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E-Book, Italienisch, 251 Seiten

Abonji Come l'aria


1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-6243-289-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 251 Seiten

ISBN: 978-88-6243-289-4
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La famiglia Kocsis - padre, madre e due figlie, Nomi e Ildikó - torna dopo anni in Voivodina, nel nord della Serbia, regione dove vive la minoranza ungherese a cui appartiene. Questo è solo uno dei tanti viaggi di ritorno alla propria terra che i Kocsis compieranno. Emigrati tempo prima in Svizzera, dopo vari lavori precari i Kocsis riescono a farsi una posizione prendendo in gestione un'elegante caffetteria sul lago di Zurigo. Ma quello che sembra il risultato finale di un lungo processo di integrazione si rivela solo un'illusione. Con lo scoppio della guerra in Jugoslavia e il successivo arrivo di profughi in Svizzera, riemergono tutti i problemi di identità che parevano superati. Un romanzo sulla difficile ricerca di una nuova patria e nello stesso tempo sul legame indissolubile con le proprie radici. E la voce è quella della giovane Ildikó, che osserva con occhio ironico la storia della sua famiglia mentre conduce una vita in bilico tra due realtà: quella svizzera a cui non è mai davvero appartenuta, e quella della minoranza ungherese in Serbia a cui già non appartiene più.

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L’ESTATE DI TITO


Quando finalmente arriviamo con la nostra macchina americana, una Chevrolet marrone scuro, cioccolato si potrebbe dire, il sole batte impietoso sulla città di provincia, ha divorato quasi del tutto le ombre delle case e degli alberi, è a mezzogiorno che arriviamo, allunghiamo il collo per vedere se c’è ancora tutto, se tutto è rimasto come l’estate scorsa e gli altri anni prima.

Arriviamo, scivoliamo come sull’acqua lungo la strada bordata di pioppi maestosi, il viale che annuncia la cittadina, e non ho mai detto a nessuno che questi alberi protesi verso il cielo mi mettono in uno stato inebriante, uno stato che mi proietta nel vortice Matteo (la vertigine in cui cado quando io e Matteo giriamo in cerchio ancora e ancora, sulla radura più bella del bosco del paese, intimi, la sua fronte sulla mia, poi la lingua di Matteo, di una freschezza singolare, i peli neri del suo corpo che aderiscono alla pelle, totalmente votati alla sua bellezza chiara).

Mentre passiamo davanti ai pioppi il loro tremulo luccichio mi fa perdere la ragione, la nostra nave color cioccolato scivola da un albero all’altro senza rumore, nel mezzo l’aria della pianura che diventa visibile, io riesco a vederla, l’aria, che adesso è immobile perché il sole non ha pietà, mio padre dice, rivolto al condizionatore, che è sempre tutto identico, e aggiunge a bassa voce non è cambiato niente, niente.

Mi domando se mio padre vorrebbe che una truppa di giardinieri professionisti potasse almeno i rami – per opporre la civiltà alla loro crescita selvaggia! – o abbattesse con macchine efficienti i pioppi che annunciano la cittadina, una volta per tutte! (E noi ci siederemmo su uno dei ceppi, domineremmo con lo sguardo la pianura impregnata della calura di mezzogiorno, e mio padre sentirebbe addirittura il bisogno di scalarlo, un ceppo, ci girerebbe sopra, un giro completo, per poi dire con la voce amara di un uomo cui viene data ragione quand’è ormai tardi, ma meglio tardi che mai: finalmente ci siamo liberati di questi maledetti alberi polverosi.)

Nessuno sa cosa significano per me questi alberi, l’aria tra gli alberi che si può proprio vedere, e in nessun altro luogo gli alberi sono più promettenti che qui, dove la pianura gli lascia spazio, e anche questa volta vorrei fermarmi, appoggiarmi di schiena a uno dei tronchi, alzare lo sguardo, farmi incantare dai piccoli movimenti rapidi delle foglie, e anche questa volta non chiedo a mio padre di fermarsi perché non saprei rispondere alla domanda sul motivo, perché dovrei raccontare molte cose, e senz’altro di Matteo, spiegare perché voglio fermarmi proprio qui, a un passo dalla meta.

Dunque la nostra macchina prosegue attratta da una forza segreta, quasi immune alle asperità della strada, e prima di essere definitivamente arrivati dobbiamo superare un altro “non è cambiato niente”, la civiltà deve incassare un altro colpo, una battuta d’arresto, e noi bambine premiamo la faccia contro il vetro di sinistra che ci sorprende per quanto è fresco, vediamo con occhi increduli gente che vive in mezzo a una montagna di rifiuti, non è cambiato niente, dice mio padre, baracche di lamiera ondulata, gomma, bambini arruffati che giocano tra carcasse d’auto e spazzatura come se non ci fosse niente di più normale, come fanno con i cocci di vetro? vorrei domandare, con la notte che cala, come fanno quando si muovono le ombre, quando si animano le cose che ora languono in questo caos tremendo? E per un minuscolo istante dimentico i pioppi, Matteo, il tremolio, la Chevrolet, e la notte nera della pianura mi avvolge con tutta la sua forza distruttiva, e non li sento, i canti degli zingari, tanto evocati, ammirati, vedo solo le ombre rapaci nel buio, nessun lampione a scacciarle.

