E-Book, Italienisch, 221 Seiten
Alibrandi I DELITTI DELLA VERGINE
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5527-356-1
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 221 Seiten
ISBN: 979-12-5527-356-1
Verlag: Morellini Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Daniela Alibrandi è nata a Roma e ha vissuto negli Stati Uniti. Nella vita professionale si è occupata di scambi culturali nell'ambito del Consiglio d'Europa e dell'Unione Europea. L'autrice ha pubblicato sedici romanzi, cinque edizioni inglesi e un'antologia. Della sua vasta produzione ricordiamo: I delitti del Mugnone (Morellini Editore, 2024), Delitti sommersi (Morellini Editore, 2023), Viaggio a Vienna (Morellini Editore, 2020), Una morte sola non basta (Del Vecchio Editore, 2016), la pluripremiata Trilogia Crimini del Labirinto (Delitti fuori orario, Delitti Negati e Delitti Postdatati), I Misteri del Vaso Etrusco, Nessun segno sulla neve e Il bimbo di Rachele (Edizioni Universo), Quelle strane ragazze, Un'ombra sul fiume Merrimack e l'antologia I doni della mente. I suoi scritti sono spesso ospiti di testate giornalistiche nazionali e di rubriche letterarie televisive e radiofoniche della RAI. Alcune sue edizioni italiane figurano nelle biblioteche di Harvard e di Yale e nella Public Library di New York. Nel maggio 2024 è stato ufficializzato il suo stile come MultiDimensionCrime. L'autrice ha ottenuto numerosi premi letterari nazionali, tra cui il Premio Poliziesco Gold 2020 e il Premio Women Art Week 2022 alla carriera letteraria.
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1
L’odore era acre, e lei non si aspettava di provare un simile disgusto scendendo in quel tratto sotterraneo della città. Un luogo segreto e sconosciuto a molti di coloro che in quelle stesse ore calpestavano i sanpietrini, parecchi metri sopra allo spazio angusto dove si trovava proprio adesso. Immaginava il traffico, le sirene, i clacson e tutto sembrava ovattato, mentre qualcosa di indefinito si insinuava nei suoi pensieri.
Adesso era nell’oscurità più completa, per fortuna aveva con sé la torcia e sapeva che avrebbe potuto accenderla non appena lo avesse voluto, ma lui l’aveva avvertita. «Ti troverai nel buio assoluto e devi imparare a conoscerlo, a respirarlo, devi pensare che sei tu al centro dell’universo e vedrai che, se proverai a passarti una mano davanti agli occhi, ti sembrerà di vederla. Perché nel buio ci sono tutte le risposte.»
Eppure non era solo l’oscurità, in quel momento, a colpire i suoi sensi, c’era anche un terrificante silenzio. Diletta non riusciva più neanche a udire il proprio respiro.
«Dai, adesso accendiamo le torce, ti prego, ho provato il buio e il silenzio, ma non vedo l’ora di scoprire l’ambiente, così torno a casa e inizio la mia ricerca. L’insegnante resterà senza parole quando la leggerà e non avrà più motivi per darmi brutti voti.»
«Ma certo, adesso sì» disse l’uomo, «Per questo ti ho portato qui, dovrai descrivere tutto quello che stai scoprendo: l’odore di chiuso, di muffa, questa volta da cui scendono le particolari stalattiti che stai vedendo».
A lei sembrò di perdere il senso dell’orientamento, seguendo quell’uomo a cui, forse troppo incautamente, aveva dato fiducia. Intanto lui, senza esitazioni, camminava veloce in quella fitta rete di cunicoli e tunnel, che sembrava allontanarla di parecchio dallo sciabordio del torrente sotterraneo, il vero oggetto del suo studio. Sobbalzò quando sentì che qualcosa sembrava voler sfiorare i suoi capelli, come il volo di una enorme farfalla.
«Oddio, ma che era?»
