Alderman | Le lezioni | E-Book | www2.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Narrativa

Alderman Le lezioni


1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7452-845-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-845-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



IL SECONDO ROMANZO DELL'AUTRICE DI RAGAZZE ELETTRICHE 'Un romanzo a metà strada tra Donna Tartt e Evelyn Waugh. Naomi Alderman deve avere dei fuochi artificiali multicolor dentro di sé' Susanna Nirenstein, La Repubblica Quando si iscrive a Oxford, James ha dei progetti: essere il migliore del suo corso, far parte di un'associazione studentesca, gareggiare per l'università. Ma un ginocchio che cede durante una corsa scombina i suoi piani e lo getta nella depressione. Ad aiutarlo a cambiare strada arriva Jess, che lo introduce in un gruppo di ragazzi pieni di speranze e privilegi: l'ambiguo Mark, proprietario dell'enorme villa in cui decidono di andare a vivere tutti insieme, Simon, Franny e la seducente Emmanuella. Gli anni di Oxford trascorrono cosí in un limbo un po' infantile, le notti e i giorni diventano un'unica lunga festa. Dopo la laurea, tuttavia, i ragazzi scopriranno di essere impreparati ai drammi della vita adulta, alle inevitabili delusioni e all'indifferenza del mondo esterno. Il secondo romanzo dell'autrice divenuta famosa in tutto il mondo con Ragazze elettriche è un appassionante campus novel che riflette sui temi del desiderio, della perdizione, del denaro e sulle lezioni della vita che, molto spesso, arrivano troppo tardi.

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Prologo


Quando tornai da San Ceterino nel tardo pomeriggio, scoprii che Mark e i suoi amici avevano rovesciato in piscina metà delle provviste presenti in cucina. Nella trasparenza dell’acqua vedevo un panettone dissolversi in uno scintillio di frutta candita rossa e verde, mentre le piastrelle intorno alla vasca erano imbrattate di tuorli d’uovo e gusci rotti. Una pizza fradicia era mollemente adagiata sul fondo e sbatacchiava da un lato come una lingua maculata. Alcuni barattoli di carciofini e peperoni avevano liberato una chiazza d’olio sulla superficie dell’acqua. Pesche e pomodori maturi, due grappoli d’uva, una scelta di formaggi avvolti in carta oleata e cartoni di latte erano sparpagliati sulle piastrelle sott’acqua, ancora intatti ma gonfi. Un salmone bollito si era smembrato e galleggiava a pezzi vicino al filtro. E in mezzo ai cibi, altri rottami di vario genere: una sedia di plastica da giardino, cicche di sigaretta, un libro zuppo che ancora si teneva a galla.

Un pasticcio era ridotto a una poltiglia giallastra spalmata sulle piastrelle; l’ho toccato con la punta della scarpa di tela. Mi sono guardato intorno. Nessuno in vista. Ero uscito soltanto alle dieci. Mark doveva aver chiamato i suoi amici quasi subito dopo che me n’ero andato. Deboli lacerti di chiacchiere televisive attirarono la mia attenzione verso il complesso ristrutturato delle stalle dietro di me. Sí. Per prima cosa affrontare i ragazzini, poi trovare Mark. Discesi il sentiero di ghiaia verso il salotto nell’edificio delle stalle. Qui la televisione era piú forte, e mi arrivavano scoppi di conversazione in italiano e qualche risata.

Spalancai la porta. La stanza era calda da soffocare. Il pavimento era cosparso di vestiti e sacchetti di merendine mezzi vuoti. Un cd, a quanto pareva, era stato usato come portacenere. Tre corpi abbronzati e quasi nudi erano abbandonati sui divani – Stefano e Bruno portavano soltanto i calzoncini, e facevano ciondolare i piedi dai braccioli di uno dei divani. Maddalena, la sorella di Stefano, era sdraiata di schiena sull’altro divano, con addosso un paio di jeans e il top di un bikini arancione, e una scatola di popcorn in equilibrio sulla pancia. Tre paia di occhi guizzarono per un attimo su di me, e poi di nuovo verso lo schermo. Wile E. Coyote tentava di issare un masso in cima a una rupe, senza rendersi conto che Beep Beep gli stava giusto alle spalle. L’uccello emise il suo verso. Il coyote lasciò cadere il masso su di sé. I tre italiani scoppiarono in una risata e io per un istante mi stupii che ci fosse ancora gente che guardava i cartoni di Wile E. Coyote e rideva di gusto. Ma in effetti sono bambini. Stefano è il piú grande e non avrà piú di diciotto anni.