E mio padre guarda in tralice dal finestrino, scuote la testa, tossisce la sua tosse secca, guida così piano che sembra voglia fermare la macchina nel giro di pochi secondi, rendetevi conto, dice picchiettando con l’indice sul finestrino (mi ricordo un fuoco, il suo fumo che si smarrisce), registro le facce luride, gli sguardi penetranti, gli stracci, brandelli, la luce tremante sulle montagne di rifiuti, prolungo lo sguardo come se dovessi capire tutto, queste immagini di gente che non ha i materassi, figurarsi i letti, e allora magari di notte si seppellisce nella terra, nella pianura nerissima che adesso, d’estate, scoppia di girasoli e poi d’inverno è esposta da far pietà, terra, terra e nient’altro, d’inverno è oppressa da quintali di cielo, e quando il cielo la lascia in pace diventa un mare, senza vento.

Non l’ho mai detto a nessuno ma io amo questa pianura che si assottiglia in una striscia desolata, non regala mai nulla; completamente sola in questa pianura dalla quale non puoi aspettarti niente, su cui al massimo puoi sdraiarti, a braccia aperte, e questa è la protezione che ti concede.

Se avessi detto che amo Matteo (un siciliano che ha fatto irruzione in classe qualche settimana prima delle vacanze estive, ed è subito piaciuto a tutti, tranne al professore) probabilmente i più mi avrebbero capita, ma come si fa a dire di amare una pianura, i pioppi, polverosi, indifferenti, fieri, e l’aria che ci sta in mezzo? D’estate, quando la pianura è cresciuta di un piano, campi di girasole, mais e frumento ovunque guardi, e si racconta che ogni tanto nei campi sterminati sparisce qualcuno, se non stai attenta la pianura ti prende e ti divora, dicono, e io non ci credo, credo che la pianura sia un mare, con le sue proprie regole.

Povere creature, dice mia madre come se fossimo davanti al televisore, e anziché cambiare canale ci passiamo davanti, passiamo oltre nella nostra cella refrigerata che è costata un sacco di soldi e ci fa tanto larghi, sembriamo i padroni della strada, e mio padre accende la radio perché la musica trasformi la desolazione in ritmo ballerino, guarisca all’istante il piede zoppo della realtà:

Attraversiamo i binari con un rumore appena accennato, superiamo il cartello storto e arrugginito cui tocca portare il nome della cittadina da un’eternità, siamo arrivati, dice mia sorella Nomi, indica il cimitero dove regna un’ingiustizia vistosa, tombe di cui non si cura nessuno, semplici, coperte di erbacce, croci di legno quasi irriconoscibili, date, lettere pressoché indecifrabili, siamo arrivati, dice Nomi, e nei suoi occhi si legge la paura di dover passare dal cimitero prima o poi, nei prossimi giorni, di fermarsi impotente davanti alle tombe, vergognarsi delle lacrime dei genitori, aver voglia di piangere anche lei, immaginare che nelle bare lì sotto ci sono il nonno paterno e la nonna materna che noi, Nomi e io, non abbiamo mai conosciuto, prozii e prozie, le mani, che in simili momenti sono sempre d’impaccio, il tempo, che in simili momenti è sempre inopportuno, se si piangesse si saprebbe almeno cosa fare delle mani; gladioli e rose tenui accanto alle tombe rivestite di lastre di pietra, i morti, con i nomi incisi nella pietra per i posteri, le lastre di pietra che a me non piacciono perché opprimono la terra della pianura, impediscono alle anime sottostanti di volare via.

La nostra famiglia per parte di madre e per parte di padre giace sepolta sotto lastre di pietra, nel peggiore dei casi mancano i fiori, le rose gialle e rosso chiaro, i gladioli, ma coperte di lastre di pietra le tombe non vanno in rovina anche se nessuno va a visitarle, nemmeno alla festa dei morti, neanche il due novembre, dice mia madre quando le telefona una qualche cugina, le comunica con voce afflitta che al cimitero non c’era nessun altro ad accendere un lumino per i defunti, quanto meno le tombe non vanno in rovina, dice poi mia madre, e in quella frase c’è il profondo lutto di una vita che non può prendersi cura nemmeno dei morti perché sono troppo lontani per potergli portare i fiori, foss’anche una volta all’anno, a Ognissanti.

Siccome è raro che la morte si annunci per tempo, quando muore qualcuno della nostra famiglia in Voivodina non ci siamo quasi mai, e quando ci telefonano zia Manci o zio Móric, gli unici ad avere il telefono, per dirci che purtroppo è giorno di cattiva notizia, nel nostro salotto cala uno strano silenzio, forse se fossimo là, dove vivono i nostri parenti, avremmo qualcosa da dirci sulla morte, o quanto meno ascolteremmo quanto si dice del defunto e sicuramente ci commuoveremmo al canto di Mamika che penetra con la voce nei recessi più segreti di ogni anima, ma poiché non siamo là, dove la gente si accomiata per tre giorni prima di affidare alla terra le spoglie mortali, come si dice, poiché abbiamo solo il telefono, una voce lontana che attesta l’irrevocabile, nel giorno della cattiva notizia ci muoviamo come fantasmi, evitiamo persino di sfiorarci con gli occhi, e ricordo mio padre buttare nella pattumiera con veemenza i crisantemi gialli che mia madre aveva messo sul tavolo del salotto, un giorno di ottobre del 1979, quando abbiamo ricevuto la notizia della morte della prozia adorata da papà. Niente fiori da morti, sbotta papà con la nuca rossa e il telecomando in mano, Nomi e io da allora chiamiamo i crisantemi i fiori proibiti perché non possiamo più metterli sul...



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