla perdita e un ritratto lucido dei conflitti che pervadono il Pakistan contemporaneo. È un romanzo importante dalla prosa cristallina e dai personaggi abilmente caratterizzati nelle loro sfumature emotive. Seppure crudo nella rappresentazione del brutale esercizio del potere, è un inno alla resilienza. - Laura Garmeson, Financial Times Aslam ha costruito un corpus di opere in cui descrive nel dettaglio il peggio cui gli uomini possono arrivare e ci è riuscito usando una prosa che suggerisce le possibilità salvifiche dell'arte. Orrore e bellezza convivono in un equilibrio precario. - Peter Parker, The Spectator Sbalorditivo... un romanzo magistrale, con una complessa stratificazione di simboli e una trama puntellata di colpi di scena drammatici fino all'ultima frase. - Rebecca Steinitz, The Boston Globe
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2
Helen accese il portatile e aggiustò l’inclinazione dello schermo. Il fievole bagliore bianco le illuminò le mani. Si trovava nello studio, e quella mattina c’era un gran silenzio. Mentre lavorava, ogni tanto alzava lo sguardo per raccogliere o precisare i pensieri, oppure toglieva il cappuccio alla penna per scrivere una frase sul taccuino che teneva accanto al computer. Si avvicinò a uno degli scaffali per consultare un libro. A fianco del sofà dove Massud amava sedere, aleggiava in permanenza il profumo della sua acqua di Colonia. Aveva ricevuto il suo messaggio che le chiedeva di ritirare il pacco in arrivo dal negozio in piazza, e aveva lasciato aperta la porta dello studio per poter sentire il campanello.
C’erano città ai suoi piedi – modellini disposti sul pavimento – e a lei piacevano tanto gli epiteti che nel corso dei secoli erano stati attribuiti a quelle città. Rayy era «la sposa della terra», Merv «la madre del mondo» e Gerusalemme «il Palazzo».
Si alzò e andò a piazzarsi esattamente sotto Santa Sofia appesa al soffitto. Piegò all’indietro la testa per guardarla. Un libro di cui aveva bisogno era rimasto lì, sul piccolo davanzale dell’edificio. Erano giorni che lo cercava, e non immaginava che fosse finito lassù quando alla fine di febbraio i due cubicoli erano stati sollevati. Per recuperarlo avrebbe dovuto prendere la scala.
I due modelli erano stati costruiti da Lily, e gli studenti del National College of Arts di Zamana avevano decorato pareti e soffitti, la cupola azzurro e oro della moschea di Cordova, gli svettanti minareti di Santa Sofia. Secondo la leggenda, quando nel 1453 i musulmani erano entrati a Santa Sofia, che all’epoca era una cattedrale, i preti interrotti durante la messa avevano preso calici e pissidi e si erano dileguati attraverso la parete orientale dell’edificio, da cui si diceva sarebbero un giorno ricomparsi per portare a termine la cerimonia.
Helen andò alla finestra che si affacciava sul giardino. Tre giorni prima aveva scoperto che l’uomo responsabile della morte di sua madre era stato scarcerato. Ancora non l’aveva detto a suo padre, e nemmeno a Nargis e Massud, sapendo quanta angoscia e tristezza avrebbe procurato loro quella notizia, e ricordando quanto era stato difficile per tutti quel periodo. Il processo era stato rimandato due volte perché la polizia sosteneva di aver smarrito i fascicoli, ma Nargis e Massud avevano insistito perché la documentazione venisse rimessa insieme a partire dalle copie carbone e dalle scannerizzazioni.
Lei stessa non era riuscita a parlare per quasi tre mesi dopo la morte di Grace, annichilita dal dolore, incapace di superare la perdita. Aveva perso quasi un anno di scuola. Poi un giorno era entrata nello studio e come nulla fosse aveva chiesto a Massud se sapeva dov’erano finiti gli anelli che un tempo portava al pollice e all’indice. Aveva visto un ritratto di Aleksàndr Puškin con anelli simili alla mano destra e lo aveva imitato. L’amore dei suoi sedici anni. Ricordava quanto aveva riso Nargis. «Mi chiedo quante ragazze al giorno d’oggi sognino Puškin!»
Sapeva che non si sarebbe mai ripresa del tutto. Era come se la sua penna avesse finito l’inchiostro mentre lei stava scrivendo una lettera. Ne aveva presa un’altra con un inchiostro di colore diverso e aveva continuato a scrivere; ma, anche se le parole e i processi mentali erano rimasti gli stessi, qualcosa era mutato.
Guardò fuori verso il giardino. L’alto albero del cotone aveva perso quasi del tutto le pesanti infiorescenze, turgide come frutti, mentre l’albero del corallo, molto più basso, aveva appena cominciato a fiorire.
Dalla finestra si vedeva il minareto della moschea sull’altro lato della viuzza – la parte superiore, circa un terzo, spuntava oltre la volta di foglie del giardino. Forse fu quella vista a farle venire in mente la figlia del chierico. Del resto, appena un’ora prima avevano dato la notizia che un drone – che volava sopra la cintura tribale del Pakistan ma era telecomandato da qualche posto degli Stati Uniti – aveva assassinato un altro leader dei miliziani. Non avevano detto quante altre persone fossero rimaste uccise.
Alla fine il campanello suonò. Quando andò ad aprire, si trovò davanti un ragazzino di undici o dodici anni, con diversi sacchetti pieni di cibarie e un grosso fascio di giunchi.
«Dovresti essere a scuola», disse lei mentre lo accompagnava in cucina.
