Abdolah | Ritratti e un vecchio sogno | E-Book | www2.sack.de
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E-Book, Italienisch, 224 Seiten

Abdolah Ritratti e un vecchio sogno


1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-267-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 224 Seiten

ISBN: 978-88-7091-267-8
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un viaggio in Sudafrica diventa per Davud, esule iraniano giornalista ad Amsterdam, la rivelazione delle proprie radici più profonde, il recupero del proprio passato, la scoperta di un'affinità di ricerca d'identità, la storia di un innamoramento, forse di una donna, forse di un paese e della sua poesia. Da quando mette piede sulla bruna terra africana, Davud si sente a casa e scopre di essere vissuto da straniero in quell'Olanda che l'ha accolto come rifugiato politico e di cui ha acquisito la lingua, la nazionalità e i costumi. Le montagne, il cielo azzurrobruciato, il sole accecante, i villaggi con le loro casupole elementari e i loro abitanti, tutto gli evoca la patria da cui è dovuto fuggire, con tale forza da invadere anche i suoi sogni: ogni notte la sua stanza d'albergo diventa luogo d'incontro di figure del suo passato, fino alla comparsa di Attar, Malek, Soraya, Rumi e Forugh, gli antichi compagni di resistenza contro il regime dello scià, tre giustiziati e due imprigionati, gli amici perduti che da quel momento si porterà con sé. È a loro che riferisce le sue esperienze sudafricane ed è Attar che se ne fa narratore, aggiungendo al racconto di Davud il proprio, quello del viaggio parallelo dei suoi compagni segreti, testimoni della cultura persiana e di una strenua lotta per la libertà, ma anche voce di chi, richiamato dalla tomba, riscopre le gioie, i minuti piaceri, il miracolo quotidiano del tornare a vivere.

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PARAGRAFO 1


1

Eravamo in cinque.

Tre di noi erano morti. Due erano ancora vivi.

i Soraya è morta

ii Forugh è viva.

iii Malek è morto.

iv Rumi è vivo.

Gli altri hanno chiesto a me, Attar, di raccontare questa storia.

Soraya, Malek e io siamo morti, siamo stati uccisi. Rumi e Forugh, per fortuna, hanno ottenuto una diminuzione di pena. Poi sono stati liberati.

Comincio nel nome dell’innominabile che ha reso possibile tutto questo.

Il mio saluto a Colui che ha una ragione per tutto. A Colui del cui potere si leggono i segni alla luce del giorno e la cui saggezza risplende nella notte. A Colui che ha separato l’uomo dalla bestia.

.2

Salam alla parola!

Salam alla penna!

Andò così. All’improvviso ci trovammo in Africa e Davud ci disse che il suolo su cui eravamo era il Sudafrica.

Noi venivamo dal luogo dove vivevamo, dove eravamo sepolti.

Eravamo di nuovo insieme, dopo diciassette anni e mezzo.

Come una volta, quando Davud tornava a casa da un lungo viaggio.

Lo ascoltammo attentamente. Le storie che ci raccontava erano le nostre storie, come allora. Lui poteva andare via, noi no.

Ma noi continuiamo a mantenere l’aspetto che avevamo quando Davud ci ha visto l’ultima volta. Lui invecchia. Noi no.

Un tempo, quando tornava dai suoi viaggi lontani, andavamo insieme di notte a sederci sul campicello dietro casa nostra e lui ci raccontava le sue avventure.

Sembrava che lo facesse per noi, di tornare a casa con quelle storie da raccontare.

Ci parlava dei posti che aveva visto e delle esperienze che aveva vissuto.

Noi sognavamo il giorno in cui saremmo potuti andare via anche noi, lontano, come lui.

Ma il destino decise diversamente.

Anni dopo, quando la polvere che era stata sollevata si era depositata di nuovo ed era tornata la calma, Davud ha voluto rivederci. E noi lui.

Questa volta aveva una storia nuova da raccontarci, una storia che non avevamo mai sentito: una storia sull’Africa. Sul Sudafrica.

Ogni notte del suo viaggio Davud ci raccontava una parte delle sue esperienze sudafricane.

Noi lo ascoltavamo:

Era un grande aereo. Il signore inglese seduto accanto a me disse: “Questo aereo è davvero strapieno.” Poi non disse più niente. Poi non parlai con nessuno.

