E-Book, Italienisch, 334 Seiten
Abdolah Scrittura Cuneiforme
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-265-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 334 Seiten
ISBN: 978-88-7091-265-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La Storia dei potenti si intreccia con la vita semplice, spesso sofferta, sempre intensa, degli umili, l'amore di Ismail, carico di nostalgia, per la patria con quello intimo e dolente per il padre, gli ideali di giustizia e libertà con l'impegno a parlare per chi non può più farlo. E ancora una volta, l'incontro tra Persia e Occidente, tra impervie montagne iraniane e dune olandesi, tra poesia, icastica e lieve, e una lingua sobria ed essenziale, intesse motivi inattesi e preziosi, figure mitiche e fiabesche nella trama della nostra cultura.
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La caverna
Da Amsterdam ci vogliono più di cinque ore d’aereo per arrivare a Teheran. Poi bisogna fare altre quattro ore e mezza di treno prima di veder emergere, come un segreto antico di secoli, le magiche montagne della città di Senejan.
Senejan in sé non è una bella città ed è quasi priva di storia.
In autunno vi soffia un vento gelido e le cime innevate delle montagne le fanno da eterno sfondo.
La città non ha specialità gastronomiche né prodotti caratteristici. E l’antico fiume Shirpala è in secca, perciò i bambini possono giocare allegramente nel suo letto. Le madri controllano tutto il giorno che nessun estraneo attiri i loro figli in una delle fosse sul fondo.
L’unico poeta degno di nota di Senejan, morto ormai da tempo, ha scritto una volta dei versi sulla sua città. Parlano del vento che porta la sabbia e la sparge sopra la testa degli abitanti:
E così continuano i versi.
Quando si teneva una serata di poesia in uno dei padiglioni del vecchio bazar, si ritrovavano solo vecchi a comporre rime sulle montagne e, soprattutto, su un antichissimo rilievo cuneiforme del tempo dei Sassanidi.
Una volta a Senejan diedero un film sulla Mecca in cui recitava Anthony Quinn. Fu un grande avvenimento. Migliaia di contadini e contadine che non avevano idea di cosa fosse un cinema attraversarono le montagne a dorso di mulo per venire fino in città ad ammirare .
C’erano centinaia d’asini nella piazza del mercato. Il comune non sapeva più cosa fare. Per tre mesi le porte del cinema rimasero aperte giorno e notte, mentre gli asini mangiavano il fieno dalle mangiatorie lungo le mura della città.
Benché Senejan non contasse nella storia patria, i villaggi sulle montagne erano importanti, perché quei piccoli villaggini avevano sempre generato nomi di uomini che erano entrati nella storia. Come, per esempio, uno straordinario poeta, Ghaemmaghame Farahani, di cui tutti conoscono le poesie a memoria:
In quei villaggi nascono ragazze capaci di annodare i più bei tappeti persiani. Tappeti con cui si può volare. Volare davvero. E da lì che provengono i famosi tappeti volanti.
Neppure Aga Akbar era nato a Senejan, ma in uno di quei villaggi. A Zafferano, nel quartiere di Jeria. Un villaggio che in primavera è coperto di fiori di mandorlo e in autunno di mandorle.
Aga Akbar era nato sordomuto. I suoi familiari, e in particolare sua madre, gli parlavano in una semplice lingua di gesti. Una lingua che possedeva al massimo cento segni. Una lingua che in realtà funzionava soltanto in casa, tra i membri della famiglia, e che un po’ capivano anche i vicini. Ma la sua efficacia era soprattutto evidente nei dialoghi tra la madre e Aga, e, in seguito, tra Aga e Ismail.
Aga Akbar non sapeva niente del grande mondo, ma conosceva le cose semplici. Sapeva che il sole splendeva e lo riscaldava, ma non sapeva, per esempio, che era una grande palla di fuoco. E non sapeva che senza il sole non era possibile la vita. Non aveva neppure la più vaga idea che un giorno il sole si sarebbe spento, come una lampada rimasta senza olio.
