Ashley | King Of Hearts | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 2, 300 Seiten

Reihe: Rake Forge University

Ashley King Of Hearts


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80463-77-7
Verlag: Royal Books Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 2, 300 Seiten

Reihe: Rake Forge University

ISBN: 979-12-80463-77-7
Verlag: Royal Books Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il fallimento del college non era nei miei piani. Nemmeno rimanere incinta. Eppure, eccomi qui, pronta a iniziare un altro anno alla Rake Forge University, incinta e attualmente senza una casa. Sembra che non sia l'unica a essere tornata. Juan Hernandez, il migliore amico di mia sorella, cammina per il campus con quella mascella di granito e quelle ciocche di capelli corvini che gli baciano la fronte, con gli occhi di whiskey che riducono tutti in cenere. L'ho evitato per mesi, ma nel momento in cui mi vede, il gioco è finito. La prima cosa che fa è rubarmi le labbra in un bacio sconvolgente. Una punizione. La seconda cosa che fa è salvarmi dal dormire in macchina. Una lezione. Vivere con lui non funzionerà mai, non con le sue parole sfacciate, con il suo sguardo caldo e costante, o come il suo sfiorarmi. Le sue dita marchiano la mia pelle come se mi possedesse e, a un certo punto, so che vuole. Quello che non sa è che io appartengo a un altro uomo... e al mio ventunesimo compleanno tornerò da lui, che lo voglia o no. *Questo è il secondo libro della serie Rake Forge University, si consiglia di leggere prima Wild Card.*

Ashley is an Amazon Top 50 bestselling romance author who is best known for her small-town, second-chance romances. She resides in the Pacific Northwest, where she lives with her four children and her husband. She loves coffee, reading fantasy, and writing about people who kiss and cuss. Follow her at www.ashleymunozbooks.com
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3


Taylor

Settembre

La mia unghia rosa passò sul volantino color magenta, leggendo bene ogni parola.

«“Cerco un coinquilino. Deve essere pulito e ordinato. Ottocento dollari.” Ma che cazzo?!» esclamai a voce alta, socchiudendo gli occhi.

Sul serio? Quasi mille dollari al mese per una camera sola?

La mia mano scivolò via dalla bacheca dei messaggi mentre i miei polmoni fecero uscire un suono simile a quello di un palloncino che si sgonfia. Il sole era come una coperta di calore umido, che mi colpiva da ogni lato mentre mi asciugavo la fronte sudata. Ero riuscita a sopravvivere ai giorni peggiori dell’estate, ma in quel momento camminare con uno zaino enorme e la mia borraccia… era troppo.

Per la prima volta dalla conversazione a cuore aperto con il mio patrigno, stavo iniziando a preoccuparmi. Avevamo organizzato un brunch qualche settimana prima, durante il quale avevo accennato all’idea di andare a vivere da sola. Lui si era offerto di comprarmi un appartamento, ma dopo che la mia sorellastra maggiore aveva rifiutato tutti gli aiuti di Charlie, il suo padre biologico, decisi che potevo farcela anch’io. Non avevo bisogno dei suoi milioni o di appartamenti gratis: potevo stare con qualche coinquilino e finire gli ultimi esami che mi rimanevano per ottenere la laurea triennale.

Però, al momento, non potevo permettermi un affitto da ottocento dollari al mese. Non solo: non appena avevo iniziato a cercare un posto in cui vivere, avevo subito capito di essere arrivata tardi. Non era rimasto niente, e grazie al notevole aumento di nuovi residenti, si era creata una notevole bolla immobiliare che costringeva la gente a pagare prezzi altissimi per qualsiasi alloggio fosse disponibile. Poiché avevo rifiutato i soldi del mio patrigno, non c’era modo che io potessi permettermi quegli affitti. Ovviamente non ero idonea per nessun tipo di aiuto economico, ma avevo un piccolo fondo fiduciario che mia madre aveva creato per me. Mi sembrava totalmente diverso accettare aiuti dalla donna che mi aveva partorito invece di accettarli da Charlie. In più era un fondo che aveva iniziato quando eravamo povere. Contava solo diecimila dollari, che erano abbastanza per farmi sopravvivere per un po’, ma poi avrei dovuto cercare un lavoro.