Non ero malato, ma mi sentivo come se lo fossi. Mi tirai la coperta sulla testa e sulle spalle e cercai di dormire. All’inizio non ci riuscii, poi sì. Mi addormentai e sognai che ero in patria, bussavo alla porta e dicevo: “Sono tornato. Sono malato. Aprite!”

La porta si aprì.

Il comandante dell’aereo disse: “Stiamo volando sopra l’Africa.”

Mi levai la coperta dalla testa. La luce del mattino. La luce africana mi inondò il cuore. Mi sentii meglio.

Stavamo volando verso la punta estrema dell’Africa, verso Città del Capo. Può sembrare strano, ma avevo la sensazione di tornare a casa. Dai miei genitori.

Andava tutto bene, forse anche troppo bene, troppe comodità. Le hostess passavano di continuo.

Un tempo, quando viaggiavo molto, tornavo a casa magro e sfinito, ma con una lunga storia da raccontare.

Una volta mangiavo solo un po’ di pane e frutta e andando quasi sempre a piedi, incontravo molte persone e molte storie. Adesso ero su un grande aereo della klm, mi davano da mangiare di tutto e l’inglese accanto a me non aveva voglia di parlare. Avevo paura che quelle comodità mi facessero male. Che così non avrei fatto un vero viaggio e sarei tornato a casa senza storie da raccontare.

Il sole illuminava la mia gamba e il mio braccio destri. Una luce strana, come se provenisse da un sole diverso. Guardai dal finestrino la terra bruna.

Non si vedeva acqua da nessuna parte, la pioggia, i laghi, i piccoli fiumi e i canali olandesi erano scomparsi. Ecco, laggiù c’era una fattoria, con alberi magri su colline brune. Qualche chilometro più in là ce n’era un’altra, senza alberi. Niente erba, ma una capra che guardava in alto.

2

La prima notte Davud ci ha raccontato il suo sogno sull’aereo. “Aprite! Sono malato!”

Ci sembrava strano che nel suo sogno andasse subito a casa.

Perché era malato? E perché andava a casa?

Ne parlammo tutta la notte. Davud era arrivato alla punta estrema dell’Africa, sull’Oceano Atlantico. Strano che avesse scambiato la sponda dell’Oceano Atlantico per casa sua.

L’aereo era atterrato, disse poi Davud quella prima notte:

Appena misi piede su quella terra bruna mi sentii a casa.

Avevo ritrovato le mie montagne e anche quelle case piccole e semplici mi appartenevano. L’Olanda era scomparsa. Amsterdam era lontanissima.

Avevo vissuto dodici anni in Olanda ed ero convinto di sentirmi a casa, ma appena il sole caldo mi colpì il viso, capii di aver vissuto per dodici anni da straniero. L’Olanda non è casa mia, pensai con un certo senso di colpa.

Qual è il colore del Sudafrica? Giallo scuro, rosso scuro, verde scuro, blu scuro e scuro scuro.

Per la prima volta vedevo i neri nel loro territorio, come posso dire, nel posto giusto, no, intendo dire, nel loro ambiente, dove il loro bel colore nero risaltava meglio.

Era la prima volta che vedevo tanti neri dietro i banchi di un aeroporto. Emanavano un senso di potere.

Mi venne incontro una donna bianca – no, non era bianca, ma neanche nera – una donna bruna, che mi salutò in afrikaans e poi disse qualcosa che capii e non capii al tempo stesso. Era una specie di olandese parlato con un forte accento dialettale. Quando si rese conto che non capivo, passò all’inglese. Era venuta a prendermi.

“Per andare dove?” chiesi.

“A Stellenbosch!”

Viaggiavamo con un pulmino. Misi impermeabile, cappotto e sciarpa in valigia. Per il momento non mi servivano più.

Viaggiammo per chilometri lungo strade costeggiate da povere casupole, dove vivevano migliaia di Sudafricani neri. Niente luce, niente acqua, niente scuole.

Poi apparvero le vigne. La vendemmia era appena finita. Le piante avevano sete, l’uva era nelle cantine. Le auto viaggiavano a sinistra.

Passò sferragliando un treno giallo arrugginito, il bisnonno di tutti i treni olandesi.

Stellenbosch la conoscevo soltanto da una bottiglia di vino rosso.

Il centro era piccolo, ma affollato.

I bar erano pieni, strapieni di giovani bianchi.

Tutti studenti, mi disse la mia accompagnatrice, non fanno altro che bere birra. Alle...



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