E-Book, Italienisch, 216 Seiten
Reihe: Storie
D'Angelo Miracoli
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5979-353-9
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Vita e talenti di Edward Bernays, leggendario maestro della propaganda
E-Book, Italienisch, 216 Seiten
Reihe: Storie
ISBN: 979-12-5979-353-9
Verlag: People
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Serena D'Angelo - Editor e Content Curator per People, ha conseguito la laurea in Editoria presso la Statale di Milano a cui ha fatto seguito il master IULM dedicato (MasterBook). Da sempre attenta all'inclusività e al rispetto delle differenze nella scrittura e nella comunicazione, nel corso dei suoi studi si è occupata anche di letteratura della mondializzazione e del modo in cui i media raccontano i fenomeni migratori e i loro protagonisti. Oltre ad aver contribuito alla realizzazione dei due volumi di Partigiane (People 2022, del 2023 la versione illustrata), ha scritto il capitolo Le nostre donne contenuto in Dizionario Antifa (People 2023), a cura di Stefano Catone. È autrice, insieme a Francesco Foti e Marco Vassalotti, de Le ragazze del futuro (People 2024).
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Introduzione
Il nonno intrattiene i nipoti, li fa sedere sulle sue gambe. Certi giorni permette loro di tirargli i baffi, solo per gioco. Altre volte prende un tovagliolo di carta, lo nasconde nel pugno chiuso e se lo porta alle labbra. Finge di ingoiarlo, simula il gesto di mandarlo giù, poi avvicina il pugno all’orecchio di uno dei bambini e, come per incanto, il tovagliolo riappare. I nipoti assistono increduli: spalancano occhi e bocche, si domandano come abbia fatto, quel loro nonno, a compiere un sortilegio simile. Neanche per un secondo dubitano di lui, o del fatto che la magia sia realmente avvenuta. Perché dovrebbero?
In un’altra scena, lo stesso uomo siede ora a un tavolo. Ha cento anni, ancora tre da vivere. Il tavolo è apparecchiato come per una festa, un’occasione importante, ed è facile credere che l’oggetto della celebrazione sia proprio lui. Edward Louis Bernays si volta a destra e a sinistra, cerca lo sguardo di chi gli siede accanto, altri volti che però l’inquadratura non mostra. Racconta di sé, Bernays, della propria carriera e delle sue brillanti invenzioni. Le parole sono scandite lentamente, le consonanti un po’ trascinate, ma sul suo viso si può leggere un’espressione soddisfatta. Ed è probabile che, al pari dei suoi nipoti, anche gli altri commensali siano incantati e ammirati da quei racconti, nonostante (questo è certo) non sia la prima volta che sentono di quelle prodezze.
Uno dei primi leader nel campo delle pubbliche relazioni, che ideò e sviluppò numerose tecniche per influenzare l’opinione pubblica1.
Così recitava il necrologio che il New York Times gli dedicò il 10 marzo del 1995, riconoscendogli – se non proprio la paternità assoluta della materia – un posto d’onore nell’Olimpo delle pubbliche relazioni. Quando nel 1990 la rivista Life lo aveva annoverato tra i 100 americani più importanti del Novecento, gli aveva attribuito addirittura la creazione della stessa espressione “addetto alle pubbliche relazioni”. Con forse maggiore cautela, nella sua biografia intitolata The Father of Spin (2002) – da cui viene la prima immagine che ha inaugurato questo volume – Larry Tye lo definisce il più prolifico portavoce e teorico di questo campo. Nei suoi libri, Bernays sosteneva che le masse potessero essere addomesticate e manovrate a vantaggio di pochi scelti. O per il bene di tutti, a seconda dei punti di vista.
Ho impiegato molto tempo prima di decidere da dove cominciare, per scrivere della sua storia. Se questa fosse una biografia, allora dovremmo partire dal 22 novembre 1891. Ma la verità è che quella che segue non è la summa della vita di Bernays, e non è neanche un’agiografia, nonostante il titolo possa trarre in inganno. Nei mesi passati, mentre studiavo e raccoglievo man mano i vari pezzi per strada, ho capito che non è possibile separare la storia di Edward Bernays dal contesto in cui è iniziata e si è sviluppata, perché essa non parla soltanto dell’uomo e della sua professione, bensì di una parte di mondo, e non comincia con la sua nascita né si conclude con la sua scomparsa, perché lo precede e lo supera, e dura ancora.
Per una comprensione davvero adeguata del lavoro di Bernays, la cosa migliore da fare sarebbe ripercorrere a ritroso l’intera storia americana alla ricerca di tutti gli indizi di ciò che sarebbe stato poi. Data però l’impraticabilità di questa opzione, ho preferito soffermarmi sulle circostanze in cui sono nate le idee che a loro volta hanno ispirato il protagonista del volume in questione. Nei paragrafi che seguono proverò dunque a riassumere quella catena di fatti storici che, presi assieme, potremmo intitolare “Nascita della società di massa negli Stati Uniti d’America”, a partire dal fenomeno dell’industrializzazione. Gli enormi cambiamenti da essa derivati, sommati all’esplosione demografica e all’ingresso sulla scena di nuove tecnologie, nuovi mezzi di comunicazione e nuove strutture organizzative, rappresentano alcuni dei fattori chiave a cui si deve la nascita delle masse – ovvero le protagoniste, spesso silenti, della storia qui raccontata –, dei tentativi di comprenderle e delle strategie per controllarle.