“Bene,” dissi, “la festa è finita. È ora che ve ne andiate”.

Spostarono lo sguardo su di me, e poi ancora sullo schermo. Wile E. Coyote aveva comprato una cassa di dinamite ACME. Da un momento all’altro gli sarebbe esplosa in faccia.

Agguantai una manciata di vestiti e li buttai ai ragazzi.

“ che è ora di andare”.

Stefano mi mise il broncio.

“Ma Mark ha detto che potevamo restare. A guardare la tele”.

“Non lo metto in dubbio ma adesso ti dico di andartene”.

Stefano mi guardò corrucciato, cercando di sondare se avrei avuto polso in una circostanza del genere. C’è da dire che lui era giovane e io ero stato un insegnante abbastanza a lungo per sapere come restituire uno sguardo. Se avesse avuto uno o due anni in piú, mi avrebbe fatto abbassare gli occhi, mi avrebbe preso a parolacce. E comunque, se avesse avuto un paio di anni in piú, Mark non si sarebbe interessato a lui.

Stefano si alzò spazientito scrollando le spalle e si infilò dalla testa la maglietta. Bruno fece lo stesso e poi cominciarono a raccogliere la loro roba. Mi accorsi che nel preparare la sua borsa, Bruno ci infilava un paio di dvd, ma non dissi niente. Maddalena non riusciva a trovare quello che indossava sopra ai jeans. Le portai una mia vecchia t-shirt, lei fece una smorfia ma la accettò. Tutti e tre si incamminarono giú per la collina.

Dopo che se ne furono andati, mi accorsi che stavo tremando. In bagno, mi spruzzai dell’acqua fredda sulla faccia e mi guardai allo specchio. Apparivo invecchiato, stanco e molto pallido, la barba risaltava ispida sulla pelle.

Girai intorno alla piscina per andare nella dépendance fatta di legno di pino, sempre cosí gradevolmente fresca anche nei giorni piú afosi. Percepii l’odore erboso della marijuana. I tre ragazzini probabilmente avevano appena fumato, ma a giudicare dalle condizioni della piscina Mark doveva essersi fatto qualcosa di un po’ piú potente. La porta della dépendance era socchiusa. Appena oltre la soglia, le stuoie di canna d’India erano disseminate di vestiti. Riconobbi i pantaloni che Mark indossava quel mattino quando ero uscito per andare al lavoro, e una maglietta troppo piccola per appartenere a chiunque non fosse Maddalena. All’interno della casa l’odore era piú forte, quell’inconfondibile aroma di muschio intenso. C’era stato un festino, dunque. Evidente.

La stanza principale era in disordine; il resto dei vestiti di Mark era raggruppato in un mucchietto sul tavolo, avevano gettato le cicche delle sigarette nel vecchio carillon, il pavimento era bagnato e due sedie di bambú erano ribaltate di fianco. Però nessun bicchiere rotto. Un miracolo, in confronto all’ultima volta. Trovai Mark dove mi aspettavo, nella piccola camera da letto, nudo sulle lenzuola appiccicose. Era sdraiato di schiena. Pensai che dormisse, dapprima, ma quando entrai nella stanza per coprirlo con un lenzuolo, aprí gli occhi e si tirò su.

Era ubriaco, ovviamente, ma ovviamente non solo ubriaco. Era rosso in viso, gli occhi grandi, i movimenti convulsi e scoordinati. Spostava la testa avanti e indietro cercando di mettermi a fuoco. Infine, sorrise.