«Non ti preoccupare, non ti fanno nulla. Ogni tanto incontreremo qualche pipistrello, ma è più facile che si avvicinino i dolichopodi. Sono conosciuti anche come grilli delle caverne, ma sappi che sono naturalmente forniti di un sistema radar, per cui non ti verranno mai addosso.»
«Non mi rasserena affatto, sai? E poi quello che sento adesso non è tanto l’odore di muffa, mi sembra più l’olezzo di qualcosa che si sta imputridendo…»
«Ma che dici? Si vede che non conosci questo mondo.»
«Non lo conoscerò, ma riesco a capire che mi stai portando lontano dal luogo che devo descrivere nella mia ricerca, o sbaglio?»
«Non sei in errore, ma quando avrai visto ciò che ti voglio mostrare capirai il perché di questa deviazione.»
Intanto non si udiva quasi più il rumore argentino delle acque. Era molto che camminavano in quei sotterranei e si chiedeva se fossero finalmente giunti dove le aveva promesso. Lei, d’istinto, voltò a sinistra: le era sembrato di intravedere un passaggio dal quale poter ancora scorgere il bacino d’acqua trasparente, ma lui le prese un polso e la fermò.
«No, giriamo a destra invece» disse perentorio.
«Perché mai? Siamo venuti per vedere l’acquedotto o no?»
«Certo, ma prima devo chiederti una cosa personale.»
«Cosa?» chiese lei con voce tremante, non si aspettava lo strano evolversi della situazione.
«È molto intima. Per prima cosa, hai mantenuto il segreto sulla possibilità che io potessi condurti in questo luogo?»
«Certo, per chi mi hai preso?»
«Sai che posso perdere il lavoro e non andrebbe bene neppure per te.»
«Ma certo, tranquillo… e cosa c’è di intimo in questa domanda?»
«Tu hai mai avuto rapporti sessuali?»
«No, ma che c’entra questo?» rispose lei intimorita, rendendosi conto in un baleno che l’uomo le stringeva il polso troppo forte. Gli puntò la luce addosso e vide il suo sguardo avido, non lo riconosceva più. «Lasciami la mano, fammi tornare indietro» gridò. Ancora altri volatili sopra la sua testa.
«Adesso calmati, ti voglio solo mostrare qualcosa di speciale, resterai allibita.»
«Non mi serve vedere altro. Anzi, torno subito indietro, dove si va per riprendere la scala a chiocciola?»
«Se vuoi ritrovare la strada devi ripercorrerla con me, altrimenti ti perderai e nessuno potrà mai scoprire dove sei finita, te ne rendi conto?»
Diletta scrutò l’oscurità e capì che non avrebbe mai ritrovato il sentiero fino a quei centodiciassette gradini che aveva sceso con tanta curiosità, lasciando il familiare scenario di Trinità dei Monti. Adesso, avrebbe pagato oro per rivedere dall’alto la scalinata di piazza di Spagna.
Iniziò a provare un terrore puro. «Va bene, ma adesso torniamo, ti prego, è passato anche troppo tempo, alla fine qualcuno mi cercherà.»
«Ma certo, si tratta solo di pochi passi, poi ti porto all’acquedotto e di nuovo indietro, promesso» disse lui allentando la presa.
Lei desiderò di potersi fidare. Del resto l’alternativa, fuggendo, poteva essere quella di girovagare all’infinito in quell’incredibile mondo sotterraneo. Lo seguì quasi mano nella mano. Davanti a loro si apriva in quel momento un ambiente molto grande, ma l’odore della morte aumentava passo dopo passo, finché davanti alla luce tremula della torcia non si aprì l’immagine più terrificante che lei avesse mai potuto immaginare.