Lui non replicò. Aveva una bella faccia, da bambolotto, e stava guardando le ali d’uccello appese alla parete rosa. Aveva appoggiato i sacchetti sul tavolo e, con una manica sudicia, si stava asciugando il sudore dalla fronte e dal labbro superiore, e intanto continuava a fissare le ali. Si avvicinò e allungò un dito per toccare il piumaggio verde lime di un parrocchetto alessandrino.
«L’uomo col cappello di paglia abita qui?» chiese. «Quello con gli elastici che passano sopra le spalle.»
«Si chiamano bretelle.»
«Già. Bre… tel… le.»
Lei prese la bottiglia di Rooh Afza che lui aveva portato e aprì il sigillo sul tappo. «Ne vuoi un po’?»
Sembrava indeciso. «Ho sentito la signora fare il nome di una certa Helen», disse. «Sei tu?»
«Sì.»
«Sei un’infedele?»
Helen stava guardando in uno dei sacchetti. Alzò la testa ma non le palpebre. All’inizio del liceo, quando aveva quattordici anni, un insegnante le aveva chiesto di alzarsi e «spiegare perché aveva rubato il posto a una musulmana».
«Sei la domestica?» continuò il ragazzo. «Non sembri una domestica.»
Quando alla fine lo guardò, lui fece un cenno col capo verso la bottiglia di Rooh Afza. «Io sono musulmano, non posso accettare qualcosa da bere da te.» E aggiunse: «Dovresti saperlo, no?»
A diciannove anni, Helen era grande abbastanza da non stupirsi per episodi come quello. Le capitavano di continuo, era uno dei dati imprescindibili della sua esistenza. Eppure a volte si lasciava ancora cogliere alla sprovvista.
Lo osservò dalla finestra della cucina attraversare senza fretta il giardino e allontanarsi dalla casa, fermandosi due volte sul sentierino semicircolare per guardare i frutti maturi o una creatura che si muoveva fra i rami.
Mise via le cose da mangiare, e divise e legò i giunchi per fare le scope. Dopodiché portò la scala di alluminio nello studio e la aprì sotto il modello di Santa Sofia. Indugiò per qualche istante: anche dal gradino più alto della scala non riusciva ad arrivare al libro. Aveva bisogno di qualcosa per tirarlo giù, allora andò di nuovo in cucina, staccò dalla parete la gigantesca ala del cigno trombettiere e ritornò con quella, con le piume che esplodevano in un bianco accecante quando i raggi di sole sulla veranda vi passavano attraverso.
Mentre si arrampicava con l’ala da un metro e mezzo fra le mani pensò a sua madre, che usava quella scala per spolverare le zone più alte di pareti e scaffali. Le tornò in mente la storia del primo incontro fra i suoi genitori. All’epoca Grace aveva quindici anni e faceva la domestica, e un giorno si era avvicinata stravolta a un poliziotto di passaggio per chiedergli di arrestare il figlio diciassettenne del giardiniere di una casa vicina. «Non riesco a dormire perché penso a lui!» aveva detto. «Ogni notte il pensiero di lui mi tiene sveglia e per tutto il giorno mi struggo. Pretendo giustizia!» Lieto di potersi divertire un po’, il poliziotto aveva seguito quella focosa ragazza sdegnata, che l’aveva portato dal malfattore. Ovviamente il ragazzo non aveva la minima idea di chi lei fosse, ed era rimasto senza parole sentendosi accusare di rovinarle la vita.
Helen giunse all’ultimo gradino della scala – «Dove abita il lupo», come diceva Grace – e allungò con cautela l’ala del cigno verso il libro sul piccolo davanzale. L’estremità arrivò a un soffio dalla costa, e lei si alzò in punta di piedi per colmare la distanza mancante. In quel momento da sotto giunse un rumore sordo, indistinto, e guardando giù vide che sulla soglia dello studio era ricomparso il ragazzo del negozio.
Abbassò con circospezione i talloni sulla superficie metallica del gradino. Dopo che era uscito, si era dimenticata di richiudere a chiave la porta.
«Hai dimenticato qualcosa?»
Lui la stava guardando con un’espressione a metà fra il sogghigno e il rapimento estatico, il corpo in parte nascosto nell’ombra proiettata da uno scaffale. Mentre si faceva avanti avvicinandosi alla scala, Helen vide che tremava, e che la lunga lama del coltello che stringeva nella mano destra si muoveva avanti e indietro.
«Che cosa stai facendo?» disse scioccata.
Ma lui camminava come un sonnambulo. Era come se a tirarlo in avanti fosse il coltello nel braccio teso. Lei avrebbe voluto aggrapparsi al fondo di Santa Sofia per tenersi in equilibrio, ma non ci arrivava. Dopo che l’aveva toccata con l’ala, aveva cominciato a dondolare lentamente sopra di lei.
Il ragazzo era arrivato alla scala, e mise un piede sul primo gradino. Sembrava un giardiniere o un becchino in procinto di conficcare un badile nella terra. Non c’era nessun posto dove scappare. Lui era ancora un bambino, ma brandiva una lama da venticinque centimetri, e lei era in precario equilibrio, sentiva una terrificante inconsistenza sotto i piedi.
«Che cosa vuoi?»
Con voce quasi subacquea, come in trance, lui disse: «Devo vedere».
«Che cosa devi vedere?»
«I cristiani hanno il sangue nero.»
Lei si accorse che quel coltello col manico d’osso veniva dalla loro cucina.
«Chi te l’ha...