Non capiva perché, a volte, la luna fosse giovane e poi, pian piano, invecchiasse di nuovo. Non sapeva niente della forza di gravità e non aveva mai sentito parlare di Archimede. Non si rendeva conto che la lingua persiana era formata da 32 lettere: alef, be, pe, te, se, jim, ce, hé, ghé, dal, zal, re, ze, zjé, sin, shin, sad, zad, ten, zen, een, gheen, fe, ghaf, kaf, lam, mim, nun, waw, ha, jé. La pe di , la ghé di e la te di , la ‘een’ di . Il suo mondo era il mondo del suo passato, di ciò che era trascorso, di ciò che aveva imparato e dei suoi ricordi.
Le settimane, i mesi e gli anni non sapeva cosa fossero. Per esempio, quand’era stata la prima volta che aveva visto quella strana cosa in cielo? Il tempo non aveva per lui significato.
Il villaggio di Aga Akbar era isolato. Non vi succedevano molte cose. Non vi era traccia del mondo moderno. Niente biciclette. Niente macchine da cucire.
Aga Akbar una volta, da piccolo, si trovava in un pascolo di montagna con le pecore di suo fratello, che era pastore. All’improvviso il cane saltò su una roccia e si mise a fissare il cielo.
Era la prima volta che un aereo sorvolava il villaggio. Forse era addirittura il primo aereo che attraversava il cielo persiano.
Dopo quegli aggeggi cominciarono ad apparire sempre più spesso sopra al villaggio. Allora i bambini salivano di corsa sui tetti e cantavano in coro:
“Che cosa cantano?” domandava da piccolo Aga Akbar a sua madre.
“Chiedono all’uccello di ferro di venire a posarsi sull’albero.”
“Ma non è possibile.”
“Sì, lo sanno benissimo anche loro, ma fantasticano.”
“Che cosa vuol dire fantasticare?”
“Semplicemente pensare. Nella loro testa vedono quell’uccello che si posa sull’albero.”
Quando sua madre non riusciva a spiegarsi, Aga Akbar sapeva che non doveva fare più domande e accettare la cosa così com’era.
Aveva più o meno sei o sette anni quando un giorno sua madre, nascosta dietro un albero, gli indicò un cavaliere. Un nobile, che portava un fucile a tracolla.
“Quello è tuo padre.”
“Quello?”
“Sì. Quell’uomo è tuo padre.”
“Allora perché non viene a casa?”
Nella loro lingua dei gesti, sua madre si mise una corona in testa, spinse il petto in fuori e disse: “È un principe, un nobile. Un uomo colto. Ha molti libri e una penna. Scrive.”
Hajar, la madre di Aga, lavorava come cameriera nel castello del principe, dove il nobile viveva con sua moglie e i suoi undici figli. Ma poiché si era accorto che lei era diversa, il principe l’aveva portata nel piccolo castello sul Monte Lalezar, dove conservava i suoi libri e aveva il suo studio.
Era Hajar che riordinava lo studio, spolverava i libri, riempiva d’inchiostro il calamaio e teneva pulite le penne d’oca. Preparava da mangiare per il principe e si assicurava che in casa ci fosse sempre una scorta di tabacco sufficiente. Gli lavava il cappotto e il vestito e gli lucidava le scarpe. Quando il principe doveva partire, gli porgeva il cappello e teneva il cavallo per le redini mentre lui montava in sella.
“Hajar!” la chiamò un giorno il nobile, mentre sedeva al tavolo del suo studio intento a scrivere.
“Altezza?”
“Portami del tè, poi voglio parlarti.”
Hajar gli portò un bicchiere di tè su un vassoio d’argento. (Quel vassoio si trova ancora oggi sulla mensola del camino della moglie di Aga Akbar).
“Siediti Hajar!” le disse lui.
Ma Hajar non si sedette, rimase in piedi.
“Avanti, prendi una sedia. Puoi sederti.”
...