*
Fetore, olezzo, cosa c’è di più vero nell’abisso dell’animo umano? Ed è proprio questo effluvio a farmi apprezzare le fragranze che sublimano l’essere, l’odore di puro, di intoccato, di intatto e vulnerabile, il profumo di una vergine…
*
Il commissario Rosco
Riccardo Rosco finalmente c’era riuscito e stavolta le cose sarebbero andate come voleva lui. Nuova casa, diversa sistemazione, ma ora poteva dire di aver raggiunto quello che aveva sempre sperato. Un appartamento su via Monte Brianzo, a due passi da Ponte Cavour, con la possibilità di raggiungere a piedi Trinità dei Monti, piazza del Popolo, oppure, quando desiderava tornare verso piazza Argentina, godere della immensa veduta di piazza Navona.
Un’abitazione ampia, dai soffitti alti e le mura antiche, da dove filtrava la storia di una Roma rinascimentale, con pareti spesse, solide. E ciò che più adorava della nuova sistemazione era la veduta sul Tevere, che poteva godere dalle ampie vetrate del salone. Quante indagini aveva risolto guardando lo scorrere di quelle acque dalle finestre del suo ufficio! Adesso non doveva attendere l’orario di servizio per riflettere al ritmo del fiume. Gli bastava sorseggiare il caffè caldo di prima mattina, mentre Marilena e Robertino dormivano ancora, per immergersi nello scenario che tanto gli era mancato durante il soggiorno a Firenze: vedere l’alba sorgere sulle onde del Tevere, salutata da miriadi di gabbiani e dalle loro grida festose, mentre i raggi del sole riuscivano a ferirgli la vista fino alla commozione, man mano che il giorno nasceva.
Se fosse stato un musicista avrebbe composto una sinfonia diversa ogni giorno per esprimere l’ondata di emozione che lo coglieva, quasi alla sprovvista, ogni volta che viveva quello scenario.
Non era stato facile riprendere il suo posto a Roma, dopo neanche un anno dal suo trasferimento a Firenze. Alla fine lo aveva ottenuto, richiedendolo per i problemi di salute di Marilena, e anche grazie alla buona riuscita delle sue precedenti indagini romane.
In effetti, sua moglie non stava più bene e ancora si era nella fase delle ricerche cliniche. Indagini sì, ma di altro tipo, e lui ne era terrorizzato. I suoi disturbi erano iniziati proprio a Firenze e troppo presto i medici avevano liquidato quei sintomi come una reazione alle tante vicende avverse che avevano portato la famiglia a trasferirsi altrove per qualche tempo.
Invece no, era sempre più chiaro che il problema era fisico, ma non si riusciva ancora ad acciuffare il colpevole, come diceva tra sé Rosco, cercando di minimizzare quella sottile disperazione che spesso lo prendeva, al pensiero che Marilena potesse mancargli. Era completamente senza difese davanti a una simile prospettiva, che riusciva solo a fargli sanguinare il cuore.
Adesso gli pesava anche il ricordo di quella sera, a Firenze, di quanto fossero state belle le poche ore trascorse con l’ispettrice Eleonora Sposato. Non era riuscito a salire una seconda volta le scale fino al suo appartamento, ma non aveva nemmeno mai avuto il coraggio di confessare a sua moglie ciò che aveva fatto, anche se mille volte era stato sul punto di rivelarglielo. Infine aveva preferito non pensare più a ciò che, seppure magnifico, era stato solo un momento di confusione e debolezza.
Mandando giù gli ultimi sorsi di caffè, ora, non voleva rovinare con quei pensieri l’attimo che lo avrebbe caricato per tutto il giorno. E fuori dalle vetrate della sua casa lo aspettava la primavera romana, con l’aria frizzante che lui adorava, che sembrava promettere qualcosa di inaspettatamente bello, anche a chi era come lui in attesa di una risposta vitale.
All’improvviso sentì un movimento alle sue spalle e si trovò di fronte Robertino, che si era svegliato prima della mamma.
«Che fai già sveglio?»
Il piccolo si stropicciava un occhio, coperto dai riccioli biondi ormai troppo lunghi.
«Papà domani ti porta dal barbiere, ci vuoi venire?» gli chiese, prendendolo in braccio.
Robertino fece cenno di no, aveva ancora il ricordo dell’ultima volta in cui l’avevano fatto sedere sopra un...