A partire dalla guerra civile (o meglio, dalla sua fine) anche gli Stati Uniti d’America, come l’Europa, vissero un periodo di profonda trasformazione, caratterizzato da maggiore produttività e maggiore efficienza, nel segno, come si è detto, dell’industrializzazione. Un processo di crescita a cui era stata proprio la guerra di secessione a dare impulso e che, di lì al 1913, avrebbe portato il Paese a produrre un terzo dei beni prodotti in tutto il mondo.
Innanzitutto, per sostenere le truppe dell’Unione, il governo federale presieduto da Abraham Lincoln stampò le prime banconote di Stato chiamate greenbacks (ossia ‘schiene verdi’) per via del colore dell’inchiostro impiegato – un nomignolo che ancora oggi è comunemente utilizzato per riferirsi alle banconote americane. Fino a quel momento, infatti, la valuta statunitense era stata emessa unicamente sotto forma di monete d’oro o d’argento. L’azione di Lincoln rafforzò l’intero sistema finanziario e sancì l’inizio di un rapporto nuovo tra gli americani e il denaro, il cui valore non era più legato a un bene fisico, come i materiali preziosi di cui erano composte le monete fino a quel momento, ma alla fiducia nella capacità dello Stato di preservare la stabilità economica della nazione.
Un altro fattore che contribuì allo sviluppo fu l’American system of manufacturing, anche detto armory practice: un insieme di nuovi metodi di produzione fondati essenzialmente sulla standardizzazione e la meccanizzazione, inaugurati (appunto) nelle armerie dell’epoca e poi diffusi in tutti gli altri settori.
A questi elementi si sommò inoltre la diffusione del telegrafo e dei nuovi mezzi di comunicazione e soprattutto la ratifica, nel 1862, del Pacific Railroad Act, che in sette anni portò alla nascita della prima linea ferroviaria transcontinentale.
Le compagnie ferroviarie furono le più grandi e ricche del Paese, e poi del mondo. Configurarono le forme organizzative che avrebbero dominato l’intero apparato industriale per tutto il secolo successivo2.
Le ferrovie diedero un’enorme spinta al commercio statunitense e facilitarono l’integrazione tra l’economia industriale del Nord e quella agraria del Sud. Uomini, donne, merci e materie prime potevano muoversi da un capo all’altro del Paese più velocemente che in passato, a prescindere dalla stagione e a costi contenuti. Giorno dopo giorno, il corso dei binari si estendeva di un’altra unità, e poi di un’altra ancora, fino a raggiungere, nel 1910, le 240mila miglia: 386mila chilometri a unire città, Stati, fabbriche, persone. E più il sistema cresceva, più la sua organizzazione richiedeva regole e soluzioni nuove, su larga scala; regole e soluzioni che negli anni a venire condizionarono l’infrastruttura imprenditoriale dell’intero Paese (e, più tardi, del mondo). Si può dire che le ferrovie furono tra le prime corporation comunemente intese: dopo la guerra civile, alcuni privati ne acquisirono sempre di più il controllo, e in questo modo poterono vantare una sempre maggiore influenza nei confronti dei legislatori locali e nazionali, per assicurarsi il loro supporto, in caso di bisogno, o per richiedere che eventuali regolamentazioni fossero quantomeno allentate.
Insieme alle corporation, dunque, in quegli anni nacquero i primi “capitani d’industria” – anche detti, a seconda dei punti di vista, robber barons3. Nelle loro fila si leggevano nomi che ancora oggi suonano perfettamente riconoscibili, e che quasi sapremmo associare a un aspetto e un’estetica consolidati, tanto sono penetrati nel nostro immaginario: Vanderbilt, Carnegie, J.P. Morgan, Stanford e Rockefeller, la cui Standard Oil all’inizio del 1890 deteneva da sola il 90 per cento dell’industria petrolifera statunitense. Tra le innovazioni del periodo, infatti, oltre ai nuovi mezzi di comunicazione e alle scoperte scientifiche, vanno annoverate le strategie messe in campo dai diversi magnati per controllare i prezzi e limitare gli effetti della competizione: fu a partire da questo momento che si svilupparono per la prima volta pools, trusts e monopoli vari. Lo stesso John D. Rockefeller adoperò un modello di integrazione cosiddetta orizzontale (in cui, cioè, una singola società assume il controllo di un intero settore della catena produttiva) per assicurarsi l’acquisizione delle raffinerie statunitensi4, a differenza di Andrew Carnegie, che fu il primo ad applicare un sistema di integrazione verticale (in cui una società assume il controllo dell’intera filiera) e così facendo stabilì il proprio predominio sul mercato dell’acciaio.
In questo quadro di martellante sviluppo, crescita della produzione e accumulo di capitali, vi sarete accorti, manca ancora qualcosa. O meglio, qualcuno. Mancano, cioè, le persone che a quello sviluppo contribuirono con il proprio lavoro, spesso massacrante, e con i propri consumi. Uomini e donne che cominciavano a rivendicare con sempre più forza il proprio posto e la propria voce in una società di cui essi costituivano il motore indispensabile. Si stima che dal 1870 al 1900 la popolazione degli Stati Uniti passò da 40 a 76 milioni; 36 milioni di individui in più, un terzo dei quali era costituito...