“Oh, sei tu James, tu…” Si interruppe, si guardò intorno e dopo un attimo proseguí. “Sei stato via per . Dovevamo nasconderci, qui dentro dovevamo nasconderci. Fuori c’era pericolo, ma qui è meglio”.

“Non c’è nessun pericolo. Sono stato via solo qualche ora. Solo dalle dieci. Adesso sono le sei”.

Mi sorrise ancora. Un sorriso stupido. Scosse la testa.

“No… lo so. Sei stato via per giorni. Ecco perché ci siamo dovuti portare avanti con i preparativi, capisci, dovevamo fare in modo che fosse tutto pronto”.

“Pronto per cosa?”

Scosse la testa e accostò goffamente un dito al lato del naso.

“Mark, cosa è successo alla piscina?”

Mi fissò con gli occhi socchiusi.

“La piscina, Mark. È piena di roba da mangiare”.

Mi guardò cercando di mantenere un’espressione seria, ma la bocca non smetteva di contrarsi e attaccò a sghignazzare.

“Era la . Abbiamo fatto la zuppa! Avevamo fame, cosí ho detto facciamo la zuppa piú grande del mondo! Non l’abbiamo mangiata tutta, e tu? E tu?”

“No, io…” Poggiai i pollici sulle tempie e mi massaggiai la fronte. “Sono molto stanco, Mark. Anche tu dovresti riposare. Ne parliamo domani mattina, va bene?”

Mi lanciò un’occhiata, d’un tratto maliziosa.

“I ragazzi sono qui? Dovresti mandarli. Voglio… Voglio i ragazzi qui”.

Sentii una morsa intorno alla testa, come se una cinghia venisse tirata sempre piú stretta.

“Li ho mandati a casa. Altrimenti i genitori si sarebbero preoccupati. Te lo ricordi quello che è già accaduto, vero? Non dovresti tenerli quassú cosí a lungo”.

Lui borbottò qualcosa, troppo piano perché potessi afferrarlo.

Mi voltai per uscire.

“Lo io, mi vuoi tutto per te, allora!” gridò Mark.

Mi fermai con la mano sulla porta.

“No,” dissi, “voglio chiamare l’uomo della piscina per ripulire il casino che avete fatto in modo da poter andare a letto prima di mezzanotte. Devo lavorare di mattina”.

“È ,” disse, “mi vuoi per te. È quello che hai sempre voluto. La sola ragione per cui sei qui è che pensi che un giorno rimarrò senza nessuno e tu sarai ancora qui ad aspettare”.

Sentii che cominciavo ad arrossire.

“Basta cosí, Mark”. Il mio tono risuonò alle mie stesse orecchie meno sicuro di quello che avevo avuto parlando con Stefano.

“Non ,” disse. “Sai perché vai comunque a lavorare? Solo per fingere che io non paghi l’affitto e le bollette e la domestica e pure quel maledetto uomo della piscina. Questo è ciò che hai sempre voluto, non è vero? Fin da Oxford tutto ciò che hai sempre desiderato…”

Gli voltai le spalle e uscii dalla dépendance. Mentre mi allontanavo, alzò la voce ma io pensavo ad altro e smisi di ascoltarlo.

Piú tardi era dispiaciuto. Avrei dovuto sapere che lo sarebbe stato. Ogni volta è lo stesso.

Alle prime ore del mattino l’ho sentito trascinarsi in giro per la cucina. Aveva pianto – gli occhi e le guance avevano quell’aspetto sbattuto e sfatto – ma da me non si fa piú vedere mentre piange. Si era fatto una doccia – i capelli erano ancora umidi e gli cadevano sugli occhi. Mi ha guardato di sbieco da sotto la frangia e si è scusato ripetutamente e cosí a lungo che a un certo punto non riuscivo quasi piú a sopportare di sentirlo parlare.

Ho preparato il caffè e ci siamo seduti in soggiorno. Abbiamo parlato un po’ della casa, della gita in montagna che avevamo in programma ma che lui continuava a rimandare. Era un’offerta di pace. La ebbe vinta,...



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