Il mio telefono squillò e mi fece distrarre da quei pensieri.

«Ehi», risposi portando il telefono all’orecchio.

«Hai già trovato qualche posto?» chiese la mia sorellastra e in sottofondo si sentì un rumore, come se avesse appena tirato qualcosa dall’altra parte della stanza.

«Cos’è stato?»

«Ho sollevato una scatola. Riesci a credere che non ho nessuno che mi aiuti, o un assistente che faccia questo tipo di cose per me?» Si lasciò sfuggire una risatina forzata, mentre qualcos’altro sbatteva contro il pavimento vicino a lei.

Risi. «E quel giocatore di baseball che chiami marito?»

« in palestra, e potrebbe avermi detto di aspettare a sollevare queste scatole, ma mi sento un po’ ribelle oggi», spiegò orgogliosa.

La mia sorellastra, che da un po’ chiamavo semplicemente sorella, aveva da poco iniziato a lavorare nell’ufficio di Charlie a New York, dove si era trasferita con il marito, Decker.

«Non voglio sapere nulla sulla tua sfida con Decker. Risparmiatelo.» Risi ancora, facendo oscillare la mia borraccia mentre camminavo. Gli studenti universitari si affaccendavano nel campus, correndo per sistemarsi, trovare le classi e trasferirsi nei dormitori. Guardai con nostalgia una matricola con una scatola tra le braccia. Lei non era una senzatetto.

«Sei senza fiato», disse Mallory con una punta di preoccupazione nella voce.

Portai il polso alla fronte per asciugarmela, per poi rimettere il cellulare all’orecchio. «Sì… c’è più caldo di quanto immaginassi. Mi sento strana.»

«Tay, fai attenzione. Certe ondate di calore possono essere molto pericolose.»

Alzai gli occhi al cielo. «Lo so. Ho vissuto qui tanto quanto te.»

«Sì, ma…»

«Sai che ti voglio bene, Mal, ma hai chiamato per un altro motivo.»

Lasciò andare un suono super drammatico mentre un altro schianto rimbombò nel telefono.

«Volevo solo sapere se hai trovato un alloggio.»

Emisi un sospiro e sprofondai su una panchina vicino all’edificio amministrativo. «Ho sicuramente delle opzioni.» Mi facevano male i piedi, le spalle e non avevo nemmeno iniziato il primo giorno.

«Questo significa che non hai trovato niente.» Mal rise e riuscii a sentire il mio petto rilassarsi mentre mi univo alla risata. Mi mancava già, ed ero tornata alla Rake Forge solo da una settimana. Avevo passato quasi tutta l’estate con lei, e sentivo terribilmente la sua mancanza.

«Non so cosa farò, Mal.» Scossi la testa, all’improvviso pesantissima. Altro sudore raggiunse le mie sopracciglia, inzuppando anche il collo e la schiena. Sapevo di aver bisogno di bere un po’ d’acqua, così presi la pesante borraccia e iniziai ad aprirla.

«Sai che mi basta fare una telefonata», disse esitante.

Le mie sopracciglia si aggrottarono mentre consideravo ciò di cui stava parlando.

«Hillary?» Era una delle migliori amiche di mia sorella, avevo sentito si era trasferita a Chicago.

Schioccò la lingua. «Non sto parlando di lei.»

Feci la finta tonta. «Uhm, allora non saprei.»

Mentre lo dissi, la persona in questione a cui sapevo si stesse riferendo stava venendo nella mia direzione con la testa chinata, guardando il suo telefono. Il mio cuore fece un piccolo salto mortale mentre il collo improvvisamente si allungò, teso per osservare ogni centimetro di lui, per assicurarmi che non fosse un miraggio o solo perché era strano vederlo dopo così tanti mesi. Più che altro perché lui non doveva trovarsi qui.

Era laureato ed era un atleta professionista; non c’era nessun motivo valido per il quale dovesse essere al campus.

«Juan ha chiesto di te», precisò Mal, probabilmente preoccupata di come avrei potuto reagire.

Non avevamo più parlato di lui, tranne una volta mentre eravamo sul pavimento della mia camera, quando ammisi di voler ritornare a scuola. Lei non sapeva nulla del mio passato con il suo amico o della mia cotta, pensava solo che non andassimo d’accordo, perché in fondo per molte persone era difficile andare d’accordo con me. Probabilmente dopo il matrimonio ero stata un po’ immatura circa la sua amicizia con lui. In mia difesa, nessuno su questo pianeta mi aveva mai ferito quanto Juan, incluso quello psicopatico di mio padre.

«Per favore, evita di dirgli qualsiasi cosa su di me», implorai mentre guardavo Juan camminare tranquillamente verso la porta che era quasi di fronte a me.

Mi presi un secondo per ammirare la sua bellezza, solo per memorizzarla e usarla più tardi. Indossava jeans scuri che gli calzavano così bene che avrebbe potuto fare il modello. Delle Nike nuovissime erano sui suoi piedi.

«È un bravo ragazzo, Tay. Ti aiuterebbe in un batter d’occhio.»

Non sapeva della piccola visita di Juan dell’anno precedente: nessuno lo sapeva. Nessuno capiva che razza di inferno fosse stato vederlo al matrimonio di mia sorella, o quali sforzi avessi fatto per assicurarmi che stesse lontano da me.

«Mal, devo andare», dissi in fretta, capendo troppo tardi che stavo occhieggiando Juan. Avrebbe di certo alzato la testa e mi avrebbe visto da un momento all’altro.

«Okay, ma richiamami.»

Riagganciai e inizia a raccogliere le mie cose. Mantenendo gli occhi sul nemico, iniziai a camminare verso sinistra. Ero quasi del tutto lontana dalla sua vista grazie a un gruppo di studenti che si era formato; passai davanti a un atleta alto e in mezzo a due ragazze, sbirciando ancora una volta da sopra la mia spalla. Cercai di fare un bel respiro continuando a guardare, ma lo persi di vista. Proprio quando sentii le mie sopracciglia aggrottarsi per la confusione, mi scontrai con qualcosa di duro e caddi a terra.

«Cacchio!» borbottai, stesa a terra e respirando profondamente. Il sudore incorniciò l’attaccatura dei capelli e un gruppo di macchie nere si spostarono nel mio campo visivo; dei volti venivano messi a fuoco a intermittenza mentre alcune persone mi guardavano dall’alto. Dov’era la mia dannata borraccia? Era rotolata via?

«Aiutatela ad alzarsi. Oddio, sta bene?» chiese rapidamente una ragazza, tra un morso alla gomma da masticare e l’altro.

«Non l’ho vista… mi è venuta addosso», mormorò un ragazzo mentre delle mani mi presero per i gomiti cercando di farmi alzare.

«Non ti preoccupare, non c’è prob…» balbettai mentre le vertigini mi danzavano in testa.

Le mani di uno dei ragazzi si spostarono dal mio gomito, rimettendomi piano in piedi.

«Attenzione. Non vorrai mica…»

Un profumo famigliare, delizioso e invitante mi avvolse mentre il ragazzo che mi stava aiutando rovesciò la testa indietro.

«Togliete le vostre mani dal suo corpo.» Nitida e fredda, la voce di Juan risuonò nel cerchio come un tamburo di guerra.

Chiusi i miei occhi e sospirai. Due secondi ed ero già infastidita da lui.

«Non l’ho vista», ripeté il ragazzo, lasciandomi andare come se fosse stato scoperto a rubare in banca.

«Come hai fatto a non vederla?» scattò Juan, aiutandomi ad alzarmi.

Non volevo sapere se avesse indicato la mia pancia o no, o se avesse detto altro. Cercai di camminare avanti, ma Juan mi tenne al mio...



